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I primi amici

23 aprile 2012

Ricordate i vostri primi amici? Proprio i primi, quelli di quando ancora non andavate a scuola?

Il mio primo amico si chiamava Andrea. Avevo circa quattro anni, e lo incontravo ai giardinetti della Società Mutuo Soccorso di Rifredi, in una zona di Firenze dove l’unico verde erano gli ippocastani polverosi di Piazza Dalmazia o – appunto – le aiuole patite della “Mutuo”. Lui veniva accompagnato da suo nonno, un vecchio operaio catarroso dall’aria litigiosa del quale io avevo una paura paralizzante. Parlava urlando perché reso sordo dagli anni in fabbrica, e il suo ghigno che mi appariva malvagio era solo dovuto alla mancanza di una dentiera decente.  Mio nonno, con la sua vaga e taciturna somiglianza a Burt Lancaster, accompagnava invece me. Loro si sedevano su una panchina, io e Andrea giocavamo. Andrea aveva forse un anno o due più di me, e parlando balbettava.  Lo trovavo bellissimo, ma probabilmente non lo era. Ricordo qualcosa di pallido, magro, sdentato. Aveva un che di sofferente, sempre sbucciato, sempre dietro a quel nonno che – ricordo – si lamentava a voce altissima  di lui, della sua balbuzie, e dei genitori che “non se ne curavano” e lo lasciavano in custodia a lui.   Ogni tanto, per accertarsi che fossimo ancora in vita e nelle vicinanze, ruggiva “Andreaaaaa!!!!” fecendo tremare ogni mia fibra. Una volta ci nascondemmo dentro un cespuglio stento, che immaginavamo fosse la nostra casa. Ci scoprì, con una sfilza di bestemmie esultanti. Credetti di morire di paura. Tutti ridevano di Andrea, e questo mi indignava al punto che dissi ai miei fratelli che era “il mio fidansato”. Trovarono la cosa inspiegabilmente comica, e specialmente quella esse fu fonte d’ilarità per anni. Io, invece, non lo trovavo affatto comico e anzi, iniziai a giocare con Andrea “agli sposi”. Lo costringevo a percorrere solennemente, con me al suo braccio, il vialetto alberato che portava alla bocciofila. Andrea acconsentiva di buon grado. La cerimonia veniva officiata da Miriam, una bambina dai capelli biondi e ricci. La prima delusione della mia vita avvenne un giorno quando io, arrivando ai giardinetti, sorpresi Miriam e Andrea che percorrevano lo stesso vialetto a braccetto, con lo stesso evidente intento di contrarre matrimonio. Ebbi una crisi isterica di cui ancora ricordo la violenza soffocante: pestando i piedi, li coprii delle poche parolacce che sapevo, usandole a sproposito ma con una certa efficacia disperata. Ricordo ad esempio che urlai a Miriam “cula!!” e a lui “Non sei più il mio fidansato!” Andrea si mise a piangere, Miriam no. Il nonno dovette portarmi via di peso perchè mi ero attaccata ai suoi ricci d’oro. Non potei mai più perdonarli.

L’altro amico, anche lui un maschio, venne dopo, verso i cinque anni,  e si chiamava Giuseppe. Anche lui apparteneva alla categoria degli esclusi. Zoppicava, e c’era qualcosa che non andava nei suoi grossi piedi dalle scarpe ortopediche blu. Aveva denti piccoli e cariati, che gli davano un’aria da vecchietto. Portava occhiali molto spessi e parlava uno strano siciliano pieno di lische e difetti di pronuncia. Sua madre era bellissima, almeno questo diceva il nonno, ma ricordo che registravo quella parola senza saperle attribuire un significato preciso. Ricordo però che aveva lunghi capelli neri, e che guardava Giuseppe e me con triste tenerezza. Giuseppe mi piaceva perchè sapeva tutto: soprattutto, sapeva leggere. Specialmente quest’ultima cosa aveva su di me un grande fascino. Non costrinsi mai Giuseppe a sposarmi, anche se ne avevo un  grande, inconfessato desiderio – ma già una crescente consapevolezza mi faceva temere il ridicolo.

C’era poi Lucia, di un anno più piccola di me, timida e gentile. Aveva un fratellino piccolo, al quale sua madre ogni tanto tirava fuori il pisellino per fargli fare la pipì. Lì imparai che siamo anatomicamente diversi, e gli invidiai quel fagiolino rosa, col quale sicuramente lui giocava. Lucia aveva anche una sorella grande, morta. La sua presenza aleggiava in casa loro, e sua madre, che doveva essere molto giovane, ne parlava sussurrando con mia nonna. Incuriosita da ogni sussurro, chiesi alla nonna di cosa era morta, e lei mi spiegò che non aveva tollerato un vaccino. Per questo, Lucia non avrebbe fatto il vaccino, e neanche il fratellino. Ricordo che pensai che almeno questa, nella disgrazia, fosse una fortuna. Con Lucia non giocavo a sposarmi. Non ricordo a cosa giocavamo, solo che mi era succube e che la trattavo con una sufficienza che non mi sarei mai sognata di ostentare con Giuseppe, e che lei ricambiava con una cieca dedizione. L’unica cosa che ricordo dei giochi con Luciasono dei balli sfrenati che facevamo. La musica era questa.

 

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16 commenti

  1. Non ho ricordi di amichette perchè prima delle elementari non ne avevo, ma tenevo 3 sorelle e un fratello tutti più piccoli di me, e quindi era normale che giocassi con loro senza andare a cercare altri/e bambini/e.

    Con la sigla de “La freccia nera”, che ricordi che hai risvegliato Rosaverde, avvolti da nostalgia e un po’ di malinconia.
    Ti ricordi “Ciuffettino”? Che paura che faceva …
    Se abbiamo gli stessi ricordi, siamo più o meno coetanee, mi sa. 🙂
    Grazie, buona serata, ciao


  2. OPS, che figura di m…
    chiedo venia, Pioggiablu (non Rosaverde!!!)
    Abbi pazienza e pietà, sono la solita pasticciona!! 😦


  3. @BiOndina Ondulata: Non c’è pietà per chi mi scambia con Rosaverde. Al massimo avresti potuto chiamarmi Pioggiaverde, o Rosablu, ma così no…

    Ciuffettino era terrificante. Io non sono mai arrivata oltre la sigla, che invariabilmente mi faceva piangere (per questo i miei fratelli mi costringevano ad ascoltarla, dopodichè scappavo).

    Invece ero innamoratissima di Aldo Reggiani nella Freccia Nera, era il massimo assoluto di bellezza maschile, il Principe, l’Apollo. Lo immaginavo arrivare a cavallo tra il campo bocce e i tavolini dove i pensionati giocavano a carte. Lo avrei seguito in qualsiasi foresta.


  4. non ho avuto amici prima di andare a scuola….figlia unica e sempre tenuta indietro. il ricordo più antico è una bambina che abitava al piano di sotto, era una famiglia affascinantissima, composta da nonna, madre e figlia, ebrei dell’est, una casa da bohème, parquet e lampade ovunque, libri, cose colorate, disordine, cuscini,quadri, la madre dipingeva e aveva in casa una stanza dedicata a questo, un divano sul quale sedeva chi posava per lei, con alle spalle guernica. occhi neri e capelli scuri e ricciuti, andavano a parigi in estate da certi parenti, mangiavano cose buone e strane nel disordine della cucina, da lei ebbi in prestito i libri di mary poppins, ne ricordo ancora la copertina azzurra. facevo scendere giù fino alla sua finestra un secchiello attaccato ad una cordicella, con dentro messaggi e piccole cose, ero affascinata da quella casa così diversa dalla mia, con quell’atmosfera di libertà, di arte, di lasciarsi vivere…chissà che fine ha fatto.


  5. Io lo prendo come un enorme complimento questo lapsus!

    I miei primi amici erano i miei vicini di casa. Eravamo cinque o sei ragazzini e anche noi giocavamo a sposarci. Io pero’ non ho mai voluto sposare nessuno: facevo il prete!


  6. @Animapunk: Credo che avrei fatto di tutto per diventare amica di quella bambina, se mai se ne fosse avventurata una simile nel mio vicinato. Quella del secchiello coi messaggi, poi… invidia massima!

    @Rosaverde: Anche a me mi garba questo lapis!

    Facevi il prete?? Non mi sarebbe mai passato per la mente di farlo. Vedo comunque che quello delle nozze era un gioco diffusissimo. Mi chiedo se lo fanno ancora. In Norvegia posso dire che non celebrano, passano subito allo stadio successivo, cioè giocano a “madre padre figli”. Mi chiedo se questo possa significare qualcosa.


  7. Bella questa citazione da Piccole Donne. Facevo il prete perche’ era l’unico ruolo in cui non dovessi sposarmi con qualcuno.

    Molto piu’ sensato il metodo norvegese: salti la forma e la cerimonia e passi al significato.


  8. di amici pre-scuola non ricordo nessuno, mah. Alle elementari un bambino molto serio e studioso, che ho rincontrato di recente prof universitario e con cui abbiamo rimpianto il maestro di allora, che ci insegnò con grande passione cos’era stata la Resistenza. Poi una bambina che amava scrivere ed era divertentissima, e sempre un po’ giallina perché soffriva di “acetone”.
    La Freccia Nera la guardavo poco, ma una decina di anni fa Aldo Reggiani è venuto per caso ad una mostra che feci insieme ad un’amica scultrice, ho una foto dove lui, ormai più simile a Vasco Rossi che ad Aldo Reggiani, sta in mezzo a noi cingendoci le spalle, alquanto surreale.


  9. @Rosaverde: Solo tu potevi capirla. Cosa sarebbe la vita senza Amy March?

    @Laura: Ricordo di aver visto una tua foto con Aldo Reggiani attempato e marpio, ma mi rifiuto di credere che fosse lui – doveva trattarsi di un impostore, per esempio ti chiedo: dov’era il cavallo? Ecco vedi, non era lui.

    Qualcuno mi spiega cosa diavolo era l’acetone? All’epoca pare che ne soffrissero molti bambini, come c’erano molti bambini “linfatici” che fortunatoni trascorrevano l’estate al mare. Adesso è archeologia medica, tema peraltro interessantissimo, vedi le diagnosi di “isteria” o di “melanconia” che si facevano nell’ottocento. Personalmente, da bambina io pensavo che l'”acetone” fosse connesso in qualche modo all’uso, da parte di queste bambine, di dipingersi le unghie – cosa, in casa mia, proibitissima.


  10. Alla padrona di casa e a Rosaverde:
    con il mio lapsus ho dimostrato ancora una volta la mia natura pasticciona 😦
    e più passano gli anni, più lo sono, sob!
    Mio marito oramai è rassegnato, poràzzo!
    Per non deprimermi 😉 la butto sul ridere …

    Biondina Ondulata?? Non sai quanto ho riso quando ho letto il tuo epiteto, considerato che ho i capelli neri e diritti che più diritti non si può… 🙂

    Anche a casa mia vigeva il divieto assoluto di laccarsi le unghie anche solo con lo smalto trasparente. E questo quando avevo ben 17 anni. 😦
    Ora, quando vedo bambine di 3 anni (o anche meno) con le unghie dipinte con improbabili colori, mi chiedo se è meglio ora o ai miei tempi…

    Un abbraccio, buona serata, ciao


  11. Ondina, io ho chiesto a mia figlia che ha decine di smalti colorati e lei mi assicura che è meglio adesso. Io sono propensa a crederle.


  12. Arte cara, io non posso fare altrettanto considerato che ho due figli maschi ma se lo dice tua figlia (e ripensando all’esagerazione nell’altro senso dei miei tempi) credo che abbia ragione!


  13. è vero, il cavallo in foto non c’è, probabilmente era un impostore 😀
    ora arriverà Aldo Reggiani qui, a garantirci che era lui.


  14. … per restare all’epoca, questo era il mio immaginario televisivo serale.


  15. io sono veramente fortunata: la mia prima vera amica è ancora la mia miglior amica. Hanno deciso le nostre mamme che dovevamo fare amicizia, così lei mi veniva a cercare nel cortile dell’asilo: vuoi giocare con me? mi chiedeva. No, rispondevo.


  16. fantastico !



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