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Tremenda

16 aprile 2012

Una grande clinica universitaria. Un letto d’ospedale. Un paziente. Ha 84 anni e sta morendo per un tumore al polmone.

Tutto è all’avanguardia: l’oncologa è preparatissima, laurea, specializzazione, dottorato di ricerca, esperienza clinica pluriennale. L’infermiere ha una laurea specialistica. L’ambiente è ridente, quadri alle pareti, tendine di colori riposanti. Stanza singola. Solitaria. Ronzio lieve d’ossigeno, respiro stentato. Il medico, sorridente, gentile,  chiede come va.

– Insomma. Ma… la signora che pulisce, qui.

– Sì?

– È tremenda.

– Perchè? Che fa?

– Viene qui tutti i giorni, e non pulisce mai. Non pulisce il pavimento, non pulisce. Tremenda, è.

– Non pulisce? E allora che fa?

– Si siede qui. Mi tiene la mano. Io… le voglio bene.

 

La “signora che pulisce” non ha probabilmente nessuna competenza medica. Non ha nessuna specializzazione. Non conosce tecniche di comunicazione nè di gestione dell’ansia, dello stress, della paura della morte. Non ha fatto corsi di coaching, non ha un master in scienze infermieristiche. Non sa cosa sia la comunicazione terapeutica: non parla neanche. Probabilmente, se ho capito bene chi è, non capisce neanche molto il norvegese, sicuramente non quello di un vecchio che parla dialetto senza dentiera.

Non solo, ma non fa neanche il lavoro per il quale è pagata.

Però lei c’è. Comunica, con la sua presenza muta. Osserva. Esprime, col suo atteggiamento, una comprensione e una vicinanza talmente profonda da suscitare sentimento in quest’uomo solo con la sua morte. Lei vede. Per questo è tremenda: come l’amore.

 

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22 commenti

  1. già l’amore a volte è proprio tremendo e si esplica in modi e maniere che nemmeno te l’aspetti


  2. Zefirina, è quello il suo bello.


  3. eh già 🙂


  4. “Mi tiene la mano”. Vedi, a volte basta solo un po’ di cuore.


  5. @Rosaverde: Se non c’è quello, tutto il resto non conta. Eppure, in tutto il resto, a volte il cuore si perde.


  6. Non vedrei la capacità di comunicare come qualcosa in contrasto con la competenza o la cultura. Come qualcosa di indipendente, questo si.
    Quanto poi si tralasci questo aspetto per puntare tutto sull’altro (e parlo anche di situazioni molto meno estreme di questa), sarebbe un discorso piuttosto lungo.


  7. @Rob: Infatti no, non c’è contrasto. Non direi però neanche che siano due cose del tutto indipendenti: una buona comunicazione richiede sì competenza, ma anche la capacità di “vedere” la persona con cui si comunica, di sintonizzarsi coi suoi bisogni, in quel momento (forse questa è appunto la cultura, almeno come la intendo io). Altrimenti stiamo parlando di una lezione, competentissima magari ma non efficace perchè non verrà recepita dal destinatario.

    Questo del post è un caso limite. La competenza e la professionalità del personale curante sono certamente elementi positivi e necessari (per dire, non avrei affidato la terapia di nessun paziente alla “signora che pulisce”, nè la vorrei io stessa). Quello che volevo dire qui è che quello che conta non è solo la preparazione, ma soprattutto la vicinanza, anche solo fisica. Esserci. Esserci conta più di tutto, alla fine.

    Lo so che il discorso sarebbe lungo – ma abbiamo tempo, su Pioggia Blu, e sarebbe interessante farlo.


  8. Sicuramente l’efficienza, la serietà, la preparazione e la professionalità sono essenziali e doverose, soprattutto quando riguardano la salute e la cura della persona.

    Ma quello che fa la differenza, e spesso manca, è l’empatia, la vicinanza e l’umanità.
    E ci vuole veramente poco per non fare sentire sola una persona.


  9. @Ondina: Secondo me, non esiste professionalità senza un atteggiamento empatico di base. Tutto ciò che va oltre non fa che aggiungere, ma se manca quello non si può parlare di professionalità. Al massimo si può parlare di preparazione, al peggio, di erudizione.


  10. oggi sono entrato, dopo un anno e mezzo, nel reparto di ospedale dove ho passato più tempo e per la cosa più grave che mi sia mai capitata.
    in realtà era un reparto nuovo e più piccolo che quello dove rimasi 10 giorni nell’ottobre 2010 cadeva davvero a pezzi e ora si spera che lo ristrutturino a dovere.
    la persona alla quale ho voluto più bene in quei giorni, e dalla quale mi sono sentito voluto bene o quanto meno accudito con attenzione, è un ragazzo cinese (o comunque asiatico) che passava nelle stanze a mettere i vassoi per la colazione, pranzo e cena.
    non faceva altro e lo faceva tutti i giorni della settimana tranne uno in cui riposava, il che voleva dire che lui o aveva un orario di lavoro di 12 ore oppure faceva due o tre turni al giorno di qualche ora ciascuno, magari pagato a ore da qualche ditta in subappalto ciellino dell’ospedalein cui mi trovavo (pubblico eh, ma ormai a MI è tutto ciellino ciò che è pubblico).
    però non so perché lo faceva con un’attenzione tutta particolare e ricordandosi di ognuno se voleva tè o caffè e se i biscotti o le fette biscottate e se la acqua naturale o con gas e tutti giorni me la pariva perché io (che ero quello che stava meglio di tutto il reparto per altri versi) avevo un braccio bloccato.
    alla fine non potevo fare a meno di lui e il giorno in cui non c’era mi mancava.
    ci saremo detti in tutto 3 o 4 parole, alla fine quando stavo uscendo l’ho inseguito per dargli una mancia e ringraziarlo ma non ci sono tanto riuscito perché avevo un groppo alla gola.


  11. @Francesco: Ti ci vedo.
    Potrei raccontare l’episodio di quando io ebbi mia figlia, e due giorni dopo dovevo essere dimessa. Ero terrorizzata all’idea che quell’essere minuscolo mi venisse affidato. Non riuscivo quasi a toccarla. Il pensiero di doverla lavare e cambiare mi dava l’ansia, perché temevo che mi cadesse, si rompesse. Ero totalmente incapace, non avevo quasi mai toccato un neonato. Il mio compagno non era da meglio, e in più io ero piuttosto labile e piangevo all’idea che avrei dovuto cambiarle il pannolino senza farla cadere sul pavimento, cosa che mi pareva inevitabile.
    La salvezza fu una ragazzina di neanche vent’anni, forse una puericultrice, forse neanche. Le chiedemmo se ci faceva vedere come si faceva, e lei con grandissima naturalezza e con una grazia naturale e senza meravigliarsi o ridere dell’idiozia di due adulti laureati e incapaci, con estrema gentilezza e semplicità ci insegnò a vestirla senza romperla.
    Sembra niente.
    Non sai quanto ho ripensato a lei con gratitudine.


  12. in tutti i casi, ci vuole un minimo di deGenza…


  13. sei un cenio


  14. Però: Nessuno che si soffermi su quel “tremendo”…


  15. ma sei sicura della traduzione?


  16. Sicurissima. Non si tratta di traduzione ma della natura del fenomeno amore.


  17. Det er forferdelig!


  18. Forferdelig significa terribile, io (che non sono google) tradurrei tremendo con fryktelig. “Frykt” è “paura”. Qualcosa che fa tremare.
    Il Tremendo di cui parla Rilke: “Das Schöne ist nichts als des Schrecklichen Anfang”, “Il bello è solo l’inizio del Tremendo”.


  19. … e non solo Rilke, ma…


  20. sì, ma il signore disse: fryktelig o forferdelig?


  21. comunque l’autore del testo della canzone è un genio…


  22. Fryktelig, disse fryktelig.

    Ma secondo me anche Rocky Roberts nel suo genere è un genio, guarda come si muove.



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