h1

Allentamenti

27 marzo 2012

 

  

Il rapporto tra gioventù e vecchiaia non è temporale-lineare, ma qualitativo-periodico. Sono stato già, diverse volte nella vita,  più vecchio di quello che sono oggi, specialmente intorno al mio trentesimo anno. Questo mi colpisce anche nelle mie stesse foto. Ci sono periodi nei quali siamo “finiti”: ad essi possono succedersi degli allentamenti, che sono importantissimi per l’individuo produttivo. Anche l’eros porta spesso una nuova gioventù. La nuova crescita può anche essere introdotta dal dolore, dalla malattia, dalla perdita; allo stesso modo, il giovane fogliame degli alberi incorona la potatura del giardiniere.

 

 Ernst Jünger, 16 giugno 1943

 

 

(traduzione mia)

 

 

Annunci

20 commenti

  1. verissimo. Io a quindici anni ero decrepita.


  2. @Laura: E io, sempre a 15 anni, sembravo tua nonna!


  3. forse non sono mai stata giovane come a 50….


  4. @Animapunk: E questo in qualche modo mi consola…


  5. io credo che la vecchiaia in definitiva sia solo quella del corpo.
    anzi il resto regredisce all’infanzia, come è noto.
    con esiti talvolta penosi, proprio a causa dello spread fra le due cose.


  6. @Proet@barboon: Mi limito a due osservazioni.

    La prima è che il ritorno all’infanzia io non lo vedo necessariamente come una regressione – nel migliore dei casi, può essere la riconquista di uno sguardo che l’infanzia aveva, e dal quale ci eravamo distaccati cercando di essere “adulti”. In questo caso, gli esiti del ritorno non sono affatto penosi, anzi secondo me sono auspicabili.

    La seconda osservazione è che qui si parla di processi non lineari. Alla lunga, è chiaro che si invecchia e infine si muore. Ma questo processo segue un percorso curvo, io credo anche a spirale, per cui a quarant’anni può avvenire che non solo ci si senta dentro, ma si appaia anche più giovani che a trenta. Perchè, se è vero che esiste la biologia e i tessuti del corpo si rilassano e gli ormoni cambiano e i radicali liberi infuriano, tuttavia esiste altro: qualcosa, nell’anima, che ci fa più sicuri di noi stessi, più coscienti, più in contatto con le nostre risorse interiori. Che ci purifica e ci fa risplendere, anche con le rughe, di una gioventù senza tempo.


  7. mi scuso, io probabilmente parlo di una fase più avanzata e, appunto, penosa.
    quando si ricomincia a farsela addosso anche l’anima si scioglie e ritorna allo stato neonatale e da lì in poi i processi sono solo lineari.


  8. Non ti devi scusare, stiamo semplicemente parlando di cose diverse.
    Ma dipende anche da cosa si sceglie di vedere.


  9. Quanta verità, Pioggia blu.
    Ero molto più vecchia quando avevo la metà dei miei anni attuali (un po’ meno di mezzo secolo, sob, e mi sa che siamo coetanee) e questo non mi può che fare piacere naturalmente.
    Ma mi vorrei fermare un po’ a quest’età se solo fosse possibile 😉
    perchè mi ci ritrovo piuttosto bene! 🙂


  10. @Ilmiosguardo: Mi piace molto che tu usi l’espressione “mezzo secolo”, che penso farebbe inorridire molti: a me piace pensare di avere quasi mezzo secolo, perché questo mi da il senso di quanto le generazioni passate ci siano vicine, quanto poco ci separi da loro, da chi ha vissuto che so, due secoli fa. Mi piace pensare di avere mezzo secolo anche perché, veramente, mi sento molto meglio adesso, in tutti i sensi, di un quarto di secolo fa. L’importante è che la morte ci colga vivi.


  11. Cara Arte64 o Pioggia blu, mi fa molto piacere che la pensiamo allo stesso modo, sia riguardo agli anni che abbiamo e a come siamo state e stiamo ora.
    Trovo molto bello il pensiero che rivolgi alle generazioni passate che fanno comunque parte della nostra storia.
    .
    Che piaccia o no, che faccia inorridire o no, non è negando di avere quasi mezzo secolo invece di dire che abbiamo 47 anni o che ci mancano circa 2 anni e mezzo ai 50 che le cose cambiano. Questa è la realtà.
    🙂
    L’importante che la morte ci colga vivi, in gamba e il più tardi possibile 🙂

    Buon fine settimana, ciao 🙂


  12. Posso deragliare?
    Oggi, anzi ieri visto che è passata la mezzanotte, mio padre avrebbe compiuto 90 anni e con lui in questo anno anche tutti gli altri miei padri suoi coetanei: Pier Paolo, Luciano, Charles (i quali va detto che se ne sono andati tutti molto prima di lui che già se ne è andato troppo presto).
    La “nuova crescita” indotta dalla sua perdita è, ahimè, ormai bell’e che finita, contrastata peraltro dal’immobilità generata dalla persistenza in vita dell’altro genitore.
    E in effetti per lungo tempo a me è accaduto di vivere quello che scrive Junger ma ora non più, si è davvero esaurito tutto quel filone che mi teneva legato a quel passato e dunque mi ringiovaniva.
    Oggi poi parlavo di e con un’amica che non vuole prendere l’aereo se non in compagnia delle sue 4 creature, cosicché per andare in un posto lontano a suonare io prenderò l’aereo e lei no.
    E mi chiedevo alla fine, se mi capitasse di morire in quel modo, attaccato alla cintura su un sedile e senza poter stendere nemmeno le gambe, a cosa penserei nell’istante estremo.
    Forse a mio padre, sperando di tornare a ritrovarlo, anche se alla fine non ci credo.


  13. @Ilmiosguardo: Chiamami Arte, sarò la tua birra (questa la capisce solo chi ha quasi mezzo secolo). E tu, un nome ce l’hai?

    @Francesco: Tu sei ormai l’addetto deragliatore di questo blog, come una volta c’erano nelle stazioni gli addetti agli scambi. Il deragliatore sa più di anarchico, ti vedo coi baffoni e un fazzoletto al collo, che deragli treni “pieni di signori”.
    Deraglia pure.

    Apprezzo molto quello che scrivi, e il fatto che tu lo scriva qui. Mi verrebbe di osservare che ringiovanire legandosi al passato è il contrario di quello che Jünger dice e di quello che io penso. E te lo dico sapendo bene quanto io stessa sia legata al passato, troppo. Proprio per questo penso che siano necessarie potature periodiche, anche se il giardiniere a volte sembra tagliare a caso.

    Penso sarebbe inutile dire all’amica che viaggiare in auto o in treno è molto più rischioso che sedersi su un aereo. Che le mamme possono morire semplicemente uscendo di casa la mattina per andare a lavorare. Anzi non dirglielo affatto, lasciale l’illusione di viaggiare e vivere sicura.


  14. Certo, Arte, che ce l’ho un nome e se curiosi in giro per le cose mie lo trovi pure (quello vero). Intanto chiamami Ondina 🙂


  15. @Ondina: Pensa che lo sapevo anche! (Il mezzo secolo in effetti qualche piccolo inconveniente ce l’ha…)


  16. a me quelle statistiche paiono un po’ farlocche e i treni, in assenza di anarchici deragliatori, mi sembrano certamente più sicuri.
    l’auto invece la trovo pericolosissima ma per molti il fatto di guidare il mezzo diventa inconsciamente motivo di maggiore fiducia.
    poi dipende molto da dove e a che ora si viaggia, le statistiche includono modalità, orari e tipologie umane che alzano la media ma certamente sono lontane da quelle della maggioranza degli automobilisti (vedi per esempio le stragi del sabato sera).
    non so, ho cominciato a diffidare delle statistiche perché alla fine vedi che in molti casi possono essere lette in modi diversi.
    come è noto io credo che alla fine nessuno abbia ragione e tutti ce l’abbiano.
    🙂


  17. “There are lies, damned lies, and statistics.”

    Of course.


  18. Ah come ti capisco, Arte, tranquilla … 😦


  19. In generale percepiamo la nostra esistenza secondo una prospettiva di crescita e di sviluppo (di evoluzione direbbero alcuni). Se questo è vero non possiamo fare a meno di dare all’esistenza stessa una direzione che va da quello che consideriamo passato verso quello che chiamiamo futuro. Tutto ciò ha un nome: continuità.

    Tuttavia perfino in quella che può essere una normalissima giornata possiamo sperimentare un esperienza diversa dalla continuità. E non semplicemente nel diversificarsi degli stati d’animo, ma piuttosto sulla base di un intuizione che cambia la nostra prospettiva, oltre la quale si apre una differente e inaspettata qualità di campo; una espansione. Così come può verificasi un processo di contrazione che ci pone di fronte ad uno sfinimento interione; che ci impone una irrisolvibile aporia tale da apparire come un muro invalicabile. A prescindere dell’inevitabile decadimento fisico, al quale non possiamo che adeguarci, per quanto il non farlo sembra esserci connaturato: nel primo caso siamo partecipi di quello slancio vitale che vogliamo tipico della gioventù, nel secondo, magari seppur giovani ci troviamo di fronte alla prossimità con la fine: un dato che associamo, non senza ragione, alla vecchiaia.

    Tuttavia, rispetto a quella che attraversiamo come crescita e quindi decadimento fisico, l’esistenza ci può offrire, di fronte a quello che ci appare il come il continuo inseguimento del tempo, un dato di discontinuità che possiamo sperimentare con tutto il nostro esserci; non solo, diciamo così, interiore, ma anche fisico. Ciò non è stabilito necessariamente dal “quanto”, quanto più spesso dal “come”.

    Il “come” mette in discussione il “quanto”. Sappiamo che il “quanto” è fondato sul principio di continuità, di una limitata, scandita continuità, mentre il “come” è soggetto ad una qualità di campo di carattere discontinuo, la quale non trova nella misura al sua definizione.

    Tutto ciò sembrerebbe indicarci che una concezione discontinua della temporalità a differenza della distratta continua, consuetudine della nostra percezione del tempo, sembra essere più realistica, o se non altro, sembra esserci più favorevole.

    Il decadimento fisico, la condizione inabilitante in cui ci si trova a dover dipendere dagli altri non ha un età. Ci sono malattie inabilitanti che colpiscono l’infanzia. Patologie genetiche che determinano un esistenza di sofferenza fin dal suo principio rendendo la qualità della vita di uomini ancora giovani apparentemente compromessa. La malattia, il decadimento fisico e la morte sono indifferenti all’età. A fronte di questo capita che uomini anziani mostrino vigore mentale e perfino fisico che possono lasciare stupefatti.
    E’, ad esempio, il caso dello scrittore del brano postato dalla padrona di casa: Ernst Jünger, il quale visse fino all’età di centotre anni. Ancora a novant’anni esplorava le foreste del sud est asiatico in cerca di insetti rari, e fino a poche settimane prima della morte, ogni mattina si alzava prestissimo per fare una camminata di alcuni chilometri, quindi un bagno immerso in acqua a temperatura ambiente (anche d’inverno), infine una frugale colazione per poi passare la giornata ad occuparsi della scrittura e della corrispondenza.


  20. @Mauro: Grazie per aver descritto così bene la discontinuità, interiore ed esteriore, che intendevo. Non era forse comprensibile senza introdurre, come fai tu, il quanto e come.

    Sulla distinzione tra perdita di autonomia fisica e perdita di capacità mentali, e quindi di dignità, posso aggiungere che ho conosciuto, professionalmente e non, persone di svariatissime età che, per patologie varie, non erano (più) in grado di controllare alcune delle loro funzioni corporee tra cui quelle che comunemente si legano imprescindibilmente al concetto di autonomia e di dignità della persona. Questa loro caratteristica non era che in pochi casi correlata alla età o condizione mentale, e non corrispondeva quindi ad un decadimento fisico dettato dal “quanto”, ma dal “come”. La particolarità che era loro toccata era magari problematica, ma non in sè connessa nè a una perdita di dignità, nè tantomeno di umanità.



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: