h1

Tu o esso?

17 marzo 2012

L’altro giorno, parlando con un’amica, lei mi fa: “Guarda, io ti ascolto comunque volentieri,  e posso anche provare a darti un consiglio. Io sono bravissima a dare consigli, anche se non riesco a darli a me stessa, riguardo alla mia vita.”

Riflettendoci, mi pare che in fondo sia spesso così: le persone più disponibili ad ascoltare senza giudicare e a dare consigli sono quelle che meno sanno consigliare se stesse. Hanno vite emotivamente caotiche e incongrue, propense a fenomeni come l’illudersi, il prendere cantonate, l’innamorarsi delle persone sbagliate, l’indulgere in atteggiamenti e comportamenti inutili e nocivi come la bassa autostima, l’amore non corrisposto, la rimozione di verità spiacevoli, e chi più ne ha più ne metta. Al contrario, quelli che dicono “non ti capisco proprio” e “non mi sognerei mai di darti un consiglio” hanno in genere vite senza ombre, hanno affrontato sistematicamente i propri conflitti interiori, conoscono alla perfezione tutti i meccanismi psicologici e hanno risolto ogni dubbio su cosa è giusto e appropriato e cosa no.

È dunque ipotizzabile che – paradossalmente – la capacità di guardarsi dentro possa andare a scapito dell’empatia? E che, invece, la disponibilità ad ascoltare senza giudicare implichi necessariamente una mancanza di rigore, in primis verso se stessi?

Oppure, la differenza sta piuttosto nella percezione della relazione con l’altro, che nel primo caso è incondizionata, nell’altro è condizionata da precisi presupposti? Come direbbe Buber, l’altro è un tu o un esso?

Annunci

40 commenti

  1. Secondo me, quelli del “non ti capisco proprio” e “non mi sognerei mai di darti un consiglio” semplicemente non hanno voglia di perdere tempo con le problematiche altrui o non sono in grado di confrontarsi con esse. Punto. Che ci vorrà mai per capire qualcuno e dargli un consiglio? O stiamo parlando di fisica teorica? :))


  2. @Enrico: Non credo sia una questione di tempo. Potrebbe essere, però, un non volersi confrontare con qualcosa che è diverso da quello che si è “raggiunto” in se stessi, e quindi in qualche modo difficile da gestire. Ma in realtà, non lo so.

    È interessante quello che dici sulla fisica teorica. Se io guardo all’altro come un fenomeno di cui posso analizzare il comportamento secondo modelli predittivi (so già cosa farai perché sei come sei, capisco come sei ma non ti comprendo), l’approccio è in qualche modo analogo nella fisica teorica e nelle relazioni. E allora può diventare molto difficile confrontarsi empaticamente.

    Il contrario sarebbe comprendere senza necessariamente dover capire.


  3. Anch’io non lo so. Credo però che le corde che muovono le umane situazioni siano sempre le stesse, per tutti e in qualsiasi tempo. Ecco perché, per quanto le situazioni altrui possano essere diverse dalle nostre, con un po’ di buona volontà non sia poi così difficile capire. Potremo anche non capire mai nulla di fisica teorica senza un’adeguata preparazione tecnica ma non capire le reazioni umane disponendo dei dati necessari è, dal mio punto di vista, una questione di scarsa volontà. L’empatia, al contrario della comprensione, è al di fuori del nostro controllo perché presuppone un sentire comune. Non potrò mai confrontarmi empaticamente, ad esempio, con un serial killer ma potrei comprendere da cosa è spinto. Questo era il senso del mio “non hanno voglia di perdere tempo”.


  4. anche io dico sempre che nella teoria sono un asso mentre nella pratica una frana, e direi che ho una vita emotivamente caotica, penso che dipenda dal fatto che quello sguardo non giudicante lo rivolgo anche a me stessa e perdonandomi molto, non riesco a essere severa con me stessa, poi come ben sai alcuni non riescono a ragionare freddamente, o meglio ci provano ma poi il cuore li porta sempre da un’altra parte, però sai che ti dico che in fondo io in tutto questo caos mi ci trovo bene nonostante qualche piccola defaillance


  5. @Enrico: Avevo capito cosa stavi dicendo. L’empatia però non presuppone tanto un sentire comune, quanto la capacità (o la volontà) di comprendere il sentire dell’altro e rispettarlo. Il sentire comune, la simpatia, può esserci o non esserci. Io potrei ipoteticamente provare empatia per un ipotetico serial killer, ma non simpatia.

    @Zefirina: Ma davvero, dici sempre così tu? 😉


  6. E chi vuole farsi ascoltare, cosa cerca?
    Vuole davvero confrontarsi con una visuale diversa dalla sua, o semplicemente sentirsi dire che ha ragione?


  7. @Rob: Tocchi forse il centro della questione. Ti rispondo che io credo che desideri soprattutto sapere che l’altro c’è.

    La questione del “torto” o della “ragione”, o più propriamente di ciò che è giusto o meno giusto fare, per chi desidera un ascolto da un amico è in realtà marginale, se non irrilevante. Ognuno sa cosa è giusto o sbagliato in generale, lo sa benissimo, ma per lui/lei in quel momento non è quello il punto. Proprio la questione del giusto o sbagliato, invece, è in qualche modo prioritaria per chi pone condizioni, ed è forse proprio questa centralità che può costituire un impedimento all’ascolto.

    (Per questo c’è, e deve esserci, una differenza rigorosa e fondamentale tra l’amico da un lato, il terapeuta e il confessore dall’altro.)

    Questo non significa che un amico non ti possa dire che non è d’accordo con te, anzi. Non credo che la maggior parte delle persone abbiano problemi a sentirsi dire “ti ascolto, ma secondo me stai sbagliando”. Il problema nasce quando si dice “non ti capisco perchè stai sbagliando”.


  8. comunque sia, tana! 🙂 curioso, comunque. e comunque, passando dall’altra parte, come è difficile avere ascolto…perchè è vero, è quello, che si vorrebbe, cosa è giusto e cosa è sbagliato lo sappiamo in media anche da soli, anche se non riusciamo a farlo. ma avere qualcuno che ti ascolta è difficile, e man mano perdi anche la capacità di raccontarti, hai paura di prendere troppo spazio nel tempo dell’altro, di rompere le scatole. quando si scrive è diverso, racconti te stesso, chi vuole si ferma e scrive chi no, no,allora puoi dilungarti.


  9. terza ipotesi, rovesciare la prospettiva: la chiave di tutto non sono le differenze di percorso, ma la reciprocità.

    Alla lunga l’ascolto, l’esserci, l’empatia durevole (non quella episodica) è possibile solo in sua presenza.

    E il sottrarsi a volte non dipende da un non capire, o dal non voler dare quella “ragione” che come dice Rob è la sola cosa di cui in certi momenti si ha bisogno, ma dal sentirsi strumentale, in una relazione non veramente reciproca.


  10. @Animapunk: Raccontarsi scrivendo e parlando sono indubbiamente due cose diverse. Differenza da non sottovalutare.

    @Laura: Questo è molto vero. La reciprocità è importante, e necessita di un contatto, se non assiduo, che comprenda almeno la voce, lo sguardo.
    Se in una relazione di amicizia c’è anche l’ombra della strumentalizzazione, bisogna poterlo dire, più che sottrarsi.


  11. mi pare in atto una tendenza, culturale e generazionale, in cui senmpre di più gli amici tendono ad assumere le modalità, prescrittive e giudicanti, di terapeuti e confessori.
    forse questo deriva da una più o meno lunga frequentazioni di quei contesti normati e normalizzanti da parte degli amici stessi che poi, magari inconsapevolmente, tendono a riprodurne le caratteristiche.
    ma del resto vedo questa tendenza in atto su molti argomenti, non solo quelli legati alle questioni intime e personali.
    credo sia uno dei tanti riflessi della cultura da talk show televisivo, dove tutti in qualche modo pensano di avere ragione e si dannano per dimostrarlo quando è del tutto evidente che nessuno ce l’ha e allo stesso tempo tutti ce l’hanno.
    semplicmente si tratta di culture, politiche e non, fra loro incompatiili e che sempre tali resteranno.
    forse è venuto il momento di considerare il fatto che anche le culture dei sentimenti e delle necessità interiori ci dividono allo stesso modo.
    e che sempre ci divideranno.


  12. per quella che è la mia esperienza dell’amicizia, dove e finché c’è margine per il dialogo tutto viene detto.

    E, sempre per quella che è la mia esperienza, leggendo Francesco mi viene da dire che: o c’è amicizia, o ci sono prescrizioni, giudizi, terapie e confessioni.


  13. @Francesco: Questa tendenza indubbiamente esiste. Quando questo avviene, l’altro non è che uno strumento per affermare se stessi. Il che, in fondo, è un prodotto della cultura dominante.
    Ma ti rimando all’ultimo commento di Laura, che secondo me è molto centrato.


  14. in generale a me pare un po’ farlocca questa distinzione fra amico e terapeuta o confessore etc.
    tanto quanto quella, molto in voga ora, fra tecnico e politico.
    e così come alla fine il presunto governo “tecnico” è molto più politico (per certi versi anche in senso buono) di quelli che l’hanno preceduto allo stesso modo alla fine il terapeuta (definizione che io estenderei a qualsiasi medico che si occupi di qualsiasi cosa) è anch’egli un essere umano e credo che nessuno possa negare che la qualità della relazione con lui o lei incida, e anche parecchio, sull’efficacia della cura.
    e questo a prescindere da quale medicina ci viene prescritta.


  15. Ti pare “farlocca” (parola per me nuova!) nel senso che non la vedi o che non la auspichi?

    Io penso che qualsiasi competenza (medica, tecnica, politica) non possa che andare a vantaggio di chi ne usufruisce, paziente, cittadino, elettore, utente ecc). Si tratta di competenze professionali. Idealmente, queste dovrebbero essere unite a quelle umane, e accade che lo siano. Ma questa non è amicizia. L’empatia professionale, la sensibilità umana e la preparazione non sono amicizia, e non devono neanche esserlo. Incidono, certo, sulla qualità della relazione, ma l’amicizia è altro, l’amicizia è esserci, magari impreparati e incompetenti, ma esserci.


  16. anche wordpress mi sembra un po’ farlocco, visto che per ben due volte mi ha impedito di linkare questo:

    http://unaparolaalgiorno.it/significato/F/farlocco.htm

    vediamo se stavolta ci riesco e se riesco a linkare pure questo:

    http://it.wiktionary.org/wiki/farlocco


  17. Maestro, voi siete invero un pozzo di scienza.


  18. L’ascolto può anche essere indipendente dal consiglio anzi, io preferisco ricevere ascolto ma non consigli. Costruisco le mie relazioni di amicizia, mi riferisco a quelle più intense, sul patto del libero scambio. Oggi tu, domani io: ci si racconta i propri modi di vivere, nelle piccole cose di tutti i giorni e nelle situazioni più complicate.
    Ogni persona arriva a conclusioni o ad elaborazioni che sono valide soggettivamente ma è raro lo siano anche per gli altri: chi dispensa consigli di solito se lo dimentica.
    Sono più interessata al percorso che non alle soluzioni, se esistono le soluzioni, dato che uno può essere perfettamente felice in un contesto scelto e raggiunto per sé che, per un altro, sarebbe una prigione ed uno scappare da se stesso. Raccontami come ci sei arrivato o per dove stai passando; ascoltandoti può darsi che io rintracci anche per me un cammino o ne scelga uno completamente opposto.
    Per ascoltare, secondo me, servono empatia e desiderio vero di conoscere l’altro, indipendentemente dal fatto che si possieda tanta pratica o solo pura teoria. Ed è necessaria anche, per le mie esigenze, la capacità di accettare la diversità.
    Quando sento la frase: “devi cambiare, non pensavo fossi così, mi hai deluso”, capisco che l’amico non mi ha mai ascoltato veramente.
    Il confine tra un consiglio dato con sensibilità e buon senso e la richiesta di diventare diversi da sé, attraverso la somministrazione di dosi concentrate di “dovresti fare questo, quello e pure quell’altro, dai retta a me” è molto sottile: mi sembra più importante chiedere alle persone con cui ho stretti vincoli di amicizia onestà intellettuale e reciproco, non mediato, scambio di vita che non dare o ricevere verità assolute o presunte tali.


  19. @Rosaverde: Il “consiglio” dell’amico in questi casi non ha infatti nessun valore in sè. Uno lo ascolta, ma naturalmente non lo segue. Perchè la mia verità non è la tua, la mia soluzione non è la tua. Ma ha un valore lo stesso, è la testimonianza di altro, di una vicinanza e di un ascolto.

    Concordo con te quindi, e anche su fatto che non serve avere esperienza personale della situazione dell’altro, anzi a volte si rischia di proiettare se stessi nell’altro. Non ho mai capito, neanche in un contesto professionale, quelli secondo i quali ad esempio le persone che vivono in celibato non possono essere esperti di terapia di coppia: io non ci vedo nessuna contraddizione, casomai vantaggi. Sarebbe come dire che, per stare vicini con competenza a persone con malattie terminali, si debba essere morti e risorti noi stessi.


  20. bella quest’ultima frase, sembra una canzone di Elio e le storie tese, mio cuggino mi ha detto che una volta da bambino è morto…

    a parte gli scherzi:
    il nostro principale difetto è la drasticità.
    dovremo sbarazzarcene una volta per sempre, è qualcosa che inquina le menti e di conseguenza le relazioni.
    dovremo essere tutti giunchi e per di più amorosi.
    pieghiamoci amorosamente, spossessiamoci amorosamente dai.
    forse solo in questo modo si può accogliere l’altro senza pre-condizioni, senza stabilire a priori cos’è amicizia e cosa no, cosa è amore e cosa no, cosa è desiderio e cosa no, cosa è morale e cosa no, cosa è identità e cosa no, etc etc.
    anche drastico lasciamo che sia solo il cognome di un personaggio di Albanese.
    amen.


  21. @Francesco: “Giunchi amorosi” mi piace molto.

    Non so se siamo drastici, anzi penso che un po’ di rigore (non drasticità) a volte non faccia male, nelle relazioni e nei confronti di noi stessi.
    Io penso che la cosa che più conta sia l’atteggiamento di fondo, che dev’essere di accoglienza. Rigore verso se stessi e accoglienza verso l’altro, non sarebbe bellissimo?


  22. no.
    accoglienza verso entrambi.


  23. Partiamo innanzitutto sgombrando il campo da fraintendimenti di sorta: chi è amico? Quanti sono gli amici, ovvero quelle persone di cui, per il resto dell’esistenza, da quando le abbiamo incontrate, non possiamo scordare nome e volto e voce? Non stiamo a contarle. Sappiamo che sono poche.

    L’amicizia va indubbiamente coltivata, ma non necessariamente nell’assiduità, quanto nella qualità degli incontri. L’amico è quello che incontriamo la sera al bar o colui di cui riconosciamo il destino?

    Un destino condiviso nella forma di due vite differenti?
    Entrambe le cose possono essere la stessa.

    Fra gli amici che si parlano, con tutto ciò che questo può significare, si attualizza il con-prendere; il prendere insieme. Che non sempre è capirsi ma, realizzare il dato del debito. Ci accorgiamo della differenza tra una persona con cui possiamo avere un rapporto di consuetudine, anche fatto di confidenze, da un amico, dal fatto che apprestandoci a quest’ultimo riconosciamo lo stato d’animo di debitori. Qualcosa di sovra personale aleggia su di noi.

    Ci lega e ci rende liberi insieme..

    Il consiglio più prezioso di un amico è il suo perdurare silenzioso accanto a noi. Ovunque egli sia.

    La realtà del’amicizia è plastica. Ci si possono fare domande sull’amicizia che ci lega ad una persona. Questa domanda sembra avere la sua adeguata risposta, non nello scontornare, quindi nel delimitare, quanto nella narrazione.

    Diversamente mi sembra si creino i presupposti per uscire dalla realtà. Ci si domanda su cosa si fonda un amicizia, se i ruoli che in essa di volta in volta si incarnano, appaiono come il sopravanzare in un territorio in cui si sa di non essere completamente soli. Credo che perfino nelle forme più misurate e quotidiane di questa realtà, ci si trovi di fronte al limite, alla dimensione della sua urgenza.

    Cosa troviamo nel consiglio, nell’ausilio, nella condivisione? Il senso dell’amicizia: ovvero la forza.

    Sono assolutista. Se c’è stato un tempo in cui si è stati amici e oggi non lo si è più allora non lo si è mai stati.
    Ci si è piaciuti, magari si è andati d’accordo, ma cos’ha a che fare questo con l’amicizia? Condizionare l’amicizia alla presenza e al tempo è come addomesticarla. Amici lo si può restare nel silenzio e nella lontananza più assoluti. Il torto può creare questo stato di cose, ma non è detto che ponga fine ad un amicizia, quanto il determinarne una particolare condizione.
    L’amicalità è una disposizione d’animo che ci è connaturata.
    L’incomprensione di questa disposizione d’animo può essere il presupposto della fine di un amicizia (si può fare, giacché tutto si può fare), in cui si è pronti a voltarsi dall’altra parte sulla base del ragionamento. Di una razionalità che pesa ruoli e rapporti. Si fa della persona amica un “esso”, come suggerisce la padrona di casa, escludendosi dal dono di una pienezza mai colma, e diventando gli automi del proprio raziocinio. Quello forse, sarà il momento in cui si avrà oltrepassato il limite oltre il quale non si potrà più apprezzare il consiglio di un amico.


  24. @Francesco: Aggiudicato!

    @Mauro: Non ho altro da aggiungere a quel perdurare silenzioso.


  25. omaggio a un non drastico:

    A GLI OCHI DLA CHECA
    di Tonino Guerra

    Quand ch’a faséva i palunzéin me nès
    e ch’a tiréva la còuda mé gatt,
    a s’era pécal, mo pécal da fatt
    che a préima vésta t’a m’un févi chès.

    Mo una matéina am so séntéi d’es grand,
    ò guèrs in zéir e pu a i ò ciap la porta:
    – Sta vòlta a vag, a vag par la mi sorta
    e s-ciao a tòtt, e basta sa sti cmand. –

    ‘D fura da chèsa a gli ochi a ‘l m’à piséu!
    e alòura dri ch’a vléva spavéntèli;
    mo lòu a s’volta ad bòtt e al slèrga a gli èli
    e mè, sa vléiv ch’a faza? A i ò pianzéu.


  26. Ho provato persino google translator, ma niente.


  27. “Se c’è stato un tempo in cui si è stati amici e oggi non lo si è più allora non lo si è mai stati”

    E che succede quando lo si scopre perché, ahimè, capita? Si tiene ciò che di bello del succedaneo di amicizia c’è stato, ci si saluta senza più rivedersi, si mantiene un rapporto di facciata che è impossibile non percepire diverso dopo aver capito, si lascia correre sperando in uno di quei rari incontri di cui non ci si scorda nome volto e voce?

    Si, per favore: traduzione. Con un po’ di fantasia e di dialetto lombardo qualche parola la capisco ma non basta.


  28. @Rosaverde: Direi la prima che hai detto: è come il maiale, non si butta via nulla.


  29. Saper ascoltare è una qualità innata, e non dipende dal grado di amicizia con l’altra persona: chi sa ascoltare, lo fa anche nei confronti di persone conosciute occasionalmente; lo fa forse per una predisposizione all’empatia con l’altro. Può capitare che questa predisposizione si accompagni ad una situazione interiore irrisolta, complicata (anche se non sempre è così!) – forse ne è una conseguenza: come dire, mi apro spontaneamente verso l’altro perchè se mi volto verso l’interno non so come affrontare i nodi e lecomplicazioni che ne emergono. Ovviamente non tutti quelli che hanno situazioni interiori irrisolte reagiscono così, o sono in grado di farlo. Di certo, chi invece sa ascoltare sa essere anche un buon amico e un incontro proficuo.


  30. LE OCHE DELLA FRANCESCA

    Quando mi colavano le bolle dal naso a palloncino
    e tiravo la coda al mio gatto
    ero così piccolo, piccolo di fatto (?)
    che a prima vista nessuno mi faceva caso.

    Così una mattina che mi sono sentito grande
    ho guardato in giro e ho preso la porta
    “stavolta vado, vado per la mia sorte,
    e ciao a tutti e basta con questi ordini!”

    Fuori dalla chiesa le oche mi sorpresero (?)
    e allora io dietro a spaventarle
    ma loro si voltano di botto e allaragano le ali
    e io, che volevi che facessi, mi son messo a piangere.

    (traduzione mia, probabilmente assai imprecisa, i romagnoli sono invitati a correggere)

    e comunque, come ha detto un altro non drastico che ha avuto il buon gusto di ritirarsi e di fare il suo ultimo concerto lunedì non lontano da una certa riunione di blogger ed ex-blogger (più altri) frequentatori di questo blog:

    “Parole incomprensibili siano le benvenute così affascinanti
    così consolanti… Non è nemmeno umiliante non capirle anzi così riposante”


  31. @Tania: È interessante quello che dici sulla correlazione tra capacità di ascolto e situazione interiore “irrisolta” – è molto in linea con la mia ipotesi. Neanch’io credo che questo avvenga in tutti i casi, ma solo dove c’è, di fondo, una predisposizione innata all’ascolto. Di certo, questo è un ascolto diverso, diciamo trasversale, non identico a nè a quello professionale nè a quello dell’amico. È però una delle domande del post.

    @Francesco: Il romagnolo per me è arabo, non ci avrei capito una parola (ad esempio, “piseu”: io chissà che mi credevo).

    Fossati, pensa che io io l’ho conosciuto attraverso te. Ha una capacità unica di centrare certi stati d’animo. Si chiama bravura? Sensibilità? Comunque, “centra”.


  32. proviamo a guardare al silenzio anche come ad una forma di autodifesa, se le parole vengono maneggiate ed usate come armi. Alla fine quello che si impone e dirime negli affetti è il sentire, che delle parole può benissimo fare a meno.


  33. poi non capisco la distinzione tra chi ha situazioni complicate e chi risolte. Spesso si tratta delle stesse persone, che hanno deciso di farsi le bucce e tentare di risolvere le proprie situazioni complicate, in maniera che pensare definitiva sarebbe folle.
    Altrimenti si parla di monoliti che han sempre avuto paura di guardarsi dentro, e per fortuna ne conosco pochi perché quelli sì che non sarebbero in grado di ascoltare.


  34. ad ogni modo gli affetti non si fanno ridurre alla teoria, ribadisco. Meno che mai affidata alla comunicazione estemporanea e autonarrativa di un blog.


  35. @Laura: Certo che il silenzio può essere una forma di autodifesa. Lo dico nella mia prima risposta a Enrico, e può esserlo anche in altri sensi.

    E assolutamente sì, il sentire può fare a meno delle parole. Ci si può “essere” in silenzio. La distinzione non era tra parole e silenzio, ma tra dire ti ascolto e dire non capisco, tra accogliere e tirarsi indietro.

    La distinzione tra situazioni risolte e non risolte infatti è artificiosa. È un espediente narrativo, che parte dall’impressione, del tutto soggettiva, che io a volte ho avuto. Si tratta, più che delle situazioni in sè, dell’atteggiamento nei riguardi di esse. Io credo che “le bucce” siamo in tanti a farcele. Magari esistono più modi, alcuni più riconosciuti ed altri meno.

    Concordo anche sull’ultimo punto: gli affetti, o ci sono o non ci sono. Mi pare che sia quello che si è detto finora, perlomeno i più tra quelli che sono intervenuti, certamente io.


  36. la difesa di alla risposta ad Enrico è cosa ben diversa da quella cui mi riferivo e mi sembra chiaro.
    Questo appunto intendo come uso delle parole da cui viene istintivo difendersi: quando una cosa detta viene dall’altro non accolta e capita, ma usata per riaffermare la sua visione. E questo (che sia fatto consapevolmente o no, quello è il problema “delle bucce”) è la negazione del dialogo, dell’ascolto, dell’accoglienza e in primis del riconoscimento dell’altro.


  37. Quello che a me sembra chiaro è che a questo punto, qualsiasi cosa io dica tranne “hai ragione” verrebbe usata contro di me.

    Comunque, oserei dire che, se le parole sono armi, il silenzio è l’arma più potente.


  38. ma come si fa a parlare di dialogo, ascolto e accoglienza quando a priori si distingue fra “risolti” e “non risolti”?
    ma chi l’ha trovata la soluzione a questo teorema?
    e dove sta scritta?
    me lo si dica così mi risolvo anch’io…


  39. @Proet@barboon: Benvenuto/a qui. Il linguaggio che usiamo è un po’ logoro (parlo soprattutto per me). Bisognerebbe “risolversi” a uscire da certe categorie, ma in qualche modo pare che non ne abbiamo altre.
    Se ti può essere di conforto, sappi che io ho “risolto” ben poco. Però mi faccio delle domande, anche se non ho risposte certe. Da qui il post, e anche il blog, in un certo senso.


  40. ma no, non credo proprio sia mancanza di empatia, penso invece che chi ha lavorato, faticato tanto su stesso, individuato una strada, sappia che ciascuno debba trovare la propria e che non ci sono consigli da dare agli altri, se non l’ascolto e la vicinanza sincera.



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: