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Gli stormi

2 marzo 2012

Erano usciti dalla stanza tenendosi per mano, cercando di non guardarsi, di mettere un piede dietro l’altro, fare un passo e poi ancora uno, di ritrovare l’altro equilibrio, l’altra gravità. Andavano verso il punto indistinto nel quale avrebbero dovuto separarsi. Non c’era altro da dire se non il lusso del silenzio che non potevano mai permettersi, e lo sparsero intorno a sé in uno scialo di minuti, effimero, limitato. Si sforzarono di tornare ad essere, l’uno per l’altra, inafferrabili. 

 

Dal dedalo di viuzze strette uscirono ai volumi misurati della grande piazza, una grande vasca di marmo da attraversare trattenendo il respiro. Era l’ora del tramonto, il tramonto di una giornata che era stata di sole e di fine inverno e stava sfumando nella sera e poi in molte sere e molte notti. La facciata della chiesa le ricordava lontanissime interrogazioni di storia dell’arte, vecchissime conversazioni sui sonetti di Poliziano. Ricordò di averla suggerita ad un uomo per la copertina di un libro, e citata poi come esempio di armonia numerica ad un altro uomo, per una sua lezione sulla bellezza. Tutto questo le appariva ora molto lontano, accaduto ad un’altra. Lei era, infatti,  un’altra. Non c’erano più filtri letterari o estetici a salvarla: li aveva lasciati nella stanza di quell’albergo, davanti al quale era passata ogni mattina da ragazzina per andare a scuola, chiedendosi cosa mai ci fosse in cima a quelle scale ripide e buie. Adesso lo sapeva: in cima, c’era un corridoio con tante porte, e dietro una di queste c’era un letto con un solo cuscino, dove si poteva affondare il capo per qualche ora, e riposare l’affanno. C’era la forma perfetta delle mani di lui e il suo sguardo sgomento, un pavimento gelato e corpi che si scaldavano l’uno all’altro disperatamente. C’erano impronte vuote da riempire sulle lenzuola, la testa poggiata sul cuore e lacrime su labbra assetate. C’era una donna in piedi davanti a una finestra, e un uomo che la guardava. C’era un ritaglio di spazio azzurro e c’era il tempo finito, quello assassino degli orologi e dei cellulari e degli orari. 

 

“Guarda” disse lei indicandogli il cielo già indaco dietro la chiesa. Allora lui alzò gli occhi e vide gli stormi. Centinaia di uccelli in volo si staccavano dai grossi cipressi secolari come chicchi da grappoli, vivi e brulicanti d’ali prendevano il cielo, solcandolo in sempre nuove formazioni, cunei, nastri mobili, onde, strati, veli di volo in continuo movimento e infinite, mobili geometrie, sipari. Lui non disse nulla, ma rallentò il passo. Lei pensò allora agli aruspici etruschi e si chiese quale presagio vi avrebbero visto, quale auspicio in quello sciame d’ali in un cielo venato. Quale evo avrebbero previsto, quale destino? Quello luminoso dell’attesa, del lungo volo, del non opporre resistenza e lasciarsi andare, seguendo le correnti, affidandosi a inaudite leggerezze e sfruttando la forza delle correnti propizie? Oppure il volo sinistro degli stormi neri dai neri cipressi nell’ultima  luce indicava il contrario? E poteva esserci un contrario?

 

Lui le strinse la mano con forza leggera, abbagliante e incandescente come un lampo. Accecati, condivisero il loro impalpabile viatico: il dono inestimabile dell’istante.

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4 commenti

  1. Lo rileggerò con più attenzione, per il momento mi sono beato dello scorrere delle parole. Brava davvero.


  2. Grazie Enrico, sei molto gentile.


  3. il dono inestimabile dell’istante – in fondo, è la cosa più importante che abbiamo, e quella che capiamo di meno….se ci riuscissimo, insieme alla vertigine del vuoto, avvertiremmo la pienezza di esistere.


  4. @Animapunk: È esattamente quella vertigine e quella pienezza che ho cercato di descrivere. La capacità di sentirla è un dono di cui dobbiamo essere grati, anche se è un dono strano, perchè si paga.



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