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Sì, viaggiare

28 febbraio 2012

Credo non esista cura migliore, per colei che dovesse sentirsi malinconicamente abbattuta alla prospettiva imminente di lasciare per l’ennesima volta il proprio paese, che transitare per l’aereoporto di Fiumicino.

L’aereo parte alle 10.30. Alle 8.30, con amplissimo margine di anticipo quindi, io e mia figlia scendiamo dal Leonardo Express (14 euro a testa per mezz’ora di viaggio, cioè un prezzo norvegese, e infatti la carrozza era una sauna). “Domenica mattina”, penso: saranno in pochi ad essere in partenza. Il terminal, invece, è un formicaio. L’usanza, pratica, nordeuropea, protestante e pragmatica, delle macchinette automatiche per il check in, o – inaudita novità- del check in elettronico fatto online o con l’Iphone sembra non essersi estesa a queste latitudini, fatta eccezione per alcune macchinette teutoniche della Lufthansa, che però devono essere guaste, perchè non le usa nessuno.

Mi chiedo se, con tanto anticipo, sarà già possibile fare il check in. Non solo è possibile, ma c’è già una lunga coda di norvegesi taciturni, donne bambini lattanti che si chiedono perchè ancora esistano certe cose. Dietro il banco, imperturbabili, due signorine in uniforme evitano accuratamente il contatto oculare coi passeggeri in coda, digitando senza fine chissà quali arcani codici. Dribblo elegantemente due coppie di norvegesi della specie odiosa, rara ma particolarmente malefica, di quelli che all’estero si trasformano e cercano di passare avanti in coda: in me hanno trovato la persona sbagliata, basta uno sguardo e indietreggiano come vampiri davanti alla treccia d’aglio.

Faticosamente, giunge il nostro turno. La signorina non alza gli occhi, esamina scettica il nostro passaporto, digita. Ed ecco che puntualmente si inceppa la stampante delle etichette per il bagaglio. La signorina tenta di cambiare il rotolo. Inspiegabilmente, so con certezza che non ci riuscirà, almeno non con quelle unghie. Infatti. Le rimane un dito impigliato, si fa male, impreca. Fa una serie di  inani, estenuanti tentativi con una penna bic, che causano grande ilarità nella coda alle mie spalle,  poi si arrende: è giunto il momento della telefonata. Io mi chiedo chi sia il destinatario di queste telefonate, che per motivi sempre diversi sembrano essere non solo necessarie ma inevitabili, solo qui, mai da nessun’altra parte al mondo. Chi sia, questo/a signor/a Amò a cui le signorine telefonano. “Amò, s’è rirotta ‘a stampante”. Amò promette di venire in soccorso, ma non si sa quando. Per tutto il tempo, non un contatto ottico con me passaggero in coda, non una spiegazione (non aspiro a sorrisi). Nel frattempo, occorre chiedere alla collega di stampare la striscia in questione, operazione che richiede una decina di minuti abbondanti. I norvegesi, pazienti come bovi, aspettano. Io non ho pace finchè non vedo fissata la striscia giusta sulla mia valigia in partenza: già una volta m’è rimasta a Fiumicino. E conteneva, allora, un bel pezzo di cinghiale toscano fresco.

Appena vedo sparire la valigia sul nastro, ci affrettiamo al Security Check. Il serpente umano che riempie il locale è chilometrico. Mostriamo la sudata carta d’imbarco, e ci accodiamo al serpente. Passano i minuti, non si muove quasi. Recito mantra, ho caldo, respiro aria viziata. Davanti a noi, un gruppo di ragazzine fruga disperatamente nel bagaglio a mano alla ricerca dell’ultimo lip gloss e dell’ultima bottiglietta di profumo da tirar fuori. Si può star certi che suoneranno come sveglie al metal detector, piene come sono di medagliette, cinture, tacchi metallici, speroni, piercing, manette. Qualcuno apparentemente ancora non sa che bisogna tirar fuori i computer dalle borse e togliersi le cinture. Qualcuno ancora non sa che non si possono portare tubi di dentifricio formato famiglia. L’unica cosa che mi consola è che a Fiumicino finora non hanno mai fatto togliere le scarpe: ho i miei scarponi con le stringhe, e siccome tendono a slacciarsi ci ho fatto un doppio nodo.

È giunto il nostro turno, finalmente.  Mentre sto togliendomi la cintura, scopro che – per motivi del tutto incomprensibili, e probabilmente del tutto arbitrari – bisogna mostrare di nuovo la carta d’imbarco. Che ho in borsa. Contemporaneamente dunque, mi ritrovo a: togliermi la cintura, togliermi il cappotto, togliermi la sciarpa, tirar fuori la carta d’imbarco mentre intimo a mia figlia di fare altrettanto e reggerla tra i denti (la carta) mentre poso la borsa sul nastro e la valigetta e il mascara e la crema per le mani, finchè un tizio in uniforme mi intima lapidario: “Le scarpe!” e devo cominciare a sciogliere nodi secchi. Guardo i piedi di mia figlia: anche lei, neanche a farlo apposta, indossa stivaloni con le stringhe.

Adoro Fiumicino.

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14 commenti

  1. Io non viaggio fisicamente tanto e queste cose non posso saperle, ma mi è piaciuta da morire la tua descrizione e pur con tutte le disgrazie del caso Fiumicino trovo che sia bellisssima.


  2. @m: Che gradita visita! Ti ringrazio molto. 🙂


  3. Benscappata.

    (PS: Fiumicino mi manca. Roma via treno, sempre più convinta.)


  4. @Rosaverde: E l’unico motivo per cui non ho ancora scritto un post avvelenato sull’aeroporto di Firenze è che quello NON è un aeroporto, ma un finto aeroporto, dal quale A VOLTE decollano aerei. Non sempre.

    Ma forse un giorno scriverò una lode del mio preferito, Copenaghen.


  5. io ormai non ci faccio più caso, è come quando mi tocca andare alla posta o in qualche ufficio della pubblica amministrazione, mi preparo spiritualmente e vado incontro alla battaglia 😉


  6. ehhh fiumicino…. mitico. la prossima volta, prendi i pullman di terravision, partono dalla stazione termini lato via marsala, paghi 4 euro (quattro) se fai il biglietto online e 6 se lo fai lì, in mezz’ora ti portano a fiumicino 😉


  7. @Zefirina: Se uno deve viverci, è sicuramente l’atteggiamento migliore: l’atarassia stoica. È che vivendo all’estero si perde l’allenamento.

    @Animapunk: Grazie del consiglio. E io che volevo supportare il traffico su rotaia…


  8. Qui a Londra e’ molto peggio. Dopo averti fatto togliere giacca, scarpe, cintura, ecc. iniziano pure a palparti, convinti di chissa’ che cosa uno nasconda nell’inguine (all natural, dico sempre, ma mi guardano male e continuano ad accertarsi di persona). Poi ti fanno aprire comunque il bagaglio a mano.

    I pullman Terravision sono economici, per carita’. Pero’, l’ultima volta che l’ho preso, uno (sicuramente un inglese, dato che sono soliti usare l’aereoporto per riempirsi di ogni tipo di alcol in commercio) nel viaggio precedente aveva vomitato, e il suo vomito credo non sia stato pulito fino al giorno dopo. L’odore lo ricordo ancora adesso. Da allora, sempre treno.


  9. @Fabio: Ma veramente gli dici “all natural”? 😀
    Se può consolarti, palpeggiano anche qui, a me poi toccano sempre i controlli random, anche se non suona il metal detector mi palpeggiano lo stesso. A Roma ancora questo non lo fanno, ma aspetta e vedrai.

    Il bagaglio a mano è la fissazione dei norvegesi. Una volta uno era convinto che la mia moka fosse un oggetto metallico non identificato = una bomba.

    Per evitare l’odore del vomito pago volentieri 14 euro.


  10. argh. vabbè. anche se pure trenitalia…. lì va per la maggiore l’odore di bagno sporco…..


  11. @Animapunk: ah, l’odore di pipì di Trenitalia… home sweet home…
    😉


  12. Senti, come sai non sono un fan sfegatato di Fiumicino, ma i fini conoscitori del luogo sanno che il vero problema a FCO è il ritiro dei bagagli. Ci passo spesso e, se non fosse per il ritiro, quasi mai mi è capitato di avere odissee simili (a parte il fatto che il check-in è gestito direttamente dalle compagnie e non dall’aeroporto).

    In compenso, ben pochi aeroporti mi sembrano luoghi di delizie. Al security di NY per una moka probabilmente vieni direttamente portato via in catene, a LA non c’è nemmeno una metro che ci arrivi, a Calgary avevo perso la carta di credito e l’assistenza viaggiatori, lungi dal farmi telefonare (numero verde) da un telefono di servizio, mi ha detto di chiamare dai telefoni a monetine…


  13. Mah, guarda Rob, facendo tutti gli scongiuri del caso, io a Fiumicino i bagagli li ho sempre riavuti tutti e abbastanza rapidamente, anche se mi sono state riferite cose agghiaccianti.

    In compenso, concordo con te che c’è di peggio, e specialmente gli aeroporti americani sono luoghi orridi dove te ne fanno di tutti i colori, completamente paranoici come sono, A cominciare dal fatto che, se sei con un uomo, si rivolgono sempre e comunque a lui chiedendo cose su di te, lo chiamano “dad” e ti chiamano “mum”, orrori simili. A NY per poco non ci arrestano perché qualcuno aveva sbagliato una lettera del cognome di mia figlia e credevano l’avessimo rapita. Per fortuna l’officer era italiano e lei gli ha potuto spiegare che ero veramente sua madre (tra i due, non so chi parlava meglio l’italiano, ma insomma si sono capiti). E che dire di Tampa, dove ti fanno passare da una specie di tunnel effetto Marilyn che ti alza le sottane, per vedere se nascondi bombe?

    L’aereoporto più bello e cordiale dove sono capitata io è quello di Bangkok, seguito – in Europa – da Copenaghen.


  14. Fidati che a Venezia la situazione non è granchè migliore…!! Ho viaggiato spesso per lavoro in Germania e la situazione non è neanche paragonabile, per quanto le file si creino anche lì, certo. Però il pensiero di andare in vacanza mi fa sopportare anche l’angoscia dell’aeroporto. Tutta un’altra faccenda quando viaggi per lavoro invece, lì sì che lo stress sale a livelli inarrestabili…



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