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Albe

7 dicembre 2011

Arrivi all’alba.

Torbida ho ceduto

ad un sonno fangoso che tu sciogli.

Ciclicamente cieca come anguilla

dal fondo alla tua luce emergo muta

e probabile tu, palpabile

mi abbagli rossa d’azzurro

schiarisci

lucido latte lucente

i miei recessi.

 

Mi decanti.

 

All’alba parti.

Ti accompagno scalza sui frantumi

delle mie ossa di vetro tagliente

alla porta dolente che ti ingoia

un idolo che adoro inginocchiata

sopra chicchi di buio

coagulato in avorio.

Arida partorisco

gemelle

la mia e la tua

solezza.

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4 commenti

  1. a me la parola solezza spaventa ma piace anche tanto.
    come trovarsi davanti a un altare sacrificale in pietra e oro: ti fa orrore e ti affascina al contempo.

    era molto che non leggevo una tua poesia e questa non farà altro che rallentare i miei ritmi produttivi, che non sono inariditi, ma solo in letargica attesa.

    ti meriti una bviosce 😉


  2. Gvazie cavo Henvy.

    (Solezza, appunto, perché non è solitudine.)

    Tu, invece, sì che devi devi produrre! Produci! Scuotiti dal letargo!
    🙂


  3. Bella!

    ma, perché generi “solezze”?
    Posso capire che le possa creare una scelta individuale a non percorrere una strada insieme all’altra persona, ma qui leggo un distacco non voluto, ognuno la “solezza” se la trascina addosso.
    E quella porta dolente, che l’ho immaginata trasparente, una volta chiusa, diventa specchio da entrambe le parti. Ghigliottina dalla lama lucida…

    eh…


  4. Bentornato Mucca! Lo so che ci sei, e pascoli nell’ombra…

    Apprezzo molto che tu commenti le mie poesie. A parte il collega Henry, non lo fa nessuno, per vari motivi, che rispetto e comprendo. Ma il fatto che qualcuno lo faccia mi fa (si può dire?) contenta.

    Il personaggio femminile (tu dici “tu”, ma non è detto che sia “io”) partorisce, non genera, la condizione dell’essere soli, la propria e quella dell’altro. Identiche. La solezza non è il frutto di una scelta ma una connotazione esistenziale, della persona, che è la propria storia e il proprio destino. Diciamo che l’incontro tra queste due persone evidenzia, dà alla luce, questa condizione, ma non la crea.

    La porta ghigliottina… ti ingaggio per la grafica della prossima poesia?

    Eh…



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