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Dissolta

27 novembre 2011

E sembrò che ella fosse come il mare, non altro che cupe onde che si elevavano e gonfiavano in un grande ondeggiamento, finchè lentamente tutta la tenebra che era in lei si mise in moto e divenne un oceano che rotolava la sua massa oscura e silenziosa. E in fondo, dentro di lei, gli abissi si dividevano e rotolavano separatamente, in lunghe onde che fuggivano lontano, e sempre, in ciò che era in lei di più vivo, le profondità di dividevano e rotolavano separatamente, dal centro di quel molle sprofondare, a mano a mano che il mistero avanzava toccandola più nell’intimo, più in basso; ed ella era sempre più, sempre più profondamente dischiusa, e, più pesanti, le onde andavano rotolando verso qualche spiaggia remota, lasciandola scoperta; e più intimamente la penetrava l’ignoto sensibile, e più lontano rotolavano le onde, lontano da lei, abbandonandola, finchè, d’un tratto, in un dolce fremito convulso, il vivo di tutto il suo plasma fu toccato. Ella si seppe toccata; tutto fu consumato ed ella dissolta. Dissolta; non esisteva più, ed era nata: donna.

 

David Herbert Lawrence, “L’amante di Lady Chatterley”

 

Non capisco come ha fatto un uomo a scrivere una cosa così.

 

 

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33 commenti

  1. Che splendida citazione: bellissimo testo, affascinante.

    In che senso “come ha fatto un uomo”? che cosa intendi?


  2. Intendo: come avrà fatto un uomo a descrivere con tanta sensibilità e precisione delle sensazioni (anche) fisiche che non può aver provato allo stesso modo?
    Io quel libro vorrei che l’avesse scritto una donna.


  3. alle volte quando leggo qualche amato autore israeliano me lo chiedo anche io, m come diamine fanno


  4. @Zefirina: Io conosco solo Grossmann, e ne ho grande ammirazione, tu chi mi consigli?

    Da uno scrittore bravo ci si aspetta che sappia immedesimarsi in ognuno dei personaggi che descrive, quindi non è questo a stupirmi. È, piuttosto, la descrizione tanto calzante di certe sensazioni, che per forza di cose non può presupporre un’esperienza diretta da parte di chi scrive.

    Devo dire che in nessuno scrittore, e mai come in questo libro, ho trovato rappresentati aspetti della sessualità femminile in modo così empatico e preciso. Nonostante i riferimenti socioculturali siano ben diversi da quelli odierni.

    Ma non poi così diversi.


  5. guarda che anche gli uomini, in quella situazione lì, provano – magari in un altro senso – una sensazione di dissolvimento…


  6. @Francesco: Probabile. Tuttavia, io non sarei stata in grado di descriverlo. Proprio per via di quell'”altro senso”, che per me resta oscuro.


  7. propendo per l’ipotesi di una scrittura a 4 mani.


  8. @Laura: Come ho fatto a non pensarci prima?? Dev’essere per forza così.
    Potremmo essere sulle tracce di una scoperta che rivoluzionerà la storia della letteratura inglese – quattro mani nella migliore delle ipotesi, ghost writer nella peggiore…

    🙂


  9. mi viene in mente una battuta da un libro di woody allen: “shakespeare: era in realtà 4 donne?”


  10. 😀


  11. 4 mani mi sembra eccessivo.
    tutti gli scrittori si documentano su ciò che non vivono direttamente.
    e anche le scrittrici, credo.
    Salgari scrisse della Malesia senza essersi mai mosso da Torino.


  12. @Francesco: Non so come mai, ma questa storia degli scrittori che si documentano mi ha fatto molto ridere.

    (Mi pare, comunque, che tra descrivere la Malesia e quell’altra cosa la differenza sia notevole.)


  13. non capisco che c’è da ridere.
    a scrivere di sé stessi son buoni tutti o quasi.
    gli altri sono gli scrittori.


  14. Francesco, se non ti fa ridere non ti fa ridere, è inutile spiegare. Mi devi scusare, ma io già a scuola avevo questo problema della ridarella, Laura può testimoniare.


  15. testimonio, testimonio…io non ho riso ma cercavo le parole per esprimere lo stesso concetto di Arte, la differenza tra descrivere un viaggio esterno o interno anche secondo me c’è.


  16. non mi piace questo rimarcare differenze e confini, lo trovo riduttivo e anche un po’ conservatore, come del resto tutto il “pensiero di genere” che, come è noto, mi procura l’orticaria.
    trovo entusiasmante invece l’idea dei viaggi immaginari, sia esterni che interni.
    la vita miserrima di Salgari, che vi invito a conoscere, è anche una testimonianza di come si possa pure vivere e sopravvivere viaggiando con la fantasia e permettendo a tanti altri di farlo.
    rompere i confini, superarli, è anche questo desiderio che muove molte esperienze o fantasie omosessuali, sia maschili che femminili, io francamente lo trovo un percorso di conoscenza e di esperienza, uno dei tanti che alla fine ci rendono liberi dall’ignoranza.


  17. il pensiero di genere non è necessariamente un pensiero che rimarca la differenza (salvo appunto le correnti di pensiero della differenza). Per come la vedo io si tratta di indagare la differenza, per conoscerla – non potendo negare che esista.
    Per il resto Francesco, io sono assolutamente d’accordo con quello che scrivi nel tuo commento.


  18. @Francesco: Rompere i confini, anzi direi superarli, significa superare le differenze. Qui, con me, sfondi una porta aperta. Ma superarle presuppone il riconoscere la loro esistenza. Dopodichè uno le supera.


  19. beh, non mi pare ci voglia così tanto a riconoscere le differenze: io Tarzan tu Jane…


  20. No, tu Tarzan io Cheeta! :))


  21. E sembrò che ella fosse come il mare, non altro che cupe onde che si elevavano e gonfiavano in un grande ondeggiamento, finchè lentamente tutta la tenebra che era in lei si mise in moto e divenne un oceano che rotolava la sua massa oscura e silenziosa…..

    Questo è un evidente esempio di scrittura involuta, evocativa e allusiva. La sua efficacia non sta nel descrivere qualcosa di attendibile, quanto qualcosa di verosimile. Se poi è fatto con metafore dal sapore elementare, ecco che l’artificio letterario fondato sulla mimesi – e questo mi sembra un caso ben riuscito- racconta molto di più dell’abilità dello scrittore di trarre verso mondi per lui ipotetici, piuttosto che della attendibilità di ciò che è descritto. Comunque rispetto alla riuscita, questo resta un dato superfluo.

    La domanda del post sembra presupporre una distinzione tra il mondo maschile e quello femminile che ritengo eccessiva. Laddove esiste una relazione in cui non c’è masturbazione reciproca ma autentico ascolto, seppure in maniera discontinua –come tutto ciò che è reale- può accadere che si percepisca ciò che l’altro sente come proprio.

    Una sensibilità letteraria, capace non solo di artifici, ma di sottili domande che la portino in perlustrazioni presso l’area dell’indeterminato può raccontare ciò che di primo acchito appare improbabile.
    In questo senso, è la potenza a fare la sua comparsa prima della sensibilità, quindi si entra in una dimensione psiconautica nella quale il problema diventa la scelta dello stile.

    In effetti, non si sta parlando di cose.


  22. @irondestiny: non ho capito. Ho bisogno di esempi pratico-letterari per aver chiaro il confronto che sottintendi. Lumi, per favore.


  23. @Mauro: La scrittura di Lawrence è certamente evocativa, ma non direi involuta. Non la trovo infatti né contorta né oscura, anzi secondo me è molto esplicita. La metafora immediata dell’onda può essere “elementare” non nel senso di eccessivamente semplice, ma nel senso che associa un fenomeno umano ad uno naturale, accomunandoli appunto nell’elemento acquatico, liquido.

    L’attendibilità di cui parli non credo fosse una preoccupazione di Lawrence – essa riguarda piuttosto la mia percezione del testo. Però esiste, e di questo io esprimo meraviglia. La domanda del post non presuppone, ma constata una differenza di genere, che è biologicamente innegabile, indubbia, non creata. Che poi esistano persone la cui particolare sensibilità consente loro di superare questa differenza, è altrettanto indubbio. Lawrence stesso ne è un esempio (letterario, nel privato non so).

    Fuori dalla letteratura, io mi auguro che i casi in cui c’è un ascolto reciproco tale da sentire quello che sente l’altro siano frequenti. Da quella che è la mia esperienza, però, sono, più che rari, unici.

    @Rosaverde: Come disse quello (Goethe): “Mehr Licht!”
    🙂


  24. tu Cheeta, io Chatto!


  25. Ahahahahah, bellissima!


  26. Io non mi meraviglio – questa cosa la pretendo. La pretendo anche da me, per esempio perchè se non credessi in questa capacità narrativa non ci sarebbero buoni scrittori, ma anche buoni attori e men che mai buoni analisti.
    Però ammetto anche che moltissime sono le persone che devono esperire per capire. E penso anche che l’esperienza è un muscolo che a un certo punto attiva la narrazione talmente spesso che alla fine la narrazione diventa un muscolo allenato e allora si cala in posti impensati.


  27. @Zauberilla: Ma hai ragione! Pretendiamola e cerchiamo di svilupparla.
    E non solo in letteratura!

    (evidentemente io mi meraviglio più che pretendere, ma questo ha a che fare con me e le mie esperienze – adesso invece pretenderò, ma continuerò anche a meravigliarmi perchè mi garba)


  28. comunque sto leggendo un libro molto bello, di una scrittrice (e più in generale un’intellettuale) di grande valore, a mio parere.
    “Le rondini di Montecassino” di Helena Janeczek.
    I personaggi immaginari del libro sono quasi tutti maschi, soldati di tutto il mondo impegnati nella Seconda Guerra Mondiale ma anche giovani d’oggi.
    laddove l’immaginazione non riesce ad arrivare l’autrice entra in prima persona e ci mette di fronte a questa sua impossibilità e lo fa anche quando intervista una sua parente donna.
    io trovo molto interessante questa tecnica perché in un certo senso unisce i due estremi di questa discussione, vale a dire parla di sé e del suo disagio nell’immaginare esperienze così lontane e in taluni casi decisamente estreme nel senso della sopravvivenza.
    e in questo modo forse riesce a trasportare chi legge nel disagio e nella sofferenza dei protagonisti anche senza parlare in nome loro.
    non so se mi sono spiegato.


  29. Credo di aver capito, Francesco. Non conosco il libro in questione. L’espediente tecnico di cui parli può essere validissimo e certamente è interessante.


  30. @Unarosaverde, faccio una certa difficoltà a stabilire in ciò che ho scritto dove sia il (un?) confronto. Sono frammenti in cui indico tre scenari che possono valere distintamente ma anche corrispondersi.

    Nel primo mi rivolgo direttamente alla Padrona di casa in riferimento alla scelta del brano e alla domanda retorica che ne consegue. E qui, colgo l’occasione per specificare, che quando parlo di linguaggio involuto non intendo una deriva nel semplicistico o una forma riduttiva, bensì la corretta definizione di linguaggio poetico; ricco di immagini e metafore nel quale possa esprimersi il contenuto con maggiore intensità rispetto ad una pedissequa illustrazione (questa si, per definizione, evoluta) con i nomi propri che costituiscono l’insieme dell’oggetto trattato dal contenuto.
    Rassicuro poi la Padrona di casa che uso il termine “elementare” nella sua stessa accezione.

    Faccio di passata notare che oltre gli elementi, vi è proprio quell’indeterminato di cui essi sono in qualche modo la frontiera e nei quali quindi, si presenta il primo prendere forma delle cose; il più potente.

    Resto poi, su una osservazione della padrona di casa, riguardo alla differenza dei generi. E’ morfologicamente indiscutibile, ma questa differenza è il motivo della stereospecificità degli stessi, dalla quale desumiamo un unico destino biologico in quanto specie. Si potrebbe dire che in qualche modo la differenza morfologica è la partecipazione di differenti caratteristiche che si esprimono a differenti livelli, che però non possono sottrarsi all’uguaglianza della coscienza (e qui in qualche modo ritorniamo al vero tema del post).

    Riguardo all’esperienza , essa determina quel fattore decisivo che è l’essere testimoni di ciò che si può esprimere come un contenuto letterario. Ma essa si pone in confronto con quell’altra decisiva forma di “testimonianza” che è l’immaginazione (tutt’altro dal fantasticare), essa non pone a se stessa confini di sorta, e quindi anche di genere. Quando uso il temine “psiconauta”, intendo colui che è capace di viaggiare attraverso tutte le declinazioni della psiche e dell’esperienza senza per questo averne avuto conoscenza diretta, quanto appunto, formulare questa conoscenza attraverso la forza dell’immaginazione stessa.

    @Unarosaverde, esempi pratico-letterari? Dovrei fare una lista di pagine che ho incontrato nelle mie letture? Ribadisco: per quale genere di confronto? Sono disponibile se mi si chiarisce la domanda.


  31. @irondestiny. Grazie per la risposta. Quando ho letto il tuo primo commento mi è sembrato, impressione del tutto personale, che mancasse un termine di paragone.

    “Una sensibilità letteraria, capace non solo di artifici, ma di sottili domande che la portino in perlustrazioni presso l’area dell’indeterminato può raccontare ciò che di primo acchito appare improbabile.”

    Ecco, io qui, da molto curiosa, mi aspettavo – non una lista ma – un esempio, un nome, un brano di scrittura diversa da questa (che, peraltro, a me non piace molto), in cui l’autore sia stato in grado di ascoltare, capire e trasferire senza, magari, questo smodato uso di metafore e allusioni.


  32. Unarosaverde, come efficace esempio di ciò che intendevo, mi permetto di segnalare il libro di Ernst Junger (sopra la u del cognome c’è la dieresi) ” Il Cuore Avventuroso”.


  33. Grazie. Me lo regalerò per Natale.



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