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Nessun problema

11 novembre 2011

La sala d’aspetto del centro radiologico dà sul fiume. Dalla finestra vedo il riflesso dei palazzi di fronte emergere impercettibilmente dalle tenebre di novembre. Sui tavolini, riviste colorate inneggiano al low carb, arredano interni, allevano cani, promuovono naturalissime bellezze scandinave. Sui divanetti, due o tre donne tra le quali io aspettano di essere chiamate per la mammografia.

Che di per sè non è una cosa piacevole, anzi. Ricordo l’unica fatta in precedenza come al limite del doloroso: una macchina che ti schiaccia il seno come una frittata mentre tu trattieni il fiato e pensi “un altro millimetro e per il resto della vita ci farò gli involtini”. Ma sono passati ormai quasi 5 anni da quella volta, e il mio bisogno di controllo mi ha riportata qua. Si apre una porta e qualcuno chiama il mio nome. Mi giro e penso: “Madonna”.

Un ragazzo bellissimo mi sorride facendomi cenno di entrare. Recupero il controllo sulla mia mascella inferiore e lo seguo in una cabina con degli attaccapanni. “Allora facciamo questa mammografia. C’è qualche problema?” Nessunissimo, lo assicuro, tranne che con quell’aspetto potrebbe fare soldi a palate come modello, ma lungi da me togliere braccia alla radiologia, e tutto questo, tranne la prima parte, lo tengo per me. “Spogliati pure, togli anche gli occhiali e la catenina, ti aspetto di là.”

Nuda dalla vita in su, mi ritrovo in piedi davanti a Adone, che professionalissimo mi osserva. “Vediamo un po’. C’è qualcosa che vuoi dirmi del tuo seno?” Io con le mani sui fianchi, lui seduto su uno sgabello con le braccia incrociate, lo osserviamo attentamente insieme, mentre io penso alla faccia della mia amica H quando glielo racconterò. “Benissimo”. Adone appare soddisfatto dell’esame e sposta lo sguardo occhiazzurro sull’apparecchio che ci attende. “Scatteremo quattro immagini”, mi dice serafico. “Rilassati, respira profondamente e lascia fare a me. “E chi si muove, penso io.

Con grande destrezza e delicatezza mi circonda da dietro con le braccia leggermente abbronzate, piazzandomi nella posizione più corretta, mi solleva le braccia e metodicamente palpa e spinge, preme e appoggia, manovra e tranquillizza. La sua testa è accanto alla mia, sento i suoi capelli sull’orecchio e il suo respiro sul collo. Odora di caffè. La macchina fa il suo lavoro, schiaccia e scatta. Cinque minuti di lavoro, poi è soddisfatto.  “Perfetto, grazie”, dice Adone. “Entro due settimane il tuo medico riceverà la risposta”. Mi rivesto.

 Due esseri umani, due corpi possono interagire in contatto diretto, sfiorarsi spostarsi toccarsi quasi nello stesso modo in contesti totalmente opposti come quello professionale, in questo caso medico, e quello erotico, personale. Lo stesso gesto, fatto da un estraneo o da un amante, ha valenza assolutamente diversa. Anche se la bellezza mi attrae, il contatto fisico con tale bellezza mi lascia fisicamente indifferente perchè non c’è coinvolgimento emotivo. Capisco, ad esempio, come si possano fare foto erotiche o anche film pornografici per lavoro. Lasciando fuori ogni categoria di giudizio, mi è comprensibile come in determinate condizioni si possano compiere dei gesti così intimi senza venire coinvolti ad altri livelli. Non si tratta necessariamente di “staccarsi” dal proprio corpo, e non è necessario un atto di volontà: il coinvolgimento, semplicemente, non avviene.

Perchè, semplicemente, non siamo solo corpo.

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22 commenti

  1. Foto! Foto!! Foto!!!


  2. non sono molto d’accordo…se normalmente siamo “nel corpo”, in certi casi è necessario “uscirne”, scollegarsi. Se no mi verrebbe da dire che si è tendenzialmente scollegati, e allora succede il contrario. Mah.


  3. @Henry: Foto? Come ti permetti, questo blog non è mica Playboy!

    (Aaaah, intendevi il radiologo!!! non l’ho fotografato, ma se lo vedevi svenivi)

    @Laura: Secondo me invece “essere nel corpo”, sentirsi, presuppone una dimensione dell’essere che va oltre la corporeità, la integra e la comprende ma va oltre. E questo succede solo se vengono coinvolti i nostri sentimenti, in maniera più o meno forte naturalmente. In una situazione come quella descritta, ad esempio, io fisicamente ero nel mio corpo in quanto cosciente, ma non lo “sentivo”. Ero ad un livello “standard” in cui non c’era coinvolgimento emotivo. Lo osservavo e lo lasciavo osservare e maneggiare.
    Che poi in alcuni casi “uscire dal corpo” sia necessario, per istinto di autoprotezione o anche volontà di farlo, lo so molto bene.

    Mi pare, semplificando, che per me esistano tre livelli di relazione col proprio corpo (corpoanima, corpo standard, distacco) e per te due (dentro/fuori dal corpo).


  4. non credo sia schematizzabile…ora scappo, ma ci penso.


  5. Non lo è. È una bieca semplificazione, o forse io vado in giro scollegata!


  6. A me è capitata una delle cose che hai elencato alla fine del post, e ti assicuro che il coinvolgimento c’è stato. Cosa è stato toccato? Fisicamente una mano, stretta. Parole sussurrate all’orecchio. Ma mi è stato toccato qualcosa di intangibile, e a distanza di mesi ci sto ancora pensando.


  7. Concordo.
    (Inoltre, con l’apprensione che ho ogni volta che vado a fare la mammografia, probabilmente non avrei neanche notato gli occhi azzurri e l’abbronzatura, al massimo il fatto che ‘sti tecnici radiologi sono sempre più giovani)
    In bocca al lupo
    Silvia


  8. @Emiliana paranoica: Benvenuta qui. Quando si tratta di toccare l’intangibile, ti assicuro che non c’è neanche bisogno di sfiorarla, la mano. Basta persino guardarla. O anche meno. A volte, è come un potenziamento omeopatico.

    @Silvia: Sai che ci ho pensato anch’io, dopo? “Ma io, non dovrei essere apprensiva?” E invece sai che non lo sono affatto? “E allora perché fai la mammografia?” dirai. Perché i controlli mi tranquillizzano, come se il controllo stesso avesse un potere curativo, mentre so benissimo che non lo ha.


  9. Va bene…però l’eccitazione può avvenire anche senza coinvolgimento emotivo. In quel frangente avrebbe potuto significare esser molto rilassata nonostante il contesto, non necessariamente esser dipendente delle tue pulsioni.
    Io penso che siamo corpo comunque, sempre. E’ vero che quei gesti in quel contesto avevano un altro significato, ma forse tu non ci avresti riflettuto se non ti avessero trasmesso qualcosa, o no? Appunto perchè il soggetto ti aveva colpito…


  10. @Tania: Sicuramente io ho trovato piacevole il contatto fisico con un uomo bellissimo. È chiaro che siamo sempre corpo, nel corpo “viviamo” e con quello sentiamo. Ma l’eccitazione è ben altro, e lì non c’era affatto, perché per me origina da altri meccanismi. È proprio questa assenza di essa, pur nella similitudine di certi gesti, che ha originato la mia riflessione.

    Parentesi: È verissimo che l’eccitazione può avvenire anche senza coinvolgimento emotivo, perché è un meccanismo fisiologico che si attiva per le cause più diverse. È espressione del legame tra corpo e psiche. L’esempio estremo sono i professionisti dell’eccitazione, gli attori porno, riescono ad eccitarsi senza aver bisogno di interagire emotivamente, ma (aggiungo io) anche senza necessariamente doversi “distaccare” dal proprio corpo. Semplicemente, “ci sono” ad un livello primitivo, tecnico.


  11. secondo me affrontando così la questione (compreso il mio commento di prima, ovviamente) il discorso si avvita su se stesso.
    Ci ho pensato parecchio e alla fine credo che non sia proficuo distinguere tra mente e corpo, né parlare del loro “legame”.
    Non è la strada giusta per capire quello che succede – per come la vedo io, anzi è fuorviante. La strada giusta è tutta da trovare, visto che almeno in Occidente sulla questione siamo ancora all’alfabetizzazione (ovviamente se si vogliono solo descrivere sensazioni lo si fa con il linguaggio che si ha a disposizione, e si può parlare all’infinito, questo è chiaro)


  12. Mah, io direi che la questione potrebbe essere semplicemente che tra il gesto, il contatto, e la sensazione di intimità non c’è nessun automatismo. E non solo per intervento della testa. E’ il corpo stesso (o l’istinto, se si preferisce) che in qualche caso abbassa le difese ed in qualche caso no.

    (detto fra noi, in altri tempi mi capitò, a causa di una condilomatosi, una situazione abbastanza simile: se non fosse che la dottoressa si era barricata in un personaggio fuori dalle tentazioni, con camice da dottoressa, smorfia da dottoressa, occhiali da dottoressa – e soprattutto con l’azoto liquido dalla parte del manico)


  13. Ecco, Laura, io credo che ci stiamo avvicinando al punto in cui storicamente siamo discordi – e alla fine riaffiora sempre, apparentemente sotto nuove spoglie. Perché per me in realtà non si tratta né di descrivere sensazioni (quindi di corpo) né di capire processi mentali, nè tantomeno di discutere se mente e corpo siano due cose diverse o una sola. Io non credo neanche che l’Occidente sia ancora all’alfabetizzazione su questo, tutt’altro.
    Penso anche che se ne possa parlare, nei limiti del mezzo, per approfondire certi aspetti esistenziali che io trovo interessanti, anche se non facilmente esprimibili.
    Ma sul fatto che adesso ci stiamo avvitando concordo con te, e penso sia anche perché il post è mal post-o.


  14. @Rob: Scusa, non ti avevo visto, perché ci siamo incrociati al secondo. Sono d’accordo con te sulla prima cosa che dici: non c’è automatismo tra gesto e intimità. Sul resto: istinto? difese? mi sento trasportata nel laboratorio di Pavlov, Russia anni trenta, insieme ai cagnolini o in quello di Skinner e Watson, stimolo risposta, brrr.

    Anch’io comunque ho una bellissima vaschetta per l’azoto liquido, azzurra col coperchio bianco. Ci congelo di tutto, dal midollo al nodulo. Lascio cadere la provetta e fa: sssss, e ogni volta provo una sorta di soddisfazione, tipo missione compiuta.


  15. io dico semplicemente che non c’è separatezza in noi, è il linguaggio a crearla.


  16. @Laura: Concordo in parte. Non c’è separatezza in noi. Ma esiste una “gradualità”, che il linguaggio non crea, ma tenta maldestramente di descrivere. Il linguaggio non può creare nulla di cui non esista già un concetto, anche se confuso.


  17. Mi pare di ricordare che proprio tu sostenessi che il linguaggio crea la realtà, da cui la vecchia storia del timballo di maccheroni 🙂 Anche se sulla base di concetti, mica sempre però ci azzecca, altrimenti come dice Sorrentino “hanno tutti ragione”.
    Ma mi sa che qui in effetti siamo arrivati al nocciolo del disaccordo. Io resto dell’idea che c’è ancora moltissimo da capire, e non necessariamente con il pensiero.


  18. Che il linguaggio abbia una funzione performativa e costitutiva della realtà (in questo senso, la crei) non solo lo credo, ma mi pare ampiamente dimostrato da esempi che abbiamo davanti ogni giorno, non chè analizzato da autori che entrambe conosciamo.

    Non è la stessa cosa che dire che il linguaggio crei i concetti dal nulla. Pur senza addentrarsi (lungi da me!) in questioni di linguistica e filosofia del linguaggio, è un fatto che in tutte le lingue esistono e sono esistiti termini che articolano certi concetti, ad esempio “il corpo” e “l’anima” o “la mente”. Il linguaggio, e anche la sua analisi storica, visto che non è statico, esprime questa ricerca.

    Che ci sia ancora moltissimo da capire, è indubbio. Che il “pensiero” inteso come attività esclusivamente intellettuale abbia grandi limiti, anche. Che siano necessari approcci diversi, più ampi, che si debba includere ad esempio “l’intelligenza del cuore” e quella del corpo, è mia convinzione. In realtà quindi con me stai sfondando una porta aperta.

    Quello che interessa me, qui, è appunto quello che Lacan sosteneva avesse fatto Socrate: attraverso il dialogo, pur con tutti i cuoi limiti, cercare di definire il senso delle cose.


  19. come si diceva ai vecchi tempi (del blog): stiamo dicendo la stessa cosa 😀 ?
    più che definire (che implica un limitare) il senso delle cose forse mi interessa di più aprirmi ai loro molteplici sensi. Grazie comunque del dialogo.


  20. “Definire” effettivamente è bruttissimo, esprime un mio tratto caratteriale e astrologico che perniciosamente ogni tanto salta fuori. Diciamo invece “tentare di dare un senso” alle cose.

    Grazie a te.


  21. Mio Dio il post è bellissimo il commentarium anche ha detto cose ficherirme, ma io purtroppo so ferma ar fatto che i provoloni so’ sempre quelli sbagliati.
    (ehm quasi sempre: io confesso di aver conosciuto il mio ex perchè ci avevo mal de panza, e lui era guardia medica. A onor del vero l’ho circuito io temo, avventurandomi successivamente per un paio di simulate ecco)


  22. Aaaah, si simula, eh? Vergogna!!!
    Peccati di zaubergioventù.
    🙂



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