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Il sogno dell’orologio

2 novembre 2011
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8 commenti

  1. meraviglioso bergman … bianco e nero superbo. un brano che mi ha davvero fatto un immenso piacere rivedere. richiami simbolici potenti come i cavalli di ade nel ratto di persefone. richiami a magritte, dalì, de chirico. fantastico. da brividi onirici.


  2. @Eletta: Potenti richiami simbolici, come appunto in certi sogni, che indugiano in precario equilibrio al limite dell’incubo.


  3. la mia produzione onirica è costante e vasta ma anche se qualche volta sa di ansia persino nel sonno riesco a controllarla e a dirmi…stai tranquilla è solo un sogno


  4. @Zefirina: Io invece sui miei sogni non ho potere, lo hanno loro su di me. Sia quelli belli che quelli brutti, mi coinvolgono completamente. Mi parlano.


  5. Vidi questo film da piccolo. L’insieme della vicenda era probabilmente troppo complessa o comunque era tale da non suscitare il mio interesse, più legato alle immagini, che all’ordito psicologico dei rapporti fra i personaggi. Questa scena però mi rimase impressa per la sua forza . In essa il silenzio “di fondo” rende ogni apparire, ogni rumore, ogni luce, qualcosa che crea un unità sensibile da cui non mi sarei più staccato.
    A rendere più intensa l’impressione, doveva essere proprio la mia giovane età che mi rendeva alieno ad ogni riferimento altro, di ordine stilistico o citazione di sorta, che non fosse la scena stessa.

    Da piccolo mi perdevo in quelle domande metafisiche che talvolta i bambini si fanno tipo: “io esisto o c’è qualcosa che fa esistere me e che mi fa muovere come un burattino, facendo ciò che io voglio fare e ciò che vedo una illusione?”
    La mia eccitabilità mi portava ad essere naturalmente soggetto all’intrusione di immagini particolarmente emblematiche che per me restavano un inquietante enigma. Per molti anni questa scena (come altre a dire la verità) ebbe su di me quest’effetto.

    Oggi la osservo compiaciuto per la sua bellezza stilistica, sapendone interpretare i fin troppo evidenti simbolismi e citazioni, ma –per fortuna- devo dire che continua a suscitarmi il ritornare di qualcosa di infantile mai sopito.

    Mi viene da fare una breve osservazione riguardo la fatto che oggi, da adulto, vedendo la scena nel suo accennato contesto, mi si presenta l’eventualità di cosa debba essere un sogno del genere per una persona anziana. Quanto più il tempo passa e tanto più sembra che i sogni si facciano importanti; forieri di messaggi di cui la vita diuturna non ci ha dato ancora la chiave o, come in questo caso, opprimenti anticipazioni, usciti dal labirinto delle quali, seppure nel sudore e con il cuore palpitante, si è grati di essere ancora vivi.


  6. @Mauro: Quello che scrivi sulle immagini emblematiche che incontriamo nell’infanzia mi ha ricordato un passo preciso dell’autobiografia di Jung:

    “Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le miei immagini interiori. A esse va fatto risalire tutto il resto”.

    È di questo “inizio numinoso” che tu stai parlando, mi pare, quello in cui le immagini ci investono bambini in tutta la loro forza simbolica immediata, cioè non trasposta dalla nostra interpretazione intellettuale dei simboli che richiamano, ma precedente ad essa, non filtrata. La loro forza archetipa.

    Sempre restando in ambito junghiano (dove peraltro mi sento particolarmente a mio agio) vengo alla tua seconda osservazione, quella sulla prossima morte nei sogni, prossima quindi per età o per malattia. Già il sonno è una breve morte. Ricordo che quando stavo imparando il tedesco, un altro studente ci fece ridere quando arrivò di mattina molto presto per un esame e disse, confondendo due verbi tedeschi simili: “Scusate, sono appena risorto” invece di “mi sono appena alzato” (aufgestanden/auferstanden). Di fatto, il sonno è una breve morte, dalla quale risorgiamo ogni mattina, con più o meno facilità. Persino quella che i francesi chiamano “piccola morte” è in fondo fisiologicamente legata al sonno.

    Entrambe le “morti temporanee” sembrano essere accessi privilegiati ad esperienze dove la distanza tra corpo e anima è temporaneamente cancellata. Qui si inseriscono i sogni, che come giustamente osservi, sono messaggi. L’analisi di Marie Louise von Franz su 10.000 sogni evidenzia qualcosa che coincide con la mia (limitata) osservazione a contatto coi morenti: i sogni sembrano prepararci alla trasformazione finale che è la morte. Questa è nei sogni non la fine di tutto ma la continuazione del processo vitale. La nostra psiche, in altre parole, appare comportarsi COME SE la vita continuasse. Ovviamente, questo non prova che la vita continui, ma solo che PER NOI è naturale, diciamo anzi salutare, questa assunzione. Lo stesso Jung, della sua personale esperienza di premorte, dice la stessa cosa:

    “La dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di significato; piuttosto, ci sentiamo tutti membri di un unico corpo.”

    Diciamo quindi che negli anziani (o anche non) che hanno portato avanti con successo il loro processo di individuazione i sogni di morte esprimono l’idea di una riconciliazione e familiarizzazione col passaggio che ci aspetta.

    Che poi è una delle cose che succedono nel film da cui questa conversazione parte.

    Scusa la lungaggine. Su questo tema se comincio ho difficoltà a fermarmi. Ti ringrazio per gli spunti che mi hai offerto col tuo commento.


  7. (ri)vedo, leggo e apprezzo in corsa, vorrei aggiungere che i sogni hanno delle tappe ben precise – quelle appunto dell’individuazione, e i veri sogni di “preparazione” alla Morte iniziano di solito nella maturità. A 28 anni mi trovai tra le mani il libro “Incontri con la morte” di M.L. Von Franz. Nonostante di lei avessi letto molte cose per la tesi, “quel” libro non ce la feci ad avvicinarlo – mi respingeva, non era il momento. Di recente l’ho ritrovato in una libreria di usato, e l’ho comprato – per ora solo iniziato, e vedo che ora non mi respinge più.


  8. @Lophelia: Sì. Idealmente, c’é un momento per tutto. A volte però le vicende di una vita non seguono le tappe organicamente, ma le ribaltano o le sconvolgono. Questo rende forse più faticoso il processo individuale, ma può anche – paradossalmente – facilitarlo attraverso una maggiore maturazione.
    L’interesse o la curiosità per la morte esiste anche nell’infanzia, solo ad un altro livello, non concettuale ma appunto di immagini. È l’affrontarlo intellettualmente che richiede una maggiore età, e ognuno ha la sua.



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