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Siamo dello stesso sangue, tu e io

23 ottobre 2011

Una giornata diversa, al fronte – ovvero all’ambulatorio di medicina generale, a fare prelievi. Finalmente un lavoro pratico, finalmente altri pazienti, sconosciuti, variati, solo vene da trovare e non situazioni complesse da dipanare. Artigianato puro e semplice. Il sapere delle dita, cinque minuti e via, il prossimo. Solo per un giorno. Solo volti, sfumature di pelle, umanità infinitamente varia.

Basta premere un bottone e a qualche metro di distanza il display si illuminerà di un numero, qualcuno si alzerà e busserà alla mia porta. Un sorriso, una stretta di mano, prego si accomodi. Ogni volta un nuovo incontro, sintonizzarsi su nuove lunghezze d’onda, capire chi si ha davanti, mettersi in gioco, meritarsi fiducia. Vene che si offrono sfacciate, vene fragili e sottili, vene nascoste da palpare a lungo senza spaventarle, invisibili se non per una minima cedevolezza del tessuto, un’impercettibile sbalzo di temperatura, un contatto tra il mio polpastrello e la loro vita umbratile. Infinite diversità che mi si affidano, abitate dallo stesso sangue rosso scuro, tiepido, leggermente spumeggiante.

L ‘uomo grande e grosso terribilmente impaurito si siede in punta di sedia e offre reticente il braccio come un grosso tronco con neanche una vena in vista. Ha le mani sudate e l’odore di chi non si lava da un po’.

La sedicenne accompagnata dalla mamma, grossi orecchini e jeans pubici. Si aggrappa alla mano della mamma e non può guardare non può non può, trattiene il fiato fin quasi a svenire. Una bambina. Fa il test di gravidanza.

La signora con le vene cortisoniche di carta velina, una ragnatela di fragilità. Alla fine ci riesco, miracolosamente, dal dorso della mano.

La giovane donna dalle braccia d’avorio che segue imperterrita la punta dell’ago e mi dirige “più a sinistra, più a destra” finchè smetto di ascoltarla, decido io, buco e la guardo sorniona. Mi sorride soddisfatta.

La timidezza ruvida dell’uomo con la camicia di flanella che odora di campagna e di mare.

La profuga afgana col push up e un minuscolo feto in corpo e gli occhi pieni di paura antica.

L’uomo tatuato dal reparto psichiatrico mi aggredisce urlando, si strappa l’ago e lo brandisce cercando di colpirmi. Dopo, mi chiudo in bagno a piangere e a ritrovare la mia faccia di sempre, poi esco e torno a premere il pulsante. Si risale sempre a cavallo, si va avanti.

La vecchietta con la permanente candida e il sorriso di mia nonna. Naturalmente fallisco, e le viene un ematoma. Continua a scusarsi, come se fosse colpa sua.

Il giovane palestrato, vene come cannoni in superficie, denti sbiancati, odora di sapone, testosterone e un’idea di vaniglia.

La giovane brasiliana tutta ricci, alla fine della giornata. Mi dice: “You have very soft hands”. Mi viene un groppo in gola e non riesco a rispondere.

È ora di andare a casa.

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5 commenti

  1. Moltissime e intense emozioni da questa giornata “al fronte”, direi “persino” con tutta la tua esperienza. Penso comunque che l’umanità (anche intesa come empatia con gli altri esseri umani) espressa da te si esprima o si trovi in dosi anche molto differenti tra coloro che svolgono la tua professione.


  2. @Tania: Io credo che l’amore per gli uomini sia equamente rappresentato (o non rappresentato) in tutte le professioni. Magari, in quelle dove esiste un’asimmetria tra chi si affida e chi cura, la sua mancanza o presenza appare ancora più evidente – ma è solo una questione di maggiore visibilità.


  3. L’ultima volta che ho fatto l’esame del sangue appena mi hanno chiamato ho iniziato a tremare tipo ultimi giorni di papa Woytila. Ho chiesto con il filo di voce rimasto al simpatico e sorridente infermiere australiano di farmi sdraiare. Poi mi sono girato dall’altra parte e quando ho sentito l’ago entrare mi sono conficcato le unghie all’attaccatura dei capelli, fino a farmi sanguinare. Mi hanno dovuto mettere due cerotti, uno al braccio e uno alla testa.


  4. :D!!!

    È la meglio che ho sentito, scusa il toscanismo.


  5. Almeno ci capiamo. I British nemmeno si sono scomposti.



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