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Mezzi tacchi

29 settembre 2011

Venezia, un pomeriggio radioso della  scorsa primavera. Il vaporetto è stracolmo, turisti, venessiani, venghino siori, entschuldigung bitte unnskyld excuse me pardonnez ’nnamo, in do’si scende? Cerco di non perdere l’aggancio al braccio sottile di mia figlia, di salvare i miei piedi dal massacro e di scacciare il pensiero della pancia del grasso tedesco premuta sul mio fianco. In questi ultimi giorni ho evitato con successo di prendere questo battello infernale, e ho preferito consumare tacchi e calorie per le calli, ma oggi le circostanze hanno voluto così – si tratta di resistere fino alla stazione.

 

Ad ogni fermata succede di tutto. Ho guadagnato un posto alla ringhiera e non sono disposta a cederlo, anche se mi è impossibile girarmi. A San Stae la voce del Caronte, o come si chiama quello che ha il compito di stipare cantilenando le mandrie umane su quel legno infernale, cambia improvvisamente registro: “Tu! Forza scendi, qui qui!” Penso automaticamente che stia parlando scherzosamente ad un amico, un collega, uno che conosce insomma. Vedo invece un cinese sudato e spaventatissimo, che con una grossa valigia e l’aria dimessa di uno degli Ultimi si fa strada a fatica tra le masse umane per riuscire a scendere. Evidentemente, aveva chiesto indicazioni al Caronte, ma non aveva capito bene la fermata. Fortunosamente, tra le imprecazioni ostreghe e madòne di Caronte, riesce a saltare a terra col valigione. Penso: Ma Caronte, avrebbe reagito così se si fosse trattato di un turista americano in Gucci e Persol?

 

Si riparte. Alle mie spalle, due signore commentano animatamente l’episodio. Non le vedo, ma da quello che dicono capisco che sono venessiane, di mezza età, livello di istrussione medio alto, impiego di tipo tribunalissio o commercialissio, e che non si conoscono. O meglio, che l’occasione per questa fortunatissima conoscenza tra anime affini è stato lo scompiglio provocato dal cinese. Perchè di anime affini si tratta. L’affinità è palese fin dalle prime battute. Si intendono su “questa gente”, sui “maleducati”, quelli che “vengono qui”, che “pretendono” (pretendono persino di scendere dal vaporetto, pensa te), che “ormai è così”, e “siamo finiti male”. E fin qui, purtroppo, ordinaria amministrassione.

 

Il concetto base pare essere quello di “educassione”, posseduta (per nascita, presumo, ma anche per cotali eccellenti esempi) da tutti i venessiani, mentre la mancanza di essa è vista come caratteristica innata e non sradicabile in tutti gli individui non venessiani,  maggiormente nei non italici, e in special modo negli Ultimi, vedi cinese. Fin qui, ordinario razzismo. È solo alla conclusione del discorso che sento qualcosa di inedito, diciamo una chicca, l’estremo e inevitabile approdo di tanta stupidità: “A che serve insegnare l’educassione ai nostri figli, se poi devono aver a che fare con questi qua? Meglio insegnargli gli spintoni!”  L’altra concorda: “Ma certo! Anzi, se uno è educato questi qua ti montano in testa! Vale mica la pena!”

 

Naturalmente avrei dovuto girarmi, intervenire, replicare, esprimermi. Invece, mi giro solo al momento di scendere. Le osservo, con l’affascinata repulsione che si prova davanti a certe eruzioni cutanee. La loro normalità è inquietante: la banalità del male ha  orecchini di perla, completini sobri e mezzi tacchi.

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8 commenti

  1. Quella “normalità” malata di ignoranza e mentalità ottusa e volgare è cosa molto diffusa non solo nelle provincie ma pure nelle metropoli più cosmopolite d’Italia. Veste secondo l’identikit che ci fornisci tu, tailleur e aria perennemente stupita dell’esistenza del prossimo, questo sconosciuto – eh sì. E macina espressioni del tipo: “il cittadino (?) non può essere lasciato solo!” – eh no.


  2. C’è anche un’altra considerazione che, secondo me, si potrebbe fare. Ne parlavo qualche giorno fa con una persona appena rientrata da un periodo di studio in Cina. Molti popoli hanno la convinzione di essere al centro del mondo, poi si comincia ad andare per i dove e gli altrove di qualche post fa e ci si può accorgere facilmente di quanto questa idea sia ridicola.
    Purtroppo certe considerazioni, come quelle delle due signore, le ho sentite anche formulare da persone che, per anni, hanno sbandierato apertura mentale, dalla propria posizione di turista alternativo e frequentatore di ambienti internazionali. “Ma come, quello è il tuo dottore di famiglia? Ha una brutta reputazione: sai che ci vanno tutti gli extracomunitari?”.


  3. @Tania: Naturalmente avrei dovuto, come hai fatto tu, mettere “normalità” tra virgolette. Concetto chiave.

    @Rosaverde: Tutti i popoli hanno la convinzione di essere al centro del mondo, come la hanno tutti i bambini, finchè non sono costretti a confrontarsi con altri bambini, e negoziare, a trovare soluzioni di gioco, ad affrontare conflitti e risolverli. Finchè divideremo il mondo in “noi” e “loro” non saremo “adulti”. Non serve aver visitato mezzo mondo, nè aver letto “tutto”su altre culture per capire questa verità elementare: che siamo tutti sullo stesso vaporetto.


  4. ho particolarmente apprezzato la scelta di scrivere Ultimi con la maiuscola ………..


  5. Cara è una patetica e inefficace Revanche. I Cinesi si stanno prendendo Venezia tutta, non perchè rubano, non per la mafia, non per chi sa cosa – ma perchè oh lavorano: lavorano mattina pomeriggio sera e notte, producono palate e palate di soldi che non sprecano, hanno la determinazione di una epoca di povertà, determinazione che abbiamo perso da un po’. E comprano, comprano negozi, piani appartamenti, alberghi. A voja a spintoni cara la mia razzistuccia di quart’ordine – insegnasse a suo figlio a lavorare anzichè allungà paghette.


  6. @Animapunk: Piccolissima cosa, ma ha un significato.

    @Zauberilla: Non metto in dubbio che sia come dici tu, cioè che i cinesi lavorino, risparmino, investano, e che questo possa causare invidie e risentimenti. Però io credo che in questa situazione la reazione delle Normali non fosse dettata dal fatto che si trattasse di un cinese, che magari poi era tibetano, mongolo, chissà, l’ho visto appena in faccia. Qui era semplicemente il diverso, lo straniero povero (perchè esalava povertà), quello che si definisce con orribile parola che io non uso “l’extracomunitario”, quello che non è come noi col tailleur, che non parla la nostra lingua ma si permette di usare i nostri mezzi pubblici, eccetera. Il subumano che non conosce come noi l’educazione e che quindi va combattuto con la violenza degli spintoni, altrimenti “prenderà il sopravvento”. Vedi anche alla voce Eurabia.


  7. E’ che non sai quanto il razzismo sia polarizzato sui cinesi a Venezia.I Veneziani – peggiori ma parecchi – ne parlano spesso, e io stessa mi sono ritrovata a tentare la denuncia di un sito di commercianti di Venezia per il contenuto dei loro chiamiamoli così “trafiletti umoristici”. Una roba nazista, ma collegata alla difficoltà di gestire l’immigrazione, o semplicemente a farsene una ragione.


  8. Zauberilla, nel frattempo qualcuno mi ha debitamente informata su questa questione dei cinesi a Venezia. Mi ricorda Firenze.

    Trovo comunque che l’idea di smettere di educare i propri figli rappresenti senz’altro un contributo decisivo alla soluzione di qualsiasi problema di integrazione e di convivenza tra i popoli.



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