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Il paziente italiano

15 settembre 2011

Un giorno torpido e silenzioso di piena estate mi telefonano dalla terapia intensiva di neurochirurgia: “Abbiamo bisogno di un’interprete, sei sulla lista. Puoi venire? C’è un italiano.”

 

In genere questo tipo di chiamata avviene d’estate, gli italiani sono turisti per ragioni a me incomprensibili diretti a Capo Nord, e le categorie sono due: quelli che si presentano in ospedale convinti di stare morendo e vengono dimessi dopo dieci minuti e un elettrocardiogramma, e quelli che hanno avuto un incidente. La provenienza della chiamata mi fa propendere per quest’ultima ipotesi. “Se non altro, parla” – penso tra me.

 

E il paziente parla, eccome. È un uomo della mia età, un architetto di P.. Mi saluta cordialmente porgendomi la mano, sorride e mi dà subito del tu. Lo chiameremo Daniele. L’infermiera mi orienta: in viaggio verso Capo Nord (appunto) si è schiantato in moto due settimane prima facendo un bel volo e procurandosi un trauma cranico, con emorragia subaracnoidale, oltre a fratture di costole e vertebre varie. Poteva andargli molto peggio. È rimasto in coma per qualche giorno, è stato operato per rimuovere l’ematoma, e da una decina di giorni è in terapia intensiva. Parla un inglese passabile e si fa capire, ma quello che resta da accertare è l’entità del danno cerebrale e le sue capacità cognitive. Oltre, naturalmente, a stabilire cosa fare di lui.

 

Sembra facile capire se uno c’è o ci fa, se c’è tutto o solo un po’. Ebbene non è facile affatto, specialmente non in un’altra lingua e con altri codici espressivi, umoristici, emotivi. Occorre valutare memoria, attenzione, linguaggio. Ma ancora è presto. Daniele è stabilizzato, ma non è ancora in grado di sostenere un esame neurologico. I genitori, venuti dall’Italia per assisterlo, mi guardano come la Madonna di Fatima. Mentre Daniele infatti trova del tutto naturale che qualcuno gli si rivolga nella sua lingua in un ospedale in capo al mondo, loro apprezzano la rarità del fenomeno e anzi tendono a sopravvalutarlo, attribuendomi poteri quasi taumaturgici che mi imbarazzano e mi inteneriscono.

 

Io non ho esperienza con questo tipo di pazienti. Daniele mi appare inizialmente lucido. Sbaglia la data di qualche giorno, cosa che a me capita continuamente, crede di trovarsi a qualche centinaio di km più a nord, ma questo mi pare comprensibile, riconosce i genitori, e questo mi conforta, mi racconta del suo lavoro con cognizione. Tuttavia, Daniele è anche convintissimo di stare benone, e per questo ha deciso di tornare a casa. Ora. Mi fa cenno di avvicinarmi,  e mi confida che l’infermiera (“quella mucca”) lo tiene prigioniero e lo “dirige” dallo schermo di un computer. Dico: “Vuoi dire che tiene d’occhio le tue funzioni vitali, Daniele.” “No, mi dirige. Vuole tenermi qui per sempre.” Il padre alza gli occhi al cielo e mi guarda complice, scuotendo la testa. “Mentre se io potessi solo arrivare alla stazione, potrei prendere l’autobus per P. ed essere a casa per cena.” Appunto. Traduco per l’infermiera, quasi scusandomi per quello che Daniele dice sul suo conto. Lei ride di cuore, dice “fanno tutti così” ed esce per prendergli uno yogurt, che lui accoglie con un “questa schifezza te la mangi tu!”, per fortuna in italiano. Traduco con “non gli piace”, lei impassibile replica placidamente “ieri se ne è mangiati tre di fila”. Per dire.

 

Dopo tre giorni, nuova telefonata. Daniele è stato trasferito in reparto ed è pronto per una visita neurologica, alla quale dovrò assistere. È importante che capisca cosa deve fare. Mi appare molto più lucido. Sta in piedi da solo, collabora ed è in grado di eseguire tutte le istruzioni della neurologa. Sa toccarsi la punta del naso ad occhi chiusi, flettere braccia e gambe a comando, i riflessi sono a posto. Ma insiste nel raccontare una barzelletta e nel fare lo spiritoso sugli occhi della dottoressa, che lo guarda bonaria come si guarda un caso clinico. La madre lo supplica di non scherzare, ma sembra non sentirla. È difficilissimo capire se Daniele è così per carattere, per cultura o per un probabile danno assonale diffuso. Lo facciamo uscire. I genitori confermano che “ha sempre fatto lo spiritoso”, ma che adesso “è diverso”. Sono impauriti. La neurologa cerca di tranquillizzarli e richiede una risonanza.

 

In ascensore mi chiede di sposarlo. Gli chiedo se scherza, dice che non si permetterebbe mai, sono da sposare e lui è libero. Rifiuto, e immediatamente se ne dimentica. Lo accompagno in radiologia. Dal microfono oltre la parete di vetro resto in contatto con lui ripetendogli di stare tranquillo e di non muoversi. “Sono tranquillissimo!” risponde “Ma se non tolgono questa musica schifosa quando esco faccio una strage!” Il radiologo mi mostra gli ematomi in riassorbimento, specialmente nel lobo frontale: “È probabile che si riassorbano rapidamente, ma anche che ci voglia tempo, e che resti qualcosa che non va.” Riuscirà a riprendere il suo lavoro? Sarà in grado di vivere da solo?

 

Il primario di neurologia mi chiede se posso telefonare in Italia, al centro di riabilitazione neurologica di P. Impiego ore tra centralini, cellulari inesistenti, primari fatiscenti, risposte vaghe, medici che mi chiedono se fa caldo, caposala che mi supplicano di farle emigrare in Norvegia, fino al verdetto: non ci sono posti liberi, non possiamo accettare il paziente, dovete rivolgervi altrove. Lo comunico al primario norvegese. Dopo un’ora, e la telefonata fatta dal padre a uno zio potente, salta misteriosamente fuori un posto per Daniele. Traduco in norvegese con profonda vergogna. Nessuno, per fortuna, commenta.

 

Resta da risolvere la questione dell’accompagnamento. Non avendo un’assicurazione aggiuntiva, Daniele dovrà prendere un aereo di linea. Fisicamente ne è perfettamente in grado, ma i genitori si preoccupano e si dicono disposti a pagare il biglietto a un accompagnatore. Vogliono la Madonna di Fatima, cioè me. Ma io sto per partire per le ferie, ed essendo una donna non essendo una santa,  declino cortesemente. Ma i miracoli avvengono anche per vie traverse, e il primario si offre volontario: “Anch’io sto per andare in ferie, e non ho niente in programma… se mi volete, verrei io. In due giorni vado e torno.” Mentre traduco, vedo bocche che si aprono e occhi che si inumidiscono. I genitori, increduli, lo sommergono di ringraziamenti imbarazzandolo terribilmente. Daniele, invece, non si stupisce. Si avvicina al primario, gli dà una pacca sulla spalle ed esclama:  “Ti portiamo a cena! Ci divertiremo!”

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15 commenti

  1. tutto ciò, recentemente?


  2. Suddenly, last summer. Cioè fine luglio.


  3. leggere questo racconto dopo aver passato una giornata al pronto soccorso del fatebenefratelli e non aver concluso niente, fra infermieri nervosi e medici isterici mi fa male al cuore


  4. @Zefirina: Vuoi che facciamo un elettrocardiogramma?
    😉

    (battutaccia)


  5. anch’io l’ho letto dopo una giornata al pronto soccorso (e con una certa fatica, distacco del vitreo…).


  6. @Francesco: Mi dispiace… La prossima volta, venite qui a sentirvi male, così poi io vi accompagno in Italia!


  7. Arte, ti confesso che queste storie mi piacciono molto.
    off topic.. ma non troppo:
    Ho appena letto un libro che -se non hai ancora letto- ti consiglio vivamente anche perché mi piacerebbe moltissimo sentire un commento da parte tua: My stroke of insight (in italiano La scoperta del giardino della mente). E’ la storia incredibile di un recupero durato 8 anni dopo un ictus… ora descritto così è molto riduttivo. Ti prego leggilo! Ho bisogno del parere di un’esperta. E’ un libro magnifico, forse uno dei più belli che abbia mai letto.

    Ora mi sto cimentando con Sacks “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” e anche con The emperor of all malaides: a biography of cancer. Quest’ultimo è un po’ più arduo ma ho capito dopo una manciata di pagine perchè l’autore abbia vinto il Pulizer.

    Indovina cosa avrei voluto fare se avessi capito qualcosina di più di matematica e chimica?
    Neurologia è la mia passione segreta… i miei colleghi non sospettano nemmeno che NON trascorro le notti a leggere trattati di sociologia 😉


  8. @Lola: Le perversioni notturne sono infinite. Se il mio capo anche solo immaginasse cosa leggo io, penso che mi sottoporrebbe subito a una serie di test psicometrici per valutare la mia funzione cognitiva. Tutto ciò che non è misurabile per lui non esiste, if you can‘t count it, it doesn‘t count. Poveraccio.
    Chi è l‘autore del primo libro che mi citi? Mi interessa.

    Hai mai pensato di occuparti di sociologia medica? Io ci ho girato un po‘intorno e la trovo molto più interessante della sociologia non medica (scusa!)


  9. qui tutte le info
    http://www.mystrokeofinsight.com/

    sì ci ho pensato ma sono più interessata alla medicina che alla sociologia medica.

    Aspetto un tuo parere in merito, arte. Anche via mail!


  10. @Lola: Bè, ho un‘amica che si è messa a studiare medicina a 40 anni e con 4 figli… ed è assolutamente in pari con gli esami.

    Ho una lunga lista di libri da leggere, ma l‘ho inserito in lista. Hai letto Mr. Vertigo di Paul Auster? Se sì, che ne pensi?


  11. eh, la corteccia frontale…tipicamente imbarazzante, sì. la neurologia mi ha sempre angosciato, malattie terribili e per lo più senza cura….(non tutte, ok, ma insomma…)


  12. non è venuto il nome, ero io 🙂


  13. vabbè sto spammando…. :))


  14. mammamia! che impressione leggere che tu ti sei vergognata per l’italia quando è uscito un posto su raccomandazione.
    Qui in italia avremmo gioito, dando per scontato che non si poteva trovare in altro modo!
    Ma almeno sulla proposta di matrimonio hai riflettuto???? 🙂


  15. @Claudia: Non ho avuto bisogno di riflettere, la risposta possibile era una sola…
    🙂



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