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Rihordati di santifihare le feste

24 agosto 2011

Firenze infuocata, primo pomeriggio, un autobus semideserto. Dietro a noi è seduto un ragazzo, aria un po’ sfigata, sui venticinque  anni. Un altro ragazzo, di aspetto simile, sale. I due si riconoscono, si salutano.

“O Stefano, occhè se’ te? Comettustài?”

“O Marco, gli era tanto un ci si vedeva!”

(non è facile rendere il fiorentino strettissimo parlato dai due, ma siccome è essenziale nella narrazione, ci provo)

“O che ci va’ sempre in parrocchia?”

“Avoglia! ‘E c’ho la hompagnia, alla Messa!”

“Io aveo smesso, ma se tu ci va’te ci ritorno!”

Mentre penso alla funzione aggregatrice della vita parrocchiale nelle periferie fiorentine, la conversazione alle mie spalle procede su altri binari.

“O che ssè staho ai’mmare?”

“Bà! A Viareggio! E son tornaho ieri!”

“Che c’era fiha?”

“Avoglia! Ce n’era quanta ti pareva!”

Guardo di sottecchi mia figlia, ma fortunatamente è troppo impegnata a controllare una vescica che le è venuta sotto un piede per ascoltare la conversazione. Benedico i sandali nuovi, e la sua poca dimestichezza con certi aspetti della lingua materna.

Alle mie spalle, quello che non è stato al mare è caduto in un silenzio tra l’invidioso e l’ammirato.

“… sie, davvero?”

“Bà! Ho anche trombaho!”

Chiedo a mia figlia dove le fa male il piede.

“Dimorto?”

“Dimorto sì!”

(risate)

“O un tu eri fidanzaho hon la hosa, comellasichiama, la Hiara? No, la Sandra!”

“Sie, un ci sto miha più. Ma anche con lei, s’è trombaho.”

“La vedeo sempre, alla Messa. O che era vergine?”

Chiedo a mia figlia se le fa molto caldo, e che ore sono, e se ha voglia di un gelato quando scendiamo.

“Sie, vergine! E’lla ci avea un buho!!”

Mi faccio venire un attacco di tosse, col risultato che ora mia figlia smette di guardarsi il piede e guarda me con attenzione. Alle mie spalle, intanto, si discutono nei dettagli i particolari anatomici della Hiara, anzi della Sandra, o di chi diavolo era.

Dopo qualche fermata, quello che è stato al mare si prepara a scendere. Grandi saluti.

“Allora mi raccomando, ci si vede alla messa dell’undici, domeniha!”

“A domeniha! “

Ah, la vita di parrocchia. La comunità. L’agape.

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11 commenti

  1. come diceva un nostro compagno di classe nella sua fase cinica: “la messa ‘ndo?”


  2. @Laura: 😀 !


  3. Bè, è la prova di quanto la morale sessuale cattolica sia distante dalla vita dei fedeli.
    Elisabetta, da tuo conterraneo (pistoiese) volevo farti i complimenti per come hai reso il nostro dialetto.
    certo data la presenza della bimba, quei due avrebbero potuto trattenersi però ti confesserò, forse per via del fatto che sono ancora vergine a 26 anni, che invidio molto la loro estate (bè a dire il vero provo invidia mista a tenerezza anche quando vedo due fidanzatini mano nella mano)..ammesso che sia tutto vero quello che hanno raccontato
    anche il sesso con l’ex ragazza/o..chissà come dev’essere


  4. @Paolo: Benvenuto qui. Toglimi prima di tutto una curiosità: chi è Elisabetta?

    La morale sessuale cattolica è in effetti ben distante dalla vita dei fedeli, e anche da quella degli infedeli. Ma non so quanto quei due fossero rappresentativi del fedele medio, ecco. Mi parevano un po’ sopra le righe (oddio, stavo per scrivere un’altra parola).

    Pistoia è una città bellissima, ma della variante pistoiese del toscano so solo che dite “il zale” e “il zole” – è vero o se lo sono inventato i fiorentini?

    Quanto all’invidia: non sono affatto sicura che si trattasse di cose realmente accadute, anzi ho come te diversi dubbi. Comunque tu per sicurezza fai una giratina a Viareggio, che Pistoia resta di strada – in bocca al lupo!


  5. scusami arte64, sui nomi mi sono confuso con un’altra commentatrice del blog di zaub ..peraltro artemisia (che è il tuo nick sul blog di zaub, se non erro) è un nome bellissimo..presumo in omaggio alla famosa pittrice del ‘600.
    Bè in effetti mi capita spesso di mettere la zeta al posto delle esse proprio nelle due parole che citi, ma devo chiarirti che non sto a Pistoia città, vivo in provincia e sono figlio di un aretino (di Castiglion Fiorentino) e di una calabrese quindi il mio pistoiese potrebbe essere “spurio”

    ciao e grazie dei consigli


  6. Ogni tanto arriva qui uno zauberlettore, anche se pistoiese spurio, ed è sempre un piacere. Chiamami Artemisia (o Artemizia se vuoi).
    Poi raccontaci di Viareggio!


  7. Dibattito edificante, anzi edi-fiha-nte.

    Mi ricorda una festa di molti anni fa a casa mia in campagna, cui parteciparono tra gli altri la mia futura moglie, ed un amico fiorentino (chierichetto occasionale, durante le nostre vacanze valdostane).
    Qualche giorno dopo, chiedendomi l’amico ragguagli su di lei, io risposi “Mi sembra una persona molto sensata”.
    Risposta: “Me mporta na sega hell’è sensata, tettù l’a’ trombata onnò?”


  8. @Rob: … e poi dicono dei romani! 😀

    Sarei filologicamente tentata di horreggere la frase che hai scritto in fiorentino, c’è qualche peccatuccio nella resa dialettale, tuttavia: ego te absolvo.


  9. Grazie. Ho recitato anche un’AveMaria così, di mia iniziativa (visto il panorama evocato dal post, magari porta bene).

    Ma per arricchire l’aneddotica, dirò che ho avuto un flashback su una delle mie trasferte fiorentine, in cui incappai in una macchina su cui era attaccato l’adesivo di un circolo di tifosi.
    A mo’ di slogan programmatico, sull’adesivo c’era scritto:

    “Circolo Vattelappesca – Topa e Fiorentina”


  10. Eh, ma allora è una fissazione!!


  11. Ah Artepilla! Intanto saluto gli zauberlettori in trasferta! Anche se non conosco Elisabetta – poi continuo dicendo che a prescindere il post era ficherrimo, e poi ricordo pure io un nanetto di noto giornalista fiorentino, ottima persona veramente – uomo squisito, solo appunto fiorentino dentro, archetipicamente fiorentino, ricordo quando pensando a donna stronza e sofferente, coniò il verbo “sciprare” – magari l’avessero scipratha! – disse – (la t sempre un po’ impastoiata – la si fascevan du piccioni con una fava!
    Il termine sciprare era una crasi tra stuprare e scippare.



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