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Il mangianastri

5 giugno 2011

Chi mi conosce sa bene che è impossibile parlare con me di musica, o di qualsiasi altra cosa per la verità, senza che nel discorso facciano la loro comparsa le Suites per violoncello di Bach. Diciamo, senza mezze misure, che ne ho il culto. Tra tutte le esecuzioni che ho ascoltato, e ne ho ascoltate tante, la mia preferita in assoluto è quella di Misha Maisky, la sua prima, quella del 1985.

C’è qualcosa in Misha Maisky e nel modo in cui suona le Suites che si rivolge ad un punto preciso in me, non so se nel mio cuore o nella mia anima o nel mio ka o nel mio luz o che nome vogliamo dargli, ma mi tocca. L’austera semplicità di Casals, la liricità di Moser, i virtuosismi (piatti, vuoti dico io) del tanto celebrato Yo Yo Ma, il calore indimenticabile della perfezione di Rostropovic, la solidità dolce di Geringas, possono tutti essermi consoni in alcuni momenti, ma nessuno mi tocca come Maisky.

Il suo stile “sopra le righe” ad alcuni non piace. Maisky è stato definito “emotivamente dostoevskjano”, e lui le Suites le suona così: sussurri e grida, piccole colorature, pause, sussulti. Crepacci, abissi, volate, petali. Le suona da slavo, da esule, da appartenente ad una minoranza. Le suona con sofferenza e gioia indistinguibili, feudale e malinconico, con saudade, hüzün, nostalghia, Sehnsucht e con tutte le parole che le diverse culture usano per indicare quella cosa indicibile lì, che io sento. E le suona con tutto il corpo e con tutta l’anima. Dopo ogni Suite (di solito ne suona tre a concerto) deve cambiarsi la camicia madida di sudore.

Aveva undici anni quando il fratello maggiore gli regalò la partitura, e da allora non ha mai smesso di suonarle, tranne quand’era in prigione. Perchè non è stato sempre facile essere Misha Maisky. Essere ebreo, e per giunta allievo al Conservatorio  di Mosca di Rostropovic, che aveva aiutato Solzenicyn, significava già automaticamente finire sulla lista dei sospetti. Maisky fu arrestato dalle autorità sovietiche per questo motivo: aveva registrato le proprie lezioni con Rostropovic su un vecchissimo mangianastri, comprato coi soldi del premio Tsjaikovskij. Quando il mangianastri si ruppe, Maisky dovette cercarne uno nuovo, cosa assolutamente impossibile da reperire in Unione Sovietica, tranne nei negozi riservati all’èlite comunista in cui si potevano acquistare merci pagando in valuta. Un “amico”, in realtà agente del KGB, gli offrì dei buoni per pagare in uno di questi negozi. Maisky andò a comprare il registratore e fu arrestato sul posto per “traffico illecito”. Fu privato del suo strumento e spedito in un villaggio dal nome abbastanza ironico di Pravdinsk (vi si stampava la Pravda, la “Verità”) ai lavori forzati, con ladri e criminali, dove per due anni spalò quintali e quintali di cemento al giorno.

Quando uscì, non aveva neanche il Diploma di Conservatorio. Non toccava un violoncello da due anni, e in più gli mancavano, per diplomarsi, due esami: quello appunto di violoncello e quello, fondamentale, di socialismo scientifico. Era il 1972 e Maisky decise di fare domanda di espatrio. Ma l’espatrio era impossibile senza aver fatto il servizio militare obbligatorio, della durata di tre anni. Altri tre anni senza suonare. Non restava che una via: il reparto psichiatrico. Il ricovero avrebbe escluso qualsiasi possibilità di arruolamento. Riuscì a fingersi pazzo e a farsi ricoverare. Sei mesi dopo essere stato dimesso era in Israele.

Nel suo primo concerto pubblico, alla Carnegie Hall, suonò la Seconda Suite. Cos’altro avrebbe potuto suonare? E deve averla suonata bene, come sa fare lui, se un benefattore anonimo gli regalò un Montagnana del Settecento, sul quale suona ancora oggi.

Il commento di Tania col riferimento a Bylsma è interessante. Ecco come Bylsma suona il preludio alla prima Suite: MISURA

 

 

… e come invece lo suona Maisky: ECCEDENZA

 

 

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2 commenti

  1. Credo di essere tra quelli che percepiscono la sensucht delle interpretazioni bachiane di Maisky come qualcosa di eccessivo. Mi agita, mi manca un po’ il respiro. Però è coerente, e soprattutto pittorico, non so perché, ma mi viene di definirlo così: mi ricorda in parte l’ultimo Tiziano, ma anche le pennellate tese di Delacroix e di qualche altro romantico.
    Ma non amo nemmeno gli interpreti che si adagiano nel loro suono pieno e morbido: mi piace comunque che emerga una tensione, ritmica e intima, interiore.
    Ho il ricordo di un’esecuzione emozionante delle suites, molti anni fa, di Anner Bylsma, il pubblico insieme a lui sul palcoscenico del teatro di cremona…!


  2. @Tania: È verissimo, è pittorico. Ma più dell’ultimo Tiziano, direi Tintoretto, in particolare certe cose che sono alla Scuola di San Rocco… singolare che non lo avessi notato prima.

    Maisky è eccessivo, come Dostoevskij e come tanti slavi. Manca del senso della misura, il contrario di Bylsma direi. Ecco Bylsma, che però conosco più come gambista, Bylsma rispecchia invece l’altro mio polo, quello della misura classica, dell’esecuzione “fedele”, anche se poi non si sa a cosa visto che non esistono partiture originali. Maisky fa trascendere Bach da qualsiasi contesto, Maisky suona Maisky. Nello stato d’animo giusto, ognuno ha un suo perchè.



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