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L’anatra muschiata

23 maggio 2011

 

Mia figlia ha un’amica che vive con suo padre in una fattoria sul fiordo: casa padronale bianca, stalla e fienile dipinti di rosso, prato di un verde abbagliante che si spinge fino alla spiaggia sassosa, bagnata dalle acque blu cobalto del fiordo. Il padre di quest’amica, ogni sera, cala le reti davanti a casa e pesca salmoni e merluzzi. Un idillio condiviso con nove gatti che si avvicendano sui davanzali delle finestre, su ogni poltrona e gradino soleggiato. Galline, conigli. Per quasi tutto l’anno, nella grande stufa della cucina è acceso il fuoco, ma non in questa sera luminosa di prima estate. Guido con cautela per il viale sterrato, in discesa tra due file di betulle, e parcheggio sullo spiazzo davanti casa: sono venuta a prendere Maria.

Il padre dell’amica si affaccia alla porta di casa sempre aperta e mi indica vagamente un recinto: “Sono lì le bambine. Hanno giocato a buttarsi nel fieno per ore, nel fienile, e ho dovuto farle smettere perchè starnutivano l’anima”. Vado a vedere.  Nel recinto, giocano a lasciarsi rincorrere da due oche possenti e inviperite, i becchi aperti a mostrare lingue come lime, spinose e appuntite, gli occhietti feroci e le ali spalancate all’attacco. Placida, un’anatra muschiata che conosco col nome di Lasse cammina ondeggiando comicamente il basso sedere, e osserva la scena a distanza di sicurezza. Il padre ci raggiunge, infilandosi una camicia nei pantaloni.  “Più correte, e più vi inseguiranno!” Non lo ascoltano. Urla di terrore, tentativi di arrampicarsi su un albero, risate.

Restiamo in piedi, appoggiati al recinto dall’esterno, in silenzio. “È bellissima quell’anatra muschiata”, gli dico.  “Sì. È anche molto stupida. Potrebbe benissimo volare via, attraversare il fiordo e le montagne, arrivare anche fino in Africa. È libera, ma non lo sa. Resta qui, e a novembre ce la mangeremo arrosto. Lei e le oche.”

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36 commenti

  1. Mi offro per un’adozione a distanza a vita di Lasse e delle oche.


  2. E i merluzzi? E i salmoni?

    Pensa invece che Maria e l’amica si sono già prenotate per gustarsi le oche arrosto…


  3. Eh, lo farei anche per loro, ma non credo di avere liquidità sufficiente!
    Le gusteranno per vendetta? Quindi fredde? 😉


  4. Comunque Lasse ha un problema comune a molti esseri umani. Essere liberi e non saperlo. Ma non è stupidità, bensì mancanza di consapevolezza.


  5. Vegana?

    La stupidità è raramente legata ad un quoziente di intelligenza, in qualunque modo lo si misuri. È quasi sempre mancanza di consapevolezza. Però, mentre Lasse non potrà mai arrivarci perchè ha il cervello di un pisello e non ha la capacità di riflettere, noi umani potremmo e dovremmo raggiungerla.


  6. Che disdetta! dall’idillio campestre al forno.

    Verrebbe da dire: lasse non è stupida, è un’oca! Ed è proprio così. Spiegateglielo in modo che possa capire, e prenderà subito il volo!


  7. povere oche e povera anatra, però che bel quadretto


  8. @Tania: Lasse non è un’oca ma un’anatra, anzi un’anatro maschio: un papero!
    Ma nell’idillio campestre il forno c’è sempre stato… gli animali si mangiano, in campagna.

    @Zefirina: Ma come, povere? Vivono una bella vita, nell’idillio e con libertà di movimento (nel recinto non sono rinchiuse, anzi sanno anche aprire il cancello), sono certa che ritengono di essere loro le padrone della fattoria, cibo a volontà, dopodichè morte rapida e pressochè indolore.
    “Povere”?

    Comincio a capire, anzi, perchè non volano via.


  9. Quadretto idilliaco. Pero’, che bisogno c’e’ di uccidere Lasse? E dato che siamo in argomento, che necessita’ di pescare salmoni e merluzzi?


  10. @Fabio: Domande interessanti. Al di là delle scelte individuali, che rispetto comunque, io risponderei: non c’è, oggi, nessun “bisogno” e neanche nessuna “necessità” di uccidere animali per mangiarseli. Dal punto di vista nutrizionistico, è relativamente facile sostituire l’apporto di proteine animali con altre proteine.
    Però li si uccide, o se ne delega l’uccisione, e li si mangia, perlomeno io lo faccio. Per fattori culturali, perchè ce ne piace il sapore, la consistenza, per consuetudine, costume.
    Il punto è che io personalmente non ho nessun problema etico nell’ingerire animali morti, di nessuna specie. Ho un problema “affettivo” solo con cavalli, cani e gatti, che naturalmente è culturalmente determinato. Ma non mi sognerei mai di pensare che uno che mangia un cavallo sia un mostro.
    Invece, ho grossi problemi etici riguardo all’allevamento industriale di animali da carne, e cerco di non farne uso.
    Ma, da un punto di vista etico, non penso sia sbagliato uccidere Lasse, o un merluzzo.


  11. il finale non mi piace… ma il posto è fantastico!


  12. Lasse è un papero??? Abbiamo conosciuto Paperi (ed io in carne ed ossa, anima e mente) non stupidi, ma Psicopatici!!! E che Paperi!

    No, non sono vegana. Almeno vorrei essere vegetariana, ma la carne cede ed ulula (come diceva Totò)


  13. @Lola: Il Gran Finale sarà a novembre… il Banchetto della Vendetta delle Giovani Vichinghe.

    @Manuela: Quelli eran Paperi! Mica Lasse.


  14. Alcune osservazioni:

    Il post inizia con la descrizione di un luogo e di fatti che vi si svolgono in cui sembra regnare un ordine ed una lentezza, dove la misura dell’uomo e quella dell’animale si accordano.
    Quest’atmosfera riecheggia l’idillio che richiama le antiche fiabe che noi oggi siamo abituati a vedere nella versione “corretta” secondo una Disneyana bonarietà.
    Se poi si va a vedere la versione originale di quelle fiabe, o quantomeno la trascrizione di racconti fiabeschi trasmessi oralmente, l’elemento crudele è costantemente presente in relazione al riequilibrio degli elementi (riequilibrio che può mostrarsi in forma drammatica; si vada a vedere la versione originale della “Sirenetta” scritta da Andersen, celebrato esponente del “Lune”, tipica espressione dell’ironia popolare danese ), alla redenzione, se non addirittura all’emancipazione.

    Quella che appare come una curiosità: ovvero , dare un nome ad un animale che poi comunque si mangerà, è fondato sulla vicinanza, anzi, sulla prossimità, che a prescindere dalla conclusione prende forma nel nominare ciò che si conosce nel suo aspetto, nel suo carattere e nelle sue consuetudini.

    L’ironia del padrone di casa sembra rivolgersi a quel mondo urbano che tende ad antropologizzare tutto ( Per quale ragione -nel senso proprio della ragione- un animale dovrebbe essere un soggetto di diritto? Nel mondo degli uomini il soggetto di diritto è sottoposto a diritti, doveri, giudicabilità e tutela, in un sistema legale basato sul consapevole confronto delle parti che non esclude nessuno. Ma trattando il mondo degli animali, questo succede? E’ un discorso ampio, determinato dalla differenziazione dei contesti, e non privo di evidenti ipocrisie ), mentre la sua consuetudine con Lasse, sembra essere aliena da preconcetti e fondata su una schiettezza, la cui vicinanza all’autentico genera nel tipo urbano del consumatore perplessità se non avversione.

    Lasse, è l’emblema e la reificazione di ciò che in natura si presenta come sovrabbondanza –senza che l’uomo industriale vi metta mano con la sua accelerazione e l’esagerato consumo senza nome-.
    In questo senso “il pasto di Lasse” appare come la celebrazione di questa sovrabbondanza.

    Che poi su ciò, l’uomo avvezzo, faccia battute, ciò pertiene alla sapienza degli uomini prossimi alla realtà e non alle rappresentazioni, e alla loro capacità di esprimere emblematici paragoni.


  15. Gesù: “Siate rispettosi e compassionevoli non solo verso i vostri simili ma verso tutte le creature poste sotto la vostra tutela”.
    Agiungo che “Ogni essere vivente può diventare Buddha”, e così peggiorare la mia situazione di Ipocrita. Ma queste due citazioni mi bastano per dire che, ragione o non ragione, gli animali sono titolari di tutta una serie di diritti, fra i quali non essere considerati come nostri giocattoli, non essere antropomorfizzati, maltrattati o sfruttati, riconoscere la loro dignità di elemento fondante l’equilibrio naturale cosmico. E se in natura l’equilibrio è dato anche dal fatto che gli animali si cibano di altri animali, l’uomo, per lo meno, dovrebbe essere grato all’animale che, senza neppure saperlo, gli offre non solo sostentamento (ciò che ci nutre può stare nel palmo di una mano), ma anche soddisfazione all’ingordigia.
    La celebrazione della sovrabbondanza (di ciò che non abbiamo estinto) dovrebbe prevedere un rito di ringraziamento.

    E adesso vado fuori a cena, dato che è il mio compleanno, e domani non vi dirò cosa avrò mangiato nemmeno sotto tortura!!!


  16. @Mauro: Mi offri lo spunto per un post al quale pensavo da tempo, e che probabilmente scriverò presto: quello sulle fiabe norvegesi e la loro “crudeltà”.
    Sono d’accordo con quello che scrivi. Probabilmente lo sarei meno se non conoscessi questa realtà, il modo in cui pensa questa gente del nord, se fossi più a contatto col modo snaturato in cui si allevano gli animali in altri paesi, che probabilmente influenza il giudizio di alcuni lettori.
    Il padrone di Lasse, come la stragrande maggioranza dei norvegesi, ha da sempre un rispetto profondo per gli animali, che si esprime nel modo in cui vengono allevati e cacciati. Non in quanto soggetti di diritto, che è un’assurdità, ma in quanto facenti parte della natura, dove esiste un equilibrio basato anche sulla forza e su una crudeltà che non è giudicabile con i criteri umani ma va oltre. L’animale è fonte di sostentamento, aiuto nel lavoro, preda, cibo. Non è amico ma compagno, non è alla pari o umanizzato ma è parte del tutto, necessario. Questo implica un rispetto profondo, diverso da quello degli animalisti, antico.
    Lasse e le oche, per quel signore, sono cibo raro. Si mangeranno a novembre, non in un periodo qualsiasi dell’anno ma prima della lunga notte artica, nel tempo in cui la natura muore e si immagazzina il grasso per l’inverno, nel tempo che segue al raccolto degli ultimi frutti prima del buio. Questo è parte di lui e delle persone che come lui sono cresciute con gli stessi riferimenti culturali e antropologici. Si può dare un nome ad un compagno di vita, ucciderlo e mangiarlo. Come nelle favole classiche, l’animale esemplifica comportamenti e situazioni umane. Potrebbe fuggire e non lo fa, “è stupido” non in quanto Lasse ma in quanto Personaggio, come la Volpe, il Lupo, la Lince. Emblema.

    @Manuela: Gesù, dopo aver reso grazie per il cibo, mangia insieme ai suoi amici l’agnello pasquale e divide coi suoi amici i pesci di Tiberiade.
    In questo io vedo un profondo rispetto: il Figlio dell’Uomo che si nutre della sua Creazione e si sacrifica ad essa.

    Buona cena e buon compleanno.


  17. E tu vorresti privarci delle tue descrizioni, della tua ironia, della tua sensibilità, del tuo argomentare fermo ma pacato?

    SilviaC (che in Veneto ha imparato ad apprezzare la carne di cavallo, ma che da quando abita a Siena ha capito che è meglio non farlo sapere in giro)


  18. @SilviaC: Benvenuta, anzi ben palesata su Pioggiablu! Un’altra criptolettrice…
    Ti ringrazio per quello che dici.
    Conosco benissimo Siena e i senesi, e sperando di non offendere nessuno ti confido che il Palio, e tutto ciò che c’è intorno, non lo sopporto proprio. Ma ho visitato il posto dove i cavalli rovinati dal Palio vanno “in pensione”, e lì almeno stanno bene (non li mangiano perchè penso che, dopo tutto quello che gli hanno somministrato, non sarebbero commestibili).


  19. Io mangio carne per gola o per dieta e mi sento in colpa, punto.


  20. @Laura: Io invece non mangio quasi carne perchè non mi piace, ma se ad esempio in Italia mi servono il coniglio con le olive, che adoro, o un agnellino tenero al limone, non solo non mi sento in colpa ma mi godo il pranzo in uno spirito che definirei di gratitudine alla vita.
    Tutto ciò che è dieta-gola-colpa fa parte di un bagaglio “esistenziale” da cui tento incessantemente di prendere le distanze.


  21. ma in questo caso almeno per me credo di no, infatti dieta e colpa qui non sono affatto collegate – mangio certi tipi di carne (intendendo anche pesce) quando sono a dieta, e altri per gola. Entrambi sono motivi puramente egoistici, e il senso di colpa è inevitabile pensando a cose come le mattanze dei tonni e le altre sofferenze a cui sottoponiamo gli animali per mangiarli. Confido di riuscire sempre di più a trovare alternative valide alla dieta e alla gola, che mi fanno sempre star meglio dopo mangiato. Conosco vegan che fanno cene strepitose, andrò a scuola da loro.


  22. È ovvio che non mangiamo per altruismo. Tuttavia, io continuo a non cogliere cosa ci sia di riprovevole nel cacciare o allevare animali per consumarne la carne (cosa che molti animali stessi peraltro fanno). Sui metodi di allevamento e caccia invece si può e si deve discutere. Sulle scelte individuali invece no. Si può essere vegan senza essere fanatici e si può mangiare carne senza “star male”.


  23. è l’idea di utilizzare un altro essere vivente esclusivamente come mezzo per i nostri bisogni – così come sterilizzare i gatti per tenerli in casa.
    Però insomma, il post non parla di questo – per certi versi è vero, ha la semplicità di certe fiabe crudeli. Aspetto con ansia il post sulle fiabe norvegesi.


  24. La sterilizzazione dei gatti nooo!! Annoso tormentone di discussione tra noi… io per adesso ne ho tre sulla coscienza, e non una briciola di rimorso! E ti dirò: io non li ho mai sterilizzati “per tenerli in casa”, ma per lasciarli uscire sicura che non potessero moltiplicarsi…
    😀

    Comunque, sulla prima cosa che dici: anche le piante sono esseri viventi. Anche i batteri, e persino i virus.


  25. beh allora ho sulla coscienza anche tutti i raffreddori sfruttati per non andare a scuola 😀


  26. Verrrgogna!!!

    Tu stavi a casa e il P. interrogava me, che invece ero solita sterilizzare i miei batteri affinchè non si riproducessero…

    (smettiamola!)


  27. Mo se vede che so tamarra e postmoderna e anche nativa de Roma, che devi fare – ma ecco.
    1. Un animale che ti sceglie potendo fare il contrario no – non è così idiota da non capire che è libero, sta facendo un bilancio e sceglie te e il tuo posto per stare con te. Quindi tu che gli dai un nome, con quella storia della cretinaggine delle oche dai un alibi morale, alla tua scelta, e questa scelta diversamente dal contesto della caccia, o dovremmo dire in una gradazione diversa – è l’abuso di una relazione, è tradimento.
    2. Sinceramente io sono carnivora e quindi, poche cazzate – ma manco me le racconto: ecco artepilla anche se capisco cosa vuoi dire – la retorica si annida dappertutto, e la morte è morte e l’abuso è abuso anche con i ghirigori del nord europa.
    Pardon.


  28. @Zauberilla: Perchè “pardon”? Mica dobbiamo fare i coretti, siamo qui per scambiarci opinioni.

    1) Per scelta si intende l’indicazione o attuazione della propria preferenza dopo una valutazione di altre possibilità disponibili. Dove da una parte c’è il cibo, dall’altra un concetto per Lasse (ma non solo per lui) piuttosto astratto, che è quello di “libertà”. Ecco io dubito che un’anatra, posta di fronte a quest’alternativa, sia in grado di fare altro che non rimanere in prossimità del cibo. Perchè non sta facendo nessun bilancio, non sta scegliendo Ida o suo padre piuttosto che l’Africa e il volo. Sta semplicemente vicino alla sua fonte di cibo.
    La constatazione della sua stupidità non è affatto un alibi morale. Nella mentalità di chi l’ha pronunciata il concetto stesso della necessità di un “alibi morale” per consentirsi di macellare e consumare un animale non solo sarebbe assolutamente estraneo e difficile da comprendere, ma una volta compreso, ridicolo.
    Date queste premesse, non vi sono i presupposti per nessun “tradimento”.

    2) Non so dove percepisci retorica. Io certo non la vedo nel fatto incontestabile che la Scandinavia ha la legislazione più restrittiva e protettiva al mondo per l’allevamento, il trasporto e la macellazione di animali. E questo non perchè gli scandinavi siano più buoni, o perchè debbano essere all’altezza di una qualche retorica animalista (io la vedo soprattutto lì), ma perchè il loro rapporto con l’animale è culturalmente e antropologicamente determinato dai fattori di cui parlavo sopra.

    E che la morte sia morte è verità pacifica e universale, soprattutto a questi climi.


  29. Dunque Arte – sulla questione del cibo versus libertà non sono d’accordo. Si un sacco di animali si allontanano da una certa fonte di cibo: cani che scappano di casa, uccelli migratori, stronzi gatti traditori che ne trovano poco più in la di cibo e ti abbandonano. Anche nel cervello di un’oca ci sono delle variabili che il signore esclude. E’ molto tipico della retorica contadina schiacciare gli animali tutti nell’idiozia dell’istinto. Naturalmente non mi aspetto che la papera rimanga perchè il signore è ottimo nel sillogismo aristotelico, ma trovo comunque l’argomentazione banalizzante.
    Si capisco che la legislazione sia restrittiva – ma diciamo che ecco, perchè chiedevo pardon, il post era molto bello, ma rimaneva la solita retorica del cacciatore, l’ammore profondo per la natura e l’ordine santo naturale per cui oh si io ammazzo ma deh! lo fo nel mese poetico! Colla santa ragion d’essere della retorica. Io trovo che gli uomini – ivi compresa me stessa, col mio gatto addomesticato, col mio amore per la carne arrosto – sono dei desposti sul pianeta, sono degli invasori.Sono la macchia umana di philip roth, che tocca e rovina anche con la retorica poetica, e anzi con quella alle volte pure di più.Diciamo che mi piace la consapevolezza aspra della contraddizione. E che io se mi prendo un animale in casa, non lo ammazzo dopo, e benchè questo possa avere a che fare col fatto che sono postmoderna e urbana, non mi provoca nessun pentimento, anzi.


  30. Il personale principio etico, perlopiù non contempla i modi della natura. Esso si basa su una decisione consapevole in genere di carattere razionale (non sempre) che stabilisce un patto con se stessi in cui sono accettabili certi comportamenti e altri no. Ho notato che una delle caratteristiche dell’avere un principio etico è che se esso viene infranto, viene perlopiù sanzionato con il senso di colpa.
    Mangiare carne di animale contempla il fatto che si debba uccidere un essere vivente, che per’altro spesso ha vissuto un esistenza di costrizioni e sofferenze. Ciò non basta a considerare il nutrimento animale una necessità (cosa su cui appunto si potrebbe discutere) ma più in generale un piacere (ovvero: è più piacevole mangiare un chilo di carne che gli svariati chili di frumento e altri vegetali che servono per nutrirlo e farlo diventare carne da macello).

    Tutto ciò rimette in discussione il rapporto piacere-senso di colpa, conferendo all’etica la parte dell’elemento debole; situazione questa su cui grava un clima di sospetto che non può non indurre a severi ripensamenti.

    Ribadisco una cosa che ritengo fondamentale nel mio precedente commento. Non è mai esistita un epoca dove, in occidente, si siano dichiarati ed espressi principi etici come quella in cui viviamo, e nel contempo non è mai esistita un epoca come questa in cui tutto ciò che può essere trasformato in prodotto (ci intendiamo no?) non sia soggetto a massimizzazione e accelerazione. Cosa che tutti noi percepiamo quotidianamente come alienazione, trascendimento da parte della tecnica e generale sbilanciamento di ciò che potremmo considerare condizione per di realizzare l’autenticità del nostro esserci nel mondo, che per certi aspetti potremmo chiamare “misura”.
    E questo, non facciamoci illusioni, è il nostro destino.

    Richiamo l’attenzione, come nel post venga descritto un caso in cui l’uomo e l’animale, vivono un tempo, e quindi “la misura” per eccellenza, che appare sostanzialmente il medesimo. Se poi vi è una conclusione, un compiersi ( guarda caso, non casuale, ma rituale -e il rituale si sa, perfino in questa forma così remota da quella che doveva essere la sua autentica sacralità, non è poesia-,che si esplica secondo la mentalità contadina, la quale, che possa piacere o meno o possa essere riduzionisticamente considerata , ha una sua funzione)

    Apro una parentesi sugli ampi studi di violenza intraspecifica che sarebbe interessante andare a vedere; cioè, di quanto gli animali non uccidano solo altre specie per nutrirsi, ma uccidono animali della stessa specie secondo “rituali ben definiti” (così li definiscono gli etologi) di autentico assassinio di elementi del proprio gruppo o di altri gruppi.

    Tornando alla questione del compiersi del “medesimo tempo” nella cena rituale, questo compiersi mi sembra avere una certa importanza nel paragonare questa situazione a quella della consuetudine urbana che noi viviamo. E’ una questione in cui giustamente non è il caso di lasciarsi andare a sensi di colpa, quanto ad una attenta osservazione, piuttosto che alla sufficiente ironia di chi arriva a considerare l’uomo l’invasore ( ho letto bene? alla faccia del senso di colpa! ), cosa che può dare il senso del livello di consapevolezza raggiunto.

    L’irrisolto rapporto fra l’uomo e l’animale, nella sua generalità, contempla la relazione, ma si va ben oltre. Se consideriamo gli esempi fatti possiamo anche considerare l’esempio di un fortunato incontro con uno squalo mako, dal quale, se va bene, se ne esce con qualche membra mancante.
    In sostanza, sul piano generale, l’idea del tradimento contempla l’eventualità di un patto.
    Qualcuno ha fatto un patto con gli animali (Lasse compreso)?
    Non mi risulta.


  31. @Zauberilla: Sì, il post, nelle mie intenzioni, non parlava infatti neanche di animali. Ma evidentemente questo aspetto è quello che ha più colpito i lettori, e io li ho seguiti nei commenti su questa via, e va benissimo così, e questo è interessante in sè: subito è emerso questo disagio, senso di colpa, subito si sono usate parole come idillio, povero Lasse, la carne ulula, fino al senso di colpa cosmico dell’essere macchia umana e castratrice di gatti.
    Ti ringrazio perchè col tuo contributo siamo arrivati più vicini a quella che secondo me è la questione di fondo, cioè il senso di colpa dell’essere uomo “despota” e “invasore”, sul quale sono in disaccordo più assoluto con te e con chiunque altro dovesse pensarlo. Penso sia qui il nodo.
    Da questo deriva poi quella che per me è insanabile (più che aspra, stantìa) contraddizione: fare cose (tipo mangiare carne) collegandole a pentimenti che poi divengono una sorta di alibi per la nostra coscienza. Chiamare questi alibi “gola”, “dieta”, “gusto”, oppure dire “Aò sò ‘na macchia umana perchè me piace l’abbacchio” non cambia il fatto che siano legati ad un senso di colpa che per me è assolutamente estraneo.

    Quanto alla retorica, è un’insidia sempre in agguato e possiamo caderci tutti. Ma è forma e non sostanza, in questa questione.

    @Mauro: È curioso perchè, prima di leggerti, avevo iniziato a scrivere un commento in cui dicevo che il concetto di tradimento presuppone un patto tra due o più parti. A me tutta l’idea del tradimento pare un’arbitraria “umanizzazione” di forze che non sono umane. Non si può fare nessun patto con la natura. Si può e si deve rispettarla in quanto altro da noi, profondamente altro.


  32. scusa ma mi sento chiamata in causa, il senso di colpa non lo vedo in alcun modo un alibi – laddove ammetto una colpa sono colpevole e basta, non cerco assoluzioni. Sta lì a dire che c’è una contraddizione, e che non varrebbe per me a sanarla nessuna spiegazione filosofica dell’ordine delle cose.
    Ad ogni modo Zauberei ha saputo spiegare molto meglio di me quello che intendevo. Che poi non si sia tutti d’accordo su una stessa visione mi pare cosa normale.


  33. @Laura: Ti credo se mi dici che per te non è un alibi ma una contraddizione. Io la vedo come l’interiorizzazione di un conflitto tra godimento e presunta colpa, che nell’essere umano è sempre esistito e che si è sempre riproposto sotto forme diverse. La natura e l’animale oggi per alcuni hanno assunto le funzioni che un tempo aveva la divinità. Per altri, la scienza ha assunto la stessa funzione. Per alcuni la “colpa” è un alibi, direi per i più. È legata al “peccato del mondo”, un eco della lacerazione originaria, l’essere despoti dice Zauberilla, “infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” diceva Paolo. Tutto qui quello che sto dicendo.

    E se si fosse tutti d’accordo, mi preoccuperei.


  34. io penso che l’uomo sia naturalmente onnivoro,e necessiti anche di proteine, e di carne.vi sono poi luoghi nei quali la natura questo offre, e diventa difficile mangiare altro – il problema è l’equilibrio, l’andare oltre la necessità, e da questo deriva da una parte lo sfruttamento degli animali, allevati in condizioni terribili, e dall’altra l’insorgenza di malattie umane legate ad un’alimentazione eccessiva…credo che quello che è necessario sia giusto e ragionevole, in termini di caccia e allevamento, quello che diventa invece spreco, crudeltà, divertimento, “sport”, non è più bene. il senso di colpa in questo caso è comprensibile. io in realtà non mangio quasi mai carne, devo dire…


  35. Sì Animapunk, di equilibrio si tratta, infatti. Di misura. La colpa è legata per me all’abuso, non all’uso in sè. Uso che non sempre implica assoluta necessità (potremmo assumere proteine in modi alternativi alla carne), ma comunque scelta, valutazione etica. Cacciare un animale non protetto per mangiarlo non è di per sè abuso. Rinchiuderlo in una gabbietta per ingrassarlo forzatamente è invece sempre abuso.
    Paradossalmente, la prima alternativa suscita indignazione, la seconda solo un opportuno, diffuso senso di colpa.


  36. oh per favore, non toccate Lasse !



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