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Quelli

31 marzo 2011

C’erano quelli nelle macchine ferme. Primo pomeriggio, inizio autunno o primavera. Uscivamo, io e la mia amica Carla, a passeggiare per le strade di periferia. Dalle crepe dei marciapiedi spuntavano fiori gialli e ciuffi di erbacce, cartacce svolazzavano mollemente. E lungo i marciapiedi, interminabili, deserti, che finivano nel nulla di uno spiazzo sterrato, c’erano le macchine ferme. E dentro, loro: uomini soli, sempre intenti a leggere. Non capivamo cosa leggessero di tanto bello. Finchè un giorno uno di loro non abbassò il vetro del finestrino e ci chiamò: “Bambine, venite a vedere”. Le foto mi ricordarono il banco del macellaio. Carne. Arti. Cose gonfie e rosse, orribili. Scappammo di corsa, io e Carla. Tremavamo, ridevamo disperate. Non dicemmo nulla a casa. Da allora, ogni volta che oltrepassavamo una di quelle macchine, allungavamo il passo, guardando fisse avanti a noi, lo stomaco un pugno.

C’erano quelli al cinema. Potevo essere seduta accanto a mio padre, ad esempio, ancora troppo piccola per andare al cinema con le amiche. Accanto a me, dall’altra parte, si sedeva un signore, col cappotto sulle ginocchia. Appoggiava la gamba contro la mia, il gomito contro il mio.  Cercava il contatto, premeva. Mi spostavo dall’altra parte, stringendomi verso il babbo, ma la gamba dello sconosciuto mi inseguiva, implacabile. Seguivo il film paralizzata in una posizione scomodissima. Non mi passava neanche per la testa di dirlo al babbo. Era impensabile anche solo pensare di poter pronunciare le parole. Bisognava resistere, cercare di non pensarci, sbucciare noccioline.

C’erano quelli sull’autobus. Specialmente uno, un vicino di casa, severissimo se calpestavamo le aiuole o se facevamo baccano giocando. Sull’autobus si trasformava in cacciatore. L’unica salvezza era trovare un posto a sedere. Se ero in piedi, al ritorno dalla scuola quando l’autobus era pieno, ero la preda. Se ero seduta, succedeva ad altre. Le guardavo con pietà, ma ugualmente incapace di reagire. Si avvicinava da dietro e si strofinava. Tu ti spostavi, e quello dietro. Per evitarlo, eri costretta ad assumere le posizioni più assurde, incunearti tra vecchiette, proteggerti con lo zaino, scendere. Lui, implacabile, guardava fisso fuori dal finestrino. Eppure, sapeva esattamente dove trovarti.

E c’erano quelli a sorpresa. Quelli ai quali basta una strada deserta, un androne vuoto, un angolo, per aprire la cerniera o il cappotto e mostrartelo. Alcuni di loro erano specializzati nelle apparizioni in motorino. Casco integrale, nudità integrale e improvvisa. Una volta per la sorpresa mi cadde il gelato. Il motorino ripartì. Il limone, sull’asfalto infuocato del pomeriggio estivo, scorreva liquefatto mischiandosi al rosa della fragola. Il disgusto sapeva di monossido di carbonio.

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16 commenti

  1. Castrazione chimica!


  2. @Enrico: Flutamid per tutti!
    (quasi tutti, via)


  3. Beh adesso non esageriamo con le reazioni. Forse basterebbe non mostrare tette e culi in televisione 24 ore su 24 per calmare i bollenti spiriti di questi signori. Mi sembrano vittime inconsapevoli, senza strumenti culturali per difendersi dai cliche’ che vengono loro proposti (li’ da voi dalla televisione commerciale, qui dai tabloid popolari: non a caso consumi delle classi piu’ indifese e meno preparate).

    La castrazione chimica conto che fosse una battuta.


  4. @Fabio: Bè non so. Da parte mia era una battuta (soprattutto perchè sarebbe una misura inattuabile). Però sulla TV non sono del tutto d’accordo. Queste cose succedevano prima della tv tette e culi (ma grazie per aver pensato che io fossi bambina negli anni ottanta). Mi sembra anche quantomeno ingenuo, e indubbiamente riduttivo, pensare che l’esibizionismo sia esclusivamente legato all’appartenenza a una classe o al non possedere strumenti culturali adeguati.
    Vittime inconsapevoli?


  5. Si’, assolutamente vittime, perche’ se una persona e’ convinta che il sesso sia eccitarsi strusciandosi sull’autobus o mostrando i propri genitali, credo che non abbia un’esperienza molto appagante del rapporto con le altre persone. E quindi e’ vittima, da compatire piu’ che da condannare.

    L’appartenenza a categorie sociali svantaggiata e’ abbastanza una costante in questo tipo di comportamenti. Forse piu’ qui che li’. Qui esiste proprio una stampa morbosa, che lucidamente genera un modo di pensare che fa paura. Paura perche’ e’ stampa indirizzata a un pubblico culturalmente vulnerabile, senza strumenti autonomi di critica.


  6. Che poi per piu’ qui che li’ intendo piu’ qui in Inghilterra che li’ in Italia (frase che non ha senso dato che vivi in un Paese assai piu’ civile di questo e di quello).


  7. @Fabio: È un post impervio e difficile e me ne rendo conto.

    Tu fai affermazioni molto precise. Non so se esistono dati statistici in proposito, ma immagino che tu abbia ragione: immagino che l’estrazione sociale e il livello culturale possano giocare un ruolo nella prevalenza di certi comportamenti. Sono certa che l’arretratezza culturale di una società possa far fiorire questo tipo di fenomeni, che esprimono – in fondo – impotenza. Presumo però anche che una sessualità tarpata, costretta, malvissuta possa avere luogo ed esprimersi, in forme diverse, in tutte le categorie socioculturali.Io penso che la tua visione del fenomeno sia riduttiva, quasi deterministica: c’è una certa stampa, ci sono certe condizioni sociali, ci sono uomini che vivono male, sono vittime. È veramente così semplice?
    Per farti l’esempio del paese dei balocchi dove vivo ora, il paese con il più alto reddito pro capite del mondo e con il livello di istruzione più alto del mondo, il paese della socialdemocrazia reale: se viene avvistato un esibizionista, interviene la polizia e immancabilmente viene arrestato e spedito in terapia. Non esiste una certa stampa. Nessuno mai si struscia sugli autobus. Tuttavia, di tanto in tanto vengono fuori storie di famiglie che violentano i propri figli, li filmano, li “prestano” ad amici.
    Sono indubbiamente vittime. Ma ancora più vittime, le ultime delle vittime, sono quei bambini.

    Siamo tutti vittime. Anche il più feroce assassino è indubbiamente una vittima da compatire. Ma anche da condannare. E non c’è contraddizione.


  8. Io non credo nelle spiegazioni sociologiche né pseudo-scientifiche di questo fenomeno. Non penso che l’arretratezza di una società lo favorisca, non mi illuderei sul fatto che sbatterli in galera tutti, potendo, risolva il problema, che penso sia legato senz’altro a una sessualità mal vissuta e a scompensi vari; nato con l’umanità, scomparirà con essa, non prima. Qualcosa si può fare per aiutare le vittime vere (le bambine e i bambini) per difendersi: perché parlarne agli adulti di riferimento era escluso, per te come per me? I miei erano laici, aperti, consapevoli, colti, eppure il più delle volte evitavo di parlare di questi orridi incontri che hanno costellato anche la mia infanzia – per fortuna solo occasionali, simili ai tuoi. Alla casistica che ci confidi tu manca l’adulto che sa di poter esercitare un potere, come il maestro o il professore: ancora più opprimente. Quindi non oso pensare ai casi di abuso in famiglia.
    Penso che già un post come il tuo faccia riflettere, racconti quello che alla fine non si racconta mai e di cui forse molti uomini, soprattutto, non sanno abbastanza; non sanno che questi “spiacevoli” incontri sono un’esperienza ricorrente e comune per tutte le bambine.


  9. Forse mi sono espresso un po’ male e velocemente, ed e’ emerso un determinismo quasi automatico dalle mie parole.

    Anche se non vi convincono le spiegazioni sociologiche, converrete con me che una societa’ nella quale il sesso e’ demonizzato e contemporaneamente esibito sui muri, alla televisione, ecc., e’ di fatto una realta’ nella quale piu’ che in altre questi fenomeni hanno una probabilita’ alta di realizzarsi – soprattutto in soggetti senza un senso critico proprio (e mi viene da pensare, anche osservando l’immaturita’ popolare in altri ambiti, che tali soggetti siano, purtroppo, la maggioranza in molti Paesi, sicuramente in Italia e Regno Unito, le realta’ che conosco piu’ a fondo).

    Poi certo, possono esistere mille altre condizioni facilitanti, individuali, collettive, favorite da un certo tipo di educazione repressiva, da esperienze individuali, ecc.

    Immagino concorderemo tutti anche sul fatto che se si introducesse nelle scuole qualche ora di educazione sessuale con bravi psicologi, specializzati nel trattare con bambini, gli effetti di educazione repressiva, esperienze individuali negative, “sentito dire”, barzellette da osteria, preti dell’oratorio, ecc. sarebbero molto piu’ contenuti.

    Peraltro Arte, bellissimo post, grazie per scrivere di argomenti cosi’ personali.


  10. @Tania: Ti tingrazio moltissimo per aver illustrato la tua esperienza, così simile alla mia. Perchè non parlavamo? Perchè non ci ribellavamo? Questa è la domanda di fondo del post. E penso che parli di potere, di squilibrio di potere, di abuso di potere.Dell’impossibilità di un bambino di difendersi da un adulto, delle barriere tra bambini e adulti, anche adulti vicini, cari, ai quali si potrebbe chiedere aiuto e non lo si fa.
    E penso anch’io, Tania, che gli uomini non sappiano. A me è successo di raccontare episodi e incontrare reazioni incredule, spaventate. Non lo sanno.

    @Fabio: Certo. In una società dove la sessualità non è demonizzata, sfruttata commercialmente o repressa come “sporca” manca il terreno per certi comportamenti. Continueranno forse ad avvenire nelle loro forme più gravi (come vero e proprio abuso sessuale) ma meno nelle forme succitate. Che è già qualcosa.
    E, in generale, l’attenzione di una società ai suoi bambini, dovrebbe esprimersi anche in questo: educazione ed ascolto, apertura su certi temi. Non grandi discorsi sul valore della famiglia e sull’importanza di “non fare sesso”. Parlarne nel modo giusto, nelle scuole, nelle famiglie.


  11. carissima arte, grazie per questo post. per il coraggio che hai nel riportare alle mente queste esperienze, per condividerle e confrontarti con tutti. concordo con te su tutto. e in quanto vittima di tanti uomini dei pullman, bidelli di scuola e altro del genere, la prima o forse unica considerazione che faccio adesso è questa: perchè nn ne parlavo mai. con nessuno. i mei genitori e le mie zie erano chiusi di mente, cattolici e moralisti ma avevo le mie sorelle un pò più grandi di me. con loro almeno ne avrei potuto parlare. ma nn l’ho fatto. avevo solo chiaro in mente che dovevo difendere la mia carissima amica ilaria, mia coetanea ma molto più piccina di me. e finiva sempre che scendevamo dal bus e ci facevamo tutta la strada a piedi. senza parlarne.


  12. @Roberta: Anche tu dunque? E anche tu non ne parlavi. Questo mi fa pensare che le parole sono armi, le parole per dire certe cose sono armi, e che io mi auguro che mia figlia e tua figlia e tutte le altre bambine possano averle, queste armi, e possano usarle per difendersi all’occorrenza.


  13. Mi fa sentire in colpa il solo fatto di ignorare, o non pensare, all’esistenza di certi sottili ed orribili soprusi. Come si fa, in quei casi, a resistere al desiderio di vendicarsi? Calmarsi, pensare, organizzarsi, e poi tirargli un brutto scherzo, di quelli che sfiorano l’attentato…


  14. @Antonio: Ti ci vedo… il Vendicatore della Linea 9, l’eroe delle ragazzine, il terrore dei perversi!

    🙂


  15. La padrona di casa, come altra volte, ha pubblicato qualcosa che , o ti lascia senza parole (perché raccontano in maniera fin troppo chiara avvenimenti estremamente delicati, che però non teme di affrontare), o inducono a riflessioni che generano discussioni degne di rilievo.

    Leggendo post e commenti, non mi è stato facile decidere da dove cominciare, quindi ho pensato di prendere in causa qualcosa di personale, che prima è stato osservato da Tania, e poi rimarcato da Artemisia: gli uomini non sanno abbastanza. Riguardo a questo ho sempre avuto l’impressione che il mondo maschile sappia ma, perlopiù, è come se non considerasse la cosa una priorità, proprio perché meno coinvolto come oggetto, come vittima. Ciò si può parafrasare in maniera un po’ grezza, ma a mio avviso efficace: “gli uomini sanno, ma fanno finta di niente perché è un fatto che li riguarda di riflesso”. Quanto poi a quello che dice Artemisia di incontrare reazioni incredule potrei pensare, ed ho esperienza su questo punto, che di fronte ad una donna adulta, magari dall’aspetto equilibrato, il racconto di esperienze che appaiono traumatiche, per quanto il fenomeno si sappia quanto sia diffuso, magari non lo si immagina nella persona che ti sta davanti, e comunque non lo si dia per scontato (ed è emblematico che nei commenti, una persona vicina ad Artemisia racconti di aver vissuto esperienze analoghe, senza che l’una sapesse dell’altra). Ciò può avere un doppio risvolto: quello, da un lato della latente ignoranza; ovvero, pensare di sapere cosa sia una cosa, ma di scoprirla nella sua cruda realtà nel racconto di una persona vicina che l’ha vissuta, ma anche, quello, che non di rado genera la sorpresa: di trovarsi di fronte a delle implicite domande alle quali immediatamente non si sa rispondere, che però possono generare una revisione del proprio modo di rivedere le cose. Chi si spaventa in genere tende a rigettare, e si torna daccapo.
    Nella mia esperienza, ho appreso di questi fatti fin da piccolo, perché capitati, sia a mia sorella, che a mio fratello-era un bambino di aspetto efebico (molto, meno ma capita anche ai maschi), cosa ebbe dei risvolti diversi da quelli raccontati da Artemisia, perlomeno perché tra fratelli ci si raccontava (con gli adulti no).

    Ma c’è un altro episodio, direi inquietante di cui sono stato testimone e partecipe. Trovandomi con amici, mi è capitato di ascoltare il racconto di fatti analoghi da parte di una delle donne presenti. Ecco che mi sono accorto che gli uomini (perché si trattava di adulti, non di ragazzi) continuavano a fare domande sui particolari. L’amica, forse confortata dall’interesse destato del suo racconto non si accorgeva di una cosa che a me appariva sempre più evidente, e cioè, che in questo domandare, in questo voler sapere, coglievo una sorta di prurigine. Era come se in quel racconto, nell’atteggiamento degli ascoltatori vi fosse una sorta di evocazione, e quindi di remota reiterazione, seppure in forma diversa, dell’atto. Lì per lì, mi sono trovato di fronte alla necessità di sviare il discorso, di interrompere la situazione. Questo accade tempo fa.
    Di recente invece, mi è capitato che un amica mi “confessasse” esperienze analoghe, ed io l’ho interrotta, forse urtando la sua sensibilità. Ho cercato di spiegarle che sapevo benissimo, per quanto possa sapere un che non ha vissuto una simile esperienza, di cosa stava parlando, ma l’idea di farla scendere di nuovo nei particolari, di farle rivivere nella nitidezza del racconto questa sua esperienza, proprio per il bene che le voglio,era qualcosa che volevo evitare. Si è mostrata comprensiva, tuttavia non so se lo ha capito. E’ una persona estremamente intelligente, quindi è probabile. Quantomeno io lo spero.

    Quanto alla questione dei contesti, dei presupposti di carattere generale, posso dire ad Artemisia che ci sono osservatori e si fanno statistiche. In generale in Europa non si può dire che ci sia una “capitale” della violenza e della molestia sui minori. Ci sono situazioni diversificate. Fabio faceva riferimento all’Inghilterra dove ci sono talune costanti piuttosto accentuate, ma i delitti più efferati ,quantomeno in termini di numero, non avvengono lì. Ciò che riferisce riguardo alle “categorie penalizzate”, la cui violenza è sempre più domestica, è in gran parte determinata dal fatto che esse sono più permeabili all’azione delle forze dell’ordine rispetto alle fasce “alte”, le quali, sicuramente in questo caso “meno penalizzate” da tutta una serie di protezioni che rendono il fenomeno nel loro ambito meno visibile. Tuttavia è un fatto accertato che il soggetto acculturato e benestante non è percentualmente meno incline a questo tipo di comportamenti rispetto a quello di scarsa cultura e mezzi economici.
    C’è poi da considerare che il racconto di Artemisia, per quanto presente nel suo ricordo, rispetto al contesto attuale appare “datato”, visto che oggi, perlomeno in gran parte dell’Italia, la strada non è più il luogo di frequentazione dei bambini e dei ragazzi come lo era quando bambina era lei.
    Quindi – mi si passi il termine un po’ crudo- con una notevole diminuzione dei “bersagli”, a fronte, e non è un caso, ad un aumento della violenza sessuale sulle donne.
    Come tante altre realtà, anche quella di cui siamo parlando si è trasferita in maniera massiccia nel mondo virtuale; sul web, offrendo peraltro spettacoli, in termini di quantità e “qualità” inediti rispetto ai tempi di cui stiamo parlando.

    Oggi, basta avere un pc o addirittura un abbonamento a sky, e non solo vedi sesso, ma ci sono programmi in cui ti insegnano a farlo bene in senso tecnico. Gli atteggiamenti sessuali più svariati, vengono accettati come appartenenti alla sfera sessuale degli adulti: feticismo, transgenderismo, etero in tutte le sue varianti, perfino coprofilia (è notizia che alcuni mesi fa, il video più cliccato al mondo su internet, presente su siti pornografici, ma anche su siti di informazione, era una breve clip dove due ragazze si scambiavano le feci appena fatte, l’una nella bocca dell’altra). E’ da relativamente poco tempo che l’OMS non considera più l’omosessualità una malattia, seppure nei paesi occidentali non è soggetta a nessuna misura restrittiva, ma nel contempo, per quanto vi sia una diffusa intolleranza, essa, come tutto il resto che ho citato, appartiene all’accettato universo della sessualità tra adulti consenzienti. Poi c’è la linea di demarcazione che separa il mondo degli adulti da quello dei minorenni.
    Il minorenne (figuriamoci il bambino) è considerato dalla legislatura e dal comune sentire, in fase di formazione, quindi meno attrezzato a vivere determinate esperienze. I bambini, per natura e necessità si affidano agli adulti nei modi della famiglia, della scuola e via dicendo. Nell’adulto hanno il loro punto di riferimento, ma quando l’adulto si avvicina secondo i modi della sessualità, nel bambino avviene una diversione del suo universo relazionale, che noi sappiamo non essere privo di una sua sessualità che non è in grado di relazionarsi autenticamente con la sessualità dell’adulto, il quale si presenta come forza e quindi come insidia. E’ un “banale” rapporto di forza a senso unico, nel quale, neppure il consenso può essere considerato effettivamente tale.
    In questi casi il bambino è schiacciato in un mondo di adulti secondo coordinate del tutto differenti da quelle dell’affido del riferimento –perfino nei suoi naturali conflitti- e quindi , non comprensibili.
    Fatalmente è soggetto all’abbandono a se stesso (gli adulti, vengono a sapere di molestie ai bambini spesso per caso).
    Questo senso di abbandono è uno dei processi che favoriscono il plagio, nel quale proprio il molestatore diviene una figura di riferimento. Casi di questo genere non si contano. Diversamente si sviluppa una sorta di consenso verso la propria solitudine e quindi verso il senso di colpa.
    Il meccanismo dell’isolamento, dell’incapacità a comunicare al mondo degli adulti, anche quelli più vicini, che esprimono una consuetudine di osservazioni, giudizi e valori, spesso al di fuori della reale comprensione del bambino “deve” avere una ragione, e questa ragione si indirizza verso il senso di colpa, giacché la punizione è già in atto, ovvero il senso di solitudine.

    L’adulto che molesta un bambino, è un soggetto di diritto.
    Il bambino molestato è un soggetto di diritto.

    Il tipo di reato commesso dal molestatore è in genere iterativo, ripetitivo, differente da quei reati in cui la violenza è il mezzo per raggiungere uno scopo.
    Il reato del molestatore è violento in se stesso, analogamente a quello del violentatore di donne.
    Così come nel caso del killer seriale l’omicidio non è un mezzo ma lo scopo.
    Il molestatore attua, diversamente dagli altri soggetti il cui scopo è la violenza in se stessa, tutti gli accorgimenti che, secondo le sue capacità, rendono l’azione nascosta. Egli è perfettamente consapevole della sua pericolosità sociale, dell’entrata nella sfera del proibito nella sua ricerca del godimento a danno di quell’altro soggetto di diritto che è il bambino: il più vulnerabile tra i soggetti di diritto (provate a far fare una deposizione giurata in un dibattimento ad un bambino di otto anni?!)
    Nella sfera del diritto si esprime un giudizio nella misura della consapevolezza del colpevole di aver reso la propria vittima come tale, e quindi della consapevolezza della gravità del suo atto, come prima condizione di giudicabilità.
    Il genere iterativo non è un tipo di soggetto con cui si scende facilmente a patti, seppure questo accade nella realtà processuale per questioni contingenti di quella che potremmo definire la realgiurisprudenza del processo penale.
    La tipologia del reato rende più complessa la norma riabilitativa proprio per la natura pulsionale dei reati stessi.
    Nel caso del molestatore o del pedofilo ci sono farmaci che attenuano le pulsioni facendo si che si attenui la pericolosità sociale. In varie nazioni vengono usati, ma senza il reale risultato della riabilitazione in quanto il farmaco rende il soggetto: oggetto, deprivato della propria responsabilità e quindi della prospettiva di riabilitazione. Diversamente il carcere, le cui prerogative riabilitative sono note a tutti.
    Le vittime non sono risarcibili. Nella determinazione della pena il carcere non è concepito come risarcimento nei confronti della vittima, quanto come retribuzione penale in relazione alla gravità del reato, e questo pertiene al fatto che il molestatore resta soggetto di diritto.
    A differenza di altri reati la durezza delle pene può avere un carattere dissuasivo. Spesso nella prospettiva dell’iterazione è il sostituto del farmaco.
    La novità della pedofilia rispetto al passato, è che è divenuta merce; merce spesso realizzata da pedofili. I fruitori di questa merce vengono trattati alla stregua del pedofilo o del molestatore attivo in quanto sostenitori del mercato della pedofilia, quindi come soggetti consapevoli, in cui si impone l’elemento ulteriore della virtuale irreperibilità della vittima.
    In tutto ciò la razionalità della giurisprudenza ravvisa una razionalità conclamata, differente dalla razionalità patologica.
    La ricerca del piacere brutale, attraverso il dominio, mette in causa necessariamente la consapevolezza, diversamente non vi sarebbe la primaria condizione mentale del piacere, di cui l’atto violento è il compimento.

    Torniamo a noi.

    Che la sociologia e il diritto si informino è pratica usuale, tuttavia ciò pertiene lo studio delle condizioni in cui l’inclinazione alla violenza e all’abuso vengono a determinarsi, ai rapporti di potere- impotenza in cui si reifica l’atto violento, ma quando si tratta delle vittime la giurisprudenza si fa da parte e la sociologia pone se stessa in maniera più evidente come materia di studio.
    La disciplina necessitata ad affrontare la questione è la medicina, la psicologia e la psichiatria, nel presupposto del recupero e sostegno del soggetto violato e del sistema di rapporti con il suo ambiente. Ovviamente quando ciò viene alla luce, e sappiamo (anche da Artemisia con ciò che ha pubblicato) che nella maggior parte dei casi non è così.
    Ribadisco che la giustizia secondo il proprio formalismo ha la funzione di stabilire la responsabilità di chi commette un delitto e di sanzionarlo, secondo la sua logica, in modo “equo”.
    Tuttavia, non si dimentichi che chi pratica queste forme di violenza se la fa franca, la fa franca punto e basta, potendo, anche se non agendo, mantenere intatta la propria mentalità. Mentre se preso e condannato deve affrontare e rielaborare la dimensione del proprio desiderio, laddove gli sia data questa possibilità, diversamente c’è la durata del carcere il quale come abbiamo già detto, non è realisticamente rieducativo.
    Mentre la vittima affronta un esperienza nella quale, da essere umano viene ridotta a cosa (e questo senza sconti di pena), entra a far parte del muto mondo delle cose, e a prescindere dal “superare”, dal “metabolizzare” questo tipo di esperienza, –come testimoniano Artemisia, Tania e Roberta- non si dimentica, entrando in qualche modo a far parte della visione del mondo che accompagna l’esistenza (“non lo sanno”).

    La difesa.

    Scrivendo mi viene in mente questa parola. Il tema pubblicato parla di qualcosa di già accaduto, nei confronti del quale questa parola appare come l’emblema del ritardo, di ciò che non è avvenuto o che è stato già penetrato. Eppure questo ritardo ci induce a pensare con un certo realismo.
    Come diceva Tania, questi fatti continueranno ad avvenire, pertiene ai rapporti di potere che nessuna razionalità e nessuna determinazione fino ad ora sono riusciti ad arginare.
    La stessa razionalità della giustizia si mostra a fatto avvenuto, e mette in causa la razionalità dell’aggressore ma non la carne e il sangue dell’aggredito (quando carne e sangue sono anche anima).
    Fabio, con uno sforzo di comprensione e di anticipazione del fenomeno, parla di sviluppo del senso critico, tuttavia il senso critico non è ancora riuscito a superare le aporie della razionalità, la quale di fronte alla spinta infinitamente superiore della forza bruta appare di una sconfortante inefficacia.
    Il cosiddetto “senso critico “sembra addirittura capace di creare labirinti nei quali si cade in attestazioni: “tutti son vittime”; in quella che fatalmente si impone come una deresponsabilizzazione in cui in contorni tra vittima e carnefice rischiano di sfumarsi. Non sto infatti parlando di giudizio, non più, bensì di responsabilità. E non una supposta “responsabilità di tutti: “siamo tutti responsabili” ; perfetto contraltare di “sono tutti vittime”, ma responsabilità secondo l’accezione del responso, ovvero della risposta.
    Si risponde a ciò che si ascolta. Senso critico e responso non si escludono necessariamente, ma l’ascoltare, l’osservare mettono in causa: silenzio e attenzione che come forze anticipatrici penso siano l’arma più efficace contro la forza bruta. Esse ci impongono quell’autorevolezza (non si legga, autorità in senso paternalistico) di cui,chi si affida noi ha bisogno, ancora di più quando è offeso, ma comunque, sempre.
    Ascoltare dunque, osservare; fare dei bambini, non adulti, ma persone; smettere mai di ascoltare.
    Persino quando da adulti ci raccontano queste esperienze.
    Si dirà: ma tu hai appena raccontato di aver “zittito” una persona che ti raccontava proprio questo.
    A questo riguardo ho la pretesa di aver percepito, e in qualche modo ascoltato, l’impaurito silenzio della bambina a dispetto delle parole dell’adulta. (siamo in un ambiente fatto di carta velina; delicatissimo), ed io ripeto, spero; spero davvero che lo abbia capito.

    Chiedo perdono alla Padrona di Casa per la mia lungaggine.


  16. Mauro, voglio davvero ringraziarti per questo commento che è al tempo stesso così ampio, profondo e personale. Non ho nulla da aggiungere, se non due cose.
    La prima è che apprezzo particolarmente che tu abbia parlato della responsabilità personale, e della responsabilità come risposta ad un ascolto. Questo concetto è centrale secondo me. Avevo provato a sfiorarlo nei miei commenti precedenti, non riuscendoci. Grazie per averlo fatto.
    La seconda è che sono certa che quella tua amica ha capito.



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