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Volti, aliti, occhi

1 marzo 2011

Provengo da una famiglia dove la religione era un fatto privato. Di più: era una questione personale da regolare direttamente con Dio, chiamandolo in causa e litigandoci come si fa con un vecchio zio lunatico e intrattabile. La chiesa era un luogo che si frequentava sporadicamente, e preferibilmente non durante le celebrazioni. Ci si sedeva e si discuteva con Dio, spesso accusandolo, a volte anche chiedendogli cose impossibili, e sapendo di farlo, e quasi godendo di non vederle esaudite, quasi a riprova del dispetto divino.

A Firenze non credo di essere mai stata alla Messa. Passando quasi ogni domenica a San Gimignano dalla nonna, ci andavo lì. La mia nonna materna fu infatti l’unica a tentare, senza molta convinzione, di farmi acquisire la consuetudine della Messa domenicale. Peraltro, lei  in Duomo non ci andava mai, perchè nutriva una profonda antipatia personale per il “Proposto”. Frequentava, lei, una funzione serale, in una chiesa oscura, sporadicamente celebrata da un prete mezzo cieco e in disgrazia presso la Curia, col quale poteva lamentarsi dell’ingiustizia di Dio e trovare comprensione. Ma io dovevo andare alla messa in Duomo, alle undici.

Seduta tra file di bambine ridacchianti vestite a festa e qualche suora sibilante silenzio, mi sarei annoiata terribilmente, se non mi fossi trovata davanti a una narrazione che mi assorbiva completamente. La navata sinistra della Collegiata era affrescata con le storie dell’Antico Testamento di Bartolo di Fredi, quella destra con episodi del Nuovo Testamento di Lippo e Federico Memmi. A sinistra e mi perdevo tra la creazione del mondo, la partenza di Abramo e Lot dalla terra dei Caldei, Giuseppe calato nella cisterna, il passaggio del Mar Rosso e i figli di Giobbe sepolti sotto le macerie delle loro case.  Mi bastava girarmi a destra per essere in piena strage degli innocenti, seguire la fuga in Egitto, la resurrezione di Lazzaro ancora tutto bendato, il bacio di Giuda, fino alla grande Crocifissione.

Gli affreschi, fatti per chi non sapeva leggere, parlavano il loro linguaggio, plastico, chiaro, caldo, etereo e carnale. I panini sui tavoli. Il sole e la luna nel sogno di Giuseppe. La faccia dell’aguzzino che tormenta Gesù tirando il collare che gli ha messo. Noè ubriaco. I demoni del Giudizio universale sulla parete di fondo, di Taddeo di Bartolo, che costringono i dannati a gozzovigliare premendo le loro teste sul cibo. I loro becchi, le code e le corna mi affascinavano come le spighe di grano, le mura di Gerusalemme, i calici delle nozze, i musi degli asini, le divise dei soldati. Questo è stato il primo contatto con la materia biblica, non orale, non in parole, ma visivo, in immagini, colori.Leggere ha significato quindi riconoscere immagini già presenti. Il volto di Cristo è quello, quello è il viso della Madonna, bianco, senese, gli occhi obliqui e dolcissimi.

C’era tutto: le teste mozzate degli infanti da cui sgorgava copioso il sangue, l’uomo che entra nudo nel letto della donna che dorme, il sesso dei dannati pendente sotto le grosse pance gonfie, le ferite di Cristo aperte come occhi, l’arrosto sul tavolo, le ali pennute degli angeli. Non mancava nulla, ogni spazio era colore, luce, vita. La mia immagine del divino è indissolubilmente pervasa di questa umanità dipinta, viva del suono degli zoccoli sul lastricato, dei gridi della folla, della musica di nozze. Vita potente, vita pubblica, piena. Colore e movimento. Volti, aliti, occhi.

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4 commenti

  1. Lo credo che non ti annoiavi. Come dici tu, affreschi pieni di storie, vita, colore. Talvolta gli affreschi del nostro ‘200 e ‘300 e ‘400 colpiscono così tanto con la loro comunicativa diretta, umana, che restano impressi nella memoria in modo indelebile avendoli visti anche una sola volta.


  2. @Tania: Io ho alcuni particolari di quegli affreschi e di quei volti impressi nella mente. Li conosco, come parenti.


  3. Sai che ti dico?
    In quel groviglio di corpi maciullati dal simil crollo pompeiano ( s’è saputo se dei figli di Giobbe ne scampò qualcuno? )
    In quell’ingorgo di cavalli e dromedari su entrambe le corsie di marcia ( s’intuisce che viaggiassero incolonnati sulla variante di valico )
    avrei preso una camera con vista su quella collinetta di terra senese e mi sarei portato dietro questo post da leggere sotto l’alberello solitario.
    C’è molta della mia adolescenza a menar turiboli e mescere vin santo nel tuo racconto.
    Ritrovo l’ incantato stupore per i paesaggi solcati dalle anse del fiume, i cipressi solitari, la pianura verdeggiante.
    Quello che per te è vita potente, ha sempre ispirato la mia ricerca di un luogo dove regnasse la perfetta armonia.


  4. @JFK: Quei paesaggi stilizzati, di una bellezza lunare, in prospettive compresse e accennate, le città turrite e rotonde: non sono anche un po’ inquietanti però?

    (Ti confesso, scusa, che quel “menar turiboli” mi pare comicissimo!)

    😀



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