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Il grande equivoco

27 gennaio 2011

ringrazio Fabio per avermi fatto conoscere Silvestrov

 

A volte mi sembra che ogni parola che vien detta, e ogni gesto che vien fatto, accrescano il  grande equivoco. Allora vorrei sprofondarmi in un gran silenzio e vorrei anche imporre questo silenzio agli altri. Sì, a volte qualunque parola accresce i malintesi su questa terra troppo loquace.
Etty Hillesum, diario, 1941

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19 commenti

  1. … e fin’ora, qui, il grande silenzio. Per forza!
    Dopo il misunderstanding di ieri con Rob! (del quale mi dispiaccio davvero tanto.)Sei cattivella, eh? Chi vuoi che si faccia avanti? 😉

    Comunque, il frammento riportato, ha sicuramente un peso ed una sofferenza del tutto particolare, considerando CHI è l’autrice e QUALE il periodo storico.
    Oggi le contraddizioni a livello globale sono spesso
    agghiaccianti. Logorrea per l’insignificante e mutismo per il significante. Sarebbe auspicabile un momento di grande silenzio per il mondo, ma solo per dar modo a chi fin’ora non ha voluto, ma soprattutto a chi non ha potuto, di dar voce alla propria sofferenza. Un silenzio rispettoso, come quello che precede i colpetti della bacchetta del direttore d’orchestra e poi l’ascolto com-passionevole dell’altro da parte di ognuno. Ciò che l’uomo è, qualcuno lo intuisce, qualcuno lo ignora. Ma sapere davvero chi siamo è altra cosa e forse non ci è dato. Un grande equivoco, appunto,che ci spinge spesso a dire e fare cose che vorrei definire disumane, ma che sono, ahimé, troppo umane. A volte mi chiedo se nel destino dell’uomo ci sia l’Uomo Nuovo. Se quella sarà la nostra destinazione o rimarremo per sempre, per così dire, nel Samsara.


  2. @Manuela: C’è un equivoco.Questo post non è in relazione diretta con il post precedente, anche se certamente c’è un legame (e che io sia cattiva è verissimo).

    Io penso che il frammento riportato trascenda il contesto in cui è stato scritto, e questo lo fa grande. Penso che sia universale e non particolare.
    Il silenzio serve per fare spazio a qualcos’altro, che altrimenti non sentiremmo. Una voce, una parola, anche solo un gesto. Una musica.


  3. Arte: Non volevo mettere contesti in contrapposizione. Volevo sottolineare (non mi sono spiegata bene)il peso e la sofferenza del suo vissuto sulla sua pelle, Cose che, francamente, trovo inimmaginabili. Per questo ho detto “particolare”. Concordo appieno sul valore universale di quel frammento. Eppure, sentirmi solidale con quanto ha scritto, e quindi con lei, mi fà sentire… come dire… in imbarazzo? Questa è una cosa che mi accade spesso. Quando qualcuno ha vissuto l’orrore, dire che capisco e condivido quanto pensa, mi fà chiedere a me stessa: “Ma io, capisco davvero? Ma io, posso dirlo che capisco davvero?” Comprendere e condividere un pensiero anonimo scritto su un muro (per me) è una cosa. Ma certi nomi, certe firme sotto alcuni frammenti mi fanno dubitare circa il mio diritto a comprendere e condividere. Non sò se mi sono spiegata bene. Capisci cosa voglio dire?


  4. Sai Manuela, Etty Hillesum per me ha un grande significato. Anche se l’ho citata nel giorno della Memoria, però, non è per la sua tragica morte o per la sofferenza che le è stata inflitta che ha per me questo significato. Non è per questo che ho una sua foto sulla mia scrivania, nè per questo io torno spesso a rileggere il suo diario.
    Io non la vedo sullo sfondo della sua morte, o della sua sofferenza personale, o della Shoah. Questo sarebbe limitarla. La vedo come un assenso vivente alla vita. La leggo perchè scrive cose come “passerò tutto il giorno in un angolino di quella gran sala silenziosa che ho dentro di me”, e – a maggior ragione – “in me c’è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perchè non riescono ad esprimere nulla”, e, soprattutto, perchè ha scritto “Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi”.

    Vorrei dirti anche questo: non è mai possibile capire la sofferenza e l’orrore altrui. Non solo non è possibile, ma soprattutto non è necessario. È necessario invece abbattere il muro che circonda il “non posso capire”, lasciar proprio perdere il capire, aprirsi all’essere. Esserci, con l’ascolto, l’attenzione, senza voler comprendere, ma in un atteggiamento di assenso. Questo è il silenzio.
    Oggi ho ascoltato per due ore una pittrice che mi descriveva i suoi quadri come fossero figli e i suoi figli come fossero quadri. Mi descriveva anche il suo dolore, che io naturalmente non capivo. Lenivo quello fisico e ascoltavo quello della sua anima. Non provavo imbarazzo. Ammiravo, invece, il fatto che ancora amasse la vita con tanta forza.

    Ti ringrazio per i tuoi commenti.


  5. Felice di avere ritornato almeno una piccola parte degli spunti che raccolgo qui, allora.

    Jung ebbe a dire: “Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole”.


  6. @Fabio: Jung ebbe a dire un sacco di cose molto giuste.

    (ma Silvestrov, me lo ordino)


  7. Sono una grande estimatrice e seguace del silenzio, per indole e per convinzione. Ma poi divento loquace quando scrivo, producendo danni in egual numero e non minori in gravità. Tanto più che adesso comunicare per iscritto è diventato cosi’ facile, immediato. Quanto si riflette di più, se si pensa che la nostra lettera arriverà tra una settimana, o un mese!


  8. Ogni parola detta, ogni gesto, accrescono il grande equivoco?
    Non è forse sul grande sul Grande Equivoco che si fonda il continuo lavoro di revisione della parola stessa, della sua “attesa” – su questo la Hillesum ragionò non poco.
    L’equivoco è probabilmente la polifrenia dei significati sulla quale si fonda il polemos, ovvero quella liberazione delle forze che è il mondo come relazione in se stesso, che sia intelletto o rumore vocale privo di importanza.

    A cosa fa spazio il silenzio? Allo spazio stesso; magari nella sua accezione più pura di deserto.
    Ma se il grande equivoco appare come un aggrovigliato labirinto dal quale la Hillesum trova l’uscita nel silenzio, essa rischia di trovarsi nel più sottile dei labirinti (ricordate la straordinaria intuizione di Borges, lui, non a caso cieco?)

    E’ la stessa Hillesum a conferire al silenzio un connotato spaziale dando ad esso la figura di “grande stanza nella quale scegliere un angolino”.
    Essa, in questo frammento, non cita il fatto che il silenzio è il parente più stretto del buio. Buio e silenzio stanno sull’orlo dell’indeterminato, di fronte al quale appunto si attende la parola; credo lo sapesse.

    D’altronde un parola da lei scelta non lascia spazio ad equivoci: “sprofondare”. Andare a fondo sempre di più verso il buio e il silenzio, dove la pressione è al massimo, e dove proprio laggiù gli esseri fanno luce da stessi.

    Eppure cliccando sul video postato dalla Padrona di Casa, mi sarei aspettato nuvole che solcano silenziosamente il deserto e non musica.
    Il silenzio dell’assenso che si oppone al rumore come risultante dell’apparentemente casuale infrangersi delle cose con le cose, fatto che spesso percepiamo come metafora del nulla.
    E invece no, musica, rumore evocatore di senso, finanche di significati, e allora perché no, anch’essa gesto, loquacità, equivoco.


  9. @Tania: Tu tocchi un punto centrale, che ci accomuna. Sono come te. L’altro giorno descrivevo a qualcuno quanto mi è più facile esprimermi con la parola scritta: anche troppo facile.
    La soglia dello sproloquio (vedi facebook) è bassa. Quella del pensiero articolato, sempre più alta. C’è uno sdoppiamento, che riflette anche la mia natura, che è estremamente contraddittoria.
    Le cose più importanti vanno scritte su carta. Magari poi spedite per posta, così uno ha qualche giorno di tempo per rimpiangere di averle scritte e per sperare che non arrivino mai a destinazione.

    @Mauro:

    “Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non somiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre, che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente, s’era già addestrato nell’abitudine di simulare d’essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca ad essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro. Le fatiche dell’istrione gli fecero conoscere una felicità singolare, forse la prima che provasse; ma applaudito l’ultimo verso e ritirato dalla scena l’ultimo morto l’odiato sapore dell’irrealtà tornava a impossessarsi di lui.
    (…)
    La storia aggiunge che, prima di morire o dopo morto, si seppe di fronte a Dio e gli disse: Io, che tanti uomini son stato invano, voglio essere uno e io. La voce di Dio gli rispose da un turbine: Neanch’io sono; io sognai il mondo come tu sognasti la tua opera, mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno sei tu, che come me sei tanti e nessuno.”
    (Jorge Luis Borges, L’artefice)

    Quanto al buio, e al silenzio assoluto, io li temo. Ho bisogno di una luce, di una musica. Ma la luce dev’essere vivente, e la musica dev’essere armonica.

    Il testo musicato da Silvestrov è una poesia di Baratynsky, che significa (mi dicono) qualcosa come: “Il canto può curare lo spirito che soffre. L’armonia ha il potere mistico di riparare il grave errore”.
    Il Grande Equivoco?


  10. Ora mi sento meno in imbarazzo. 🙂


  11. @ Arte: Il post, le immagini, i suoni rarefatti, il tenore ispirato dei commenti.
    Tutto mi ha riportato all’esperienza di qualche anno fa, quando uscì il documentario di Philip Groning intitolato “ Il grande silenzio “.
    Schegge di vita dei monaci certosini della Grande Chartreuse di Grenoble, quelli che del silenzio fanno una regola monastica, si alternavano ad immagini che possono sembrare marginali e insignificanti, le gocce d’acqua che cadono nella pozzanghera, o rumori come quello del vento o il suono di una campana.
    Quasi tre ore di proiezione muta, eppure un successo di pubblico impressionante.
    Si disse allora che il film aveva il dono dell’umiltà e trasparenza, che mostrava senza spiegare.
    A pensarci, come orso amerei lasciare quel solo segno sul tronco.

    @ Manuela: Avendo travalicato nel precedente commento il personale limite di serietà, sei depositaria di quello più becero. Che sarebbe indiziato di frenastenia qualora osassi confessare l’inconfessabile:
    se a Samsara servissero la Tartara, si potrebbe metter argine al continuo divenire.


  12. @JFK: Singolare che tu abbia citato questo film proprio mentre io stavo scrivendo un post su monaci e silenzio. Comunque, non l’ho visto ma penso che dovrò rimediare.
    Grazie.

    Quella della Tartara io non l’ho capita, ma magari Manuela che è più perspicace sì!
    🙂


  13. Con una parola che esiste si fa negazione di una parola che sta per esistere.
    Nagarjuna : “Lo Sterminio Degli Errori”.

    E’ evidente che stiamo parlando ancora del silenzio.

    L’armonia, la risoluzione del tritono (di cui tempo fa si è parlato in questo blog), l’atonalità, la dodecafonia, sono tutta convenzioni, forme della loquacità musicale.
    Che cosa essa dunque può riparare?

    Come fenomeno, la sua efficacia è priva di morale. Nella sua più remota istanza essa è pari ad un anestetico, o ad un eccitante. Al massimo le possiamo concedere di essere un espressione di intensità che sa camuffarsi da totalità.
    Essa è in qualche modo il parente povero del silenzio, nell’accezione che il silenzio assoluto non esiste. Perfino quando non c’è nessun rumore intorno a noi è il nostro stesso corpo a fare rumore, allora si decide di fare silenzio “in se stessi” , e se lo si fa , è in base ad un atto di volontà.

    La riparazione -nel caso citato della Hillesum sarebbe più opportuno dire riparo- sta nella scelta di “fare” silenzio.

    E dunque l’ armonia avrebbe un mistico potere? Non c’è forse, come motivo del continuo domandare, una mistica realtà, la quale altro non è che il Grave Errore; Il Grande Equivoco, a cui avvicinarsi, solo per brevi attimi, è possibile al cospetto dell’indeterminato?

    Una curiosità:
    Tempo fa , conversando con un intellettuale islamico, egli mi disse: “Borges era straordinario, perché del tutto ortodosso ma non credente”.
    Noi potremmo aggiungere che: “la Hillesum era del tutto eterodossa ma credente”.


  14. @Mauro: L’armonia è il Grande Equivoco?

    Parto dall’ultima frase: “La H. era del tutto eterodossa ma credente”. Mi trovi assolutamente d’accordo. Ed è questo che più me la fa sentire vicina. L’ortodossia, in qualunque fede, mi è sospetta. Tutto ciò che è lontano dalla vita mi è sospetto.
    L’armonia musicale è una convenzione, forse. Non ne so abbastanza per poterlo negare. Io penso però che più che una convenzione sia un’imitazione umana dell’armonia che è la logica dell’universo, ordine, non caos. Anche il silenzio può essere armonia, anche il vuoto. Ma, per me, la scelta del silenzio radicale è impraticabile. La rispetto, ma mi è profondamente estranea, come un po’ tutto ciò che percepisco come legato a certi aspetti ascetici delle filosofie orientali, come tante posizioni di mistici cristiani che pure rispetto, leggo e a volte anche amo. Io cerco la relazione e non il deserto, e mi relaziono anche nell’ascolto, sia di una musica che di parole, dette e non dette. Cerco l’armonia e non il silenzio assoluto. Non voglio e non posso svuotarmi nel silenzio, desidero invece riempirmi nell’ascolto. Dare spazio a questo, per me è fare silenzio.


  15. Arte: credo che tu mi sopravvaluti 😉

    JFK: perché ora credo di essere preda di un parossismo di frenastenia, in quanto non ho ben capito nemmeno io. L’unica interpretazione (un pò estrema) che ora riesco a dare al tuo commento è che forse hai pensato che io suggerissi di metter argine al continuo divenire servendo a Samsara soprattutto Tartara di carne umana, in attesa dell’Uomo Nuovo. Ho colto, o sono caduta in un grande equivoco? 😉


  16. Oddio Manu, mi accontenterei di un carpaccio di manzo, servito a Samsara o dove vuoi, nel mentre che aspettiamo l’ Uomo Nuovo.
    Io comunque, a pranzo, ero inciampato in una barbera di quattordici gradi.
    Dove sei caduta tu non so. 🙂


  17. JFK: Aaaah!!! Ok, capito tutto!!! Io ero venuta a cercarti! Lasciamo Rapa Nui e tuffiamoci a Barbera. (Io, poi, ho smesso di mangiare anche il manzo, figurati…)


  18. L’armonia il Grande Equivoco?
    Non mi sono nemmeno sognato di dire una cosa del genere. Che l’armonia musicale sia per altro un coraggioso tentativo di imitazione dell’armonia cosmica, ciò non toglie che nella musica stessa, nel suo insieme, nella quale possiamo considerare tranquillamente anche quella soggetta alle leggi dell’armonia, vi sia loquacità –parola nel cui etimo c’è anche l’accezione di “suonare”, “fare rumore”- di per se stesso non è un difetto, bensì una caratteristica.
    Possiedo un bel libro della Idea Books fatto di stampe anastatiche di partiture autografe di autori che vanno dal 600, passando per tutti i grandi, fino a Shoemberg e oltre. Ogni calligrafia, ogni metodo, mostrano l’eloquenza dell’immenso sforzo spirituale che è, ed è stato il fare musica.
    Che poi non mi faccia illusioni sul fatto che questo sforzo non ripari, o non abbia ancora riparato il Grave Errore o il Grande Equivoco è un altro discorso.
    Stamattina , mentre scrivevo il mio commento, ero tentato di dire -ma non l’ho fatto- che sottoscrivo il bisogno di luce, e anche di musica.
    Lo spirito soffre? La musica allevia la sua sofferenza: è un fatto! (della cui natura però, si possono fare non poche osservazioni).
    Riguardo poi alla percezione del “Grande Equivoco”, essa non può essere che il frutto di una mente desta; di un esserci che concepisce la realtà, nel senso profondo delle sue contraddizioni, aldilà delle contingenze. Diversamente si cade se non proprio nell’idea di un mondo perfetto, quantomeno in un mondo adeguato ad un offuscato arbitrio; ben poca cosa ,mi sembra.

    Artemisia, tu continui a parlare di silenzio assoluto, ed io continuo a dire che esso non c’è ;forse nemmeno nello spazio siderale, è per questo che condivido la tua ultima frase.

    Ancora una cosa: attenta quando parli di “ascetici delle filosofie orientali”. Nagarjuna era un logico formale. Nella sua speculazione non c’ niente di mistico, così come in tantissimi pensatori sconosciuti dell’oriente: dall’Islam di cui abbiamo qualche barlume, all’Iran Shiita, all’India Vedantina, fino alla Cina, che con le sue differenti correnti di pensiero ha espresso dispute razionali tali da far impallidire non pochi dei nostri blasonati filosofi.
    Un caso emblematico? Florenskij, quella grande mente, ne conosceva, e li citava pure!


  19. @Mauro: Sono contenta che tu non ti sia mai sognato di identificare l’armonia col Grande Equivoco, ed è per fartelo dire chiaramente che ti ho posto la domanda.
    Sono anche contenta che tu condivida il bisogno di luce e di musica, che a me pare umano e universale. Da quello che hai scritto stamattina non si capiva, o almeno io non lo avevo capito.
    Dopo un tempo lunghissimo in cui ho evitato di dire questa frase, la più trita della blogosfera, adesso la uso di proposito: stiamo dicendo la stessa cosa.

    Tuttavia io credo che la stiamo dicendo nel modo opposto, speculare anzi (e speculativo, certamente).

    Riguardo a “certi aspetti ascetici delle filosofie orientali”, devo spiegarmi meglio. Io non mi riferivo a Nagarjuna, che non ho mai letto, ma al pochissimo che ho letto io, cioè la Bhagavadgita, brani delle Upanishad e soprattutto mi riferivo alla visione Weiliana della Bhagavadgita, e in generale al suo atteggiamento nei confronti della rinuncia totale all’io, e all’ideale del distacco, del ridursi a nulla (discreazione), che per me resta problematico. Per me, nota bene.
    Ma di tutto questo io so poco.

    (Però, riflettendoci, mi chiedo se il Grande Equivoco di Hillesum non sia in qualche modo simile o identico al Grosso Animale di Weil – È un pensiero che mi è venuto adesso, proprio mentre scrivevo le frasi precedenti.)

    Ti ringrazio per le precisazioni e per il sostanzioso contributo alla discussione.



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