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La bottega della nonna

16 settembre 2010

L’odore era la prima cosa che riconoscevo arrivando dalla città, dopo le mille curve e le Nazionali di mio padre e la nausea ogni volta. Entravo, e respiravo l’odore. Non era un odore solo, era una miscela. Era quello polveroso delle croste di pane che macinavo nel macinino a manovella, e con le quali riempivo sacchetti di carta grigia che poi vendevamo a peso. Quello un po’ marcio proveniente dall’angolo del baccalà e delle aringhe. Quello bonario del detersivo, in scatole azzurre sullo scaffale. Quello inebriante della finocchiona appoggiata sul bancone, accanto a quello appetitoso del pane fresco. Passare dalla nausea alla fame violenta  era un riflesso condizionato.

Alla parete di sinistra c’erano gli espositori della pasta Barilla, ornati dalla foto ingiallita di un grasso bebè: ”Pastina glutinata”. Numero uno, numero cinque, numero venti. Spaghettini, stelline, ditalini, penne. Semolino. Farina doppio zero. Sotto, le bottiglie coloratissime dei detergenti da pavimento: rosa choc, verde mela, blu tossico. La varichina, col teschio. La lisciva nei sacchetti. Dietro il banco di marmo, i barattoli di vetro: cacao amaro, assaggiato e poi sputato di nascosto. Zucchero. Caffè, profumo afrodisiaco. Pepe a chicchi. Le ”spezie”, in un barattolo di metallo con sopra una scena di elefanti ed esploratori col casco. La noce moscata. Il lievito vanigliato dall’odore rassicurante. Semi di zucca, regolarmente da me sottratti. Il vaso dei capperi sott’aceto. Il barattolo delle acciughe sotto sale. I panetti del ”Surrogato di cioccolato” da vendere a grosse fette, anche nella versione bicolore. Non ho mai visto nessuno chiederne una fetta.

Sul banco, le affettatrici lucide. Quella più vecchia, rossa, a manovella. Quella più nuova, elettrica, sinistra. La bilancia che la nonna chiamava la stadèra, di metallo marmorizzato, elegantissima, coi pesi coi quali costruire piramidi precarie nei pomeriggi d’estate. Mio fratello si era specializzato nel disossare prosciutti. Arte difficilissima, alla quale mi accostavo con reverenza, assistendolo come un chierichetto. Tagliava la cotenna marrone coperta di pepe, rivelando il grasso candido e il rosso acceso della carne stagionata. Deglutivo. Raccoglievo le cotenne per il cane della vicina, incartandole in grossi fogli di carta gialla, che piegavo maldestramente.

Lo scaffale con le saponette Lux con sopra un’attrice scollata e bellissima, la cera candida delle candele, il lucido da scarpe nero, bianco, testa di moro, neutro. Il Sidol. La carta da lettere ingiallita, in pacchetti da dodici con buste accluse, con sopra una coppia che faceva un picnic sotto un grosso albero, colori autunnali, camicie scozzesi, un cagnolino fedele. I bottiglioni dell’olio: di semi di arachidi, di sansa e di oliva, di oliva, extra vergine di oliva. I fiaschi di vino impagliati. Il cesto delle uova dondolava sulla testa della nonna come un’aureola poliforme.

La nonna aveva la stessa miscela di odori della bottega. La nonna era la bottega. La quale non serviva al suo sostentamento, ma era il suo salotto. Quasi nessuno comprava mai nulla. Il prosciutto e la finocchiona li mangiavamo io e i miei fratelli. I clienti venivano per chiacchierare, con la scusa di un pacco di pasta o di un etto di caffè. Venivano, nei giorni di pioggia, i contadini. Li osservavo attentamente, seduta sulla pedana di legno seminascosta dal bancone. Entravano con grossi ombrelli di tela verde, dal manico rosso grezzamente intagliato. Li infilavano gocciolanti in un grosso coppo da olio piazzato accanto alla porta. Gli scarponi lasciavano orme sul pavimento polveroso. Si chiamavano Edo, Engels, Gosto, Alfonsino. Mi affascinavano le loro nuche, una rete fittissima di rughe incrociate. Avevo una lista mentale nella quale annotavo le più complicate ed estese. Le donne avevano nomi come Primetta, Ultimina, Noemi, Eros. Mi accarezzavano i capelli.

La nonna ”faceva festa” a tutti. Era importante essere ”festosi”, e cercava di insegnarmelo. Io non ero festosa. ”Somiglia al suo babbo”, spiegava lei con rammarico quando mi nascondevo sotto il banco. Questo spiegava tutto. Non c’era da farci nulla. I clienti restavano per ore. Si parlava di disgrazie, malattie, nascite, fidanzamenti. Ogni tanto arrivava un ”viaggiatore” che riusciva ad appiccicare a mia nonna una partita di formaggini ”Milione” che lei non avrebbe mai venduto e che sarebbero finiti a impestare le mie minestre.

Un giorno, a seguito dell’arrivo di un autobus di ”forestieri”, entrò in bottega un signore tedesco. Mia nonna faceva particolarmente ”festa” ai forestieri, che immaginava reduci da viaggi difficolotosi e pieni di pericoli. Questo signore si guardava intorno con aria interessata. Le si rivolse in italiano, e le spiegò che lui era già stato in quella bottega trent’anni prima, in altre circostanze, e che voleva scusarsi se allora non si era presentato come doveva, ma si ricordava bene di quella signora e del posto, e si era ripromesso di tornare per chiederle scusa della sua poca gentilezza di allora. ”Me lo ricordo!” esclamò mia nonna alzando le braccia al cielo in un suo gesto tipico. ”Mi mangiaste tutti i prosciutti!” ”Vorei risarcire” disse lui, che si era evidentemente imparato quella parola a memoria.” ”Macchè macchè, gnamo, era giovane lei, non era mica colpa sua, ma pensa, ma guarda, questo signore è un mio cliente che viene dalla Germania! Le appetisce un bicchiere di vino?”

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17 commenti

  1. Un racconto bellissimo.


  2. Grazie, m.


  3. E’ bellissimo ripercorrere i luoghi dell’infanzia con questa minuziosa descrittività, fino a rievocare ogni singolo oggetto nella sua immagine fatta di forma e colore, con tutte le sensazioni che ci ha procurato. Tu hai fatto proprio un affresco di questo interno e allo stesso tempo di un pezzo fondamentale della tua vita, ed è molto bello poterlo leggere. Di quegli oggetti ne ho visto qualcuno anch’io nella mia infanzia, qualcosa riaffiora anche nella mia memoria.

    A me capita di far qualcosa di simile con la mia casa dell’infanzia, la chiamo…”ricognizione”. Ripercorro quella casa e la faccio rivivere pezzo per pezzo, ogni angolo, ogni mobile, ogni oggetto, finché tutto non rivive, come se fosse stato spolverato e lucidato e rivissuto. E poi posso tornarmene alla mia vita di sempre.


  4. Unheimlichkeit.


  5. @Tania: Quella bottega non esiste più. Al suo posto c’è una panineria dove si vendono anche souvenir (“ciottolini”, direbbe la nonna se potesse vederli). Io non ci torno che pochissime volte, quasi sempre in sogno. Ripercorrerne gli odori e i sapori, come ho fatto qui, per me è un’eccezione. Ho scritto questo post in 5 minuti, scrittura automatica. Adesso la porta si è richiusa, chissà per quanto altro tempo. Per me questi sono giochi un po’ pericolosi, anche se invitanti.

    @Mauro: Proprio qualche giorno fa leggevo:

    “Heimlich, segreto, è una di quelle parole della lingua tedesca che racchiudono in sè anche il proprio contrario. Segreto è l’intimo, ben protetto focolare, baluardo di sicurezza. Ma nello stesso tempo è anche ciò che è clandestino, assai prossimo in quest’accezione all’Unheimliche, l’inquietante, il perturbante. Quando ci imbattiamo in radici simili a questa, possiamo essere certi che vi risuona un’eco della grande antitesi e dell’equazione ancora più grande di vita e morte, alla cui soluzione si dedicano i misteri.”

    Per questo motivo, giustamente, il post è heimlich e quindi unheimlich.


  6. quando leggo alcune delle tue cose mi viene voglia di abbracciarti.
    e vorrei avere la tua capacitá di mettere in prosa le emozioni per poter raccontare anche io episodi della mia infanzia, storie di mia nonna, odori, colori.

    chissá se un giorno qualcuno scriverá cosí anche di noi…

    un abbraccio


  7. ah concordo con henry mi sembrava di esserci in quella bottega mi ci hai portato tu tenendomi per mano


  8. BELLISSIMO!
    Ho avuto un sussulto di affetto per la lista dei nomi:)
    A Livorno, imperversavano le signore rispondenti al nome di “Enea”.
    🙂


  9. La bottega della nonna mi ricorda che presto avrò un anno di più.
    Fra le conseguenze palpabili, una è veramente insopportabile.
    La salita al Borgo della Memoria si fa più tortuosa e quando entro in paese scopro tapparelle serrate e la chiusura di qualche esercizio che un anno prima vendeva ancora ricordi.
    Per questo sono preziose le guide, sulle impervie pareti alpine come al cospetto dei vertiginosi precipizi della memoria.
    Una buona guida ti conduce laddove non saresti potuto arrivare.
    Di post in post, ti stai guadagnando il patentino.
    E sincera gratitudine anche.
    🙂


  10. @Henry: Anche a me viene voglia di abbracciarti, anzi rimpiango di non averti abbracciato abbastanza quando potevo farlo, ma sai che non sono brava ad abbracciare.

    Forse Maria scriverà del mio armadio: i jeans troppo stretti, la camicetta son la macchia di sugo che non andava mai via, la sciarpa comprata a Campo de’Fiori ormai sfilacciata, le scarpe col tacco ridicolo che costò la vita a mia madre…
    😉

    E tu scrivi, che sei più bravo di me.

    @Zefirina: “Un giorno, nella bottega entrò una ragazzina bionda che parlava romano…”
    Saresti potuta entrare.

    @Zauberei: Giusto, Enea, e che era un omo Enea? Se fosse stato un omo si sarebbe chiamato Eneo no??

    Mi è venuto in mente che il nome Eros (prn. Èrosse) in alcuni casi poteva appartenere anche a un uomo. Ambiguo come solo l’amore può esserlo.

    @JFK: Prego. Come guida valgo poco, preferirei più lavorare come San Bernardo, col bariletto al collo. Saprei dove scavare per trovarti.


  11. sui nomi toscani bisognerebbe scriverci un dizionario.
    oltre ai giá ricordati enea e edo come dimenticare emo?

    era il nome di due amiche che chiamavamo, amabilmente, emoderivate

    e poi disma, antelmo, ines, dianora (deh)…un eros (Érosse ovviamente), maschio, arrivó anche al mio paese. era bello e stupido come solo certi belli possono essere.


  12. sui nomi toscani bisognerebbe scriverci un dizionario.
    oltre ai giá ricordati enea e edo come dimenticare emo?

    era il nome del padre di due amiche che chiamavamo, amabilmente, emoderivate

    e poi disma, antelmo, ines, dianora (deh)…un eros (Érosse ovviamente), maschio, arrivó anche al mio paese. era bello e stupido come solo certi belli possono essere.


  13. @Henry: Emo, certo! Disma mi è nuovo, ma è bellissimo. Potrei però richiamare alla memoria Fidalmina e Fidalmino, i mitologici Armida, Osìrisse, gli ideologici Comunardo, Libero, Mazzino, gli scioglilingua: le tre sorelle Leda, Lidia e Lola, le altre tre sorelle Amalia Emilia e Amelia. C’è poi il maschile Lori (proprio di battesimo!), fratello di Ledo delle altre tre sorelle Collaelle…

    Eh, ci vorrebbe un post a parte.

    Henry, come si chiamavano i mitici fratelli di Nocchietta? Ogni volta che me lo dici muoio dal ridere e poi mi dimentico…


  14. … dimenticavo: Argìa!!! Argia era una vecchietta, e suo marito si chiamava Garibaldo.

    😀


  15. Non erano fratelli e non certo di Nocchietta ma, potremmo dire, che ne so’, di Olivina 🙂

    comunque erano: Rinaldo, Miraldo e Ubaldo.
    Famiglie diverse ma tutti nati nello stesso anno. Deve esserci stata un’infiltrazione di gas nervino nelle falde acquifere! Fortuna che io sia stato concepito altrove 😉


  16. @Henry: … se no rischiavi di chiamarti Ribaldo!
    😉


  17. Che meraviglia, un paio di botteghe del genere me le ricordo ancora benissimo. Ma con il cliente tedesco mi hai uccisa.



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