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B come Gollum

1 settembre 2010

B.  ha un’età indefinibile che potrebbe aggirarsi intorno ai cinquant’anni, ed è alto meno di un metro e mezzo. È nato con una sindrome che lo fa assomigliare come una goccia d’acqua al Gollum di Tolkien. Lo strabismo dà al suo sguardo azzurro un’espressione sognante. Si muove guardingo come un gatto, indossa una taglia da bambino e ha una grossa testa calva, che dondola come un bozzolo in bilico sul collo troppo esile. B. lavora all’istituto accanto al mio. Distribuisce la posta, ritira pacchi, si rende utile. Ha una voce metallica, e parla un po’ a scatti, con un lieve difetto di pronuncia.

Lo incontro spesso nei corridoi. Lo saluto sempre per prima, perchè B. ha un tempo di latenza lungo. Passa invariabilmente qualche secondo tra il momento in cui ti vede e quello in cui ti saluta. Quasi sempre, ci siamo già sorpassati quando mi giunge alle spalle il suo “ciaociao” in ritardo. Non ci siamo mai detti altro. Non lo ritengo in grado di dire altro.

Oggi però mi sorprende. Come ogni volta, io dico “buongiorno”. Stavolta però lui si ferma e mi dice la frase più lunga che gli abbia mai sentito pronunciare: “Dev’essere proprio una bella giornata per te oggi. ” Per lo stupore, stavolta il tempo di latenza lungo è tutto mio. “Perchè?” sorrido incerta. “Perchè oggi sei…” lo sguardo gli si sparpaglia ulteriormente, un occhio a destra e uno a sinistra. “Come sono oggi?” incalzo, sentendomi leggermente patetica. “Sembri molto felice. Sembra che oggi ti va tutto bene. Tu sorridi sempre ma oggi splendi.” Silenzio per qualche secondo. Da un ufficio esce uno con un camice bianco. Ci guarda incuriosito ed entra in un altro ufficio. “E a te oggi come ti va?” gli chiedo. “Bene. Anch’io sorrido. È molto meglio sorridere che andare in giro così.” Con le dita si abbassa gli angoli della bocca, in una smorfia di tristezza esagerata. Poi ride. “Hai ragione, B. Molto meglio.” “come Coso, lì, della Patologia. L’hai mai visto sorridere?” Rifletto che no, in dieci anni non ho mai visto Coso sorridere una volta. “No, mai.” “Vedi, lui ha preso una decisione. Ha deciso di essere triste. Tu invece non sei così. E neanch’io.”

“Allora … buona giornata a te, B.”

“Ciaociao.”

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11 commenti

  1. la saggezza si nasconde dietro “facciate” imprevedibili, e anche la perspicacia o spirito di osservazione che dir si voglia


  2. La felicità e la tristezza -a volte- sono atti deliberati dell’anima.
    Ha ragione B.
    Sorrido anch’io, cara Arte, dopo questa saggia rivelazione.


  3. @Zefirina: La “realtà” non è mai quella che sembra,e spesso i pregiudizi ci oscurano la vista. Fa bene scoprirlo.

    @Lola: Non so se si possa decidere di essere felici, ma so che se decidiamo di essere tristi nulla potrà più renderci felici.
    Penso che si tratti di un’attitudine alla vita piena, che non ha nulla a che vedere con le circostanze esterne (come l’aspetto, o la salute).


  4. Il fatto e’ che per tentare (almeno tentare) di essere felici ci vuole molta energia, e che quell’energia a volte non si sa proprio dove trovarla, assorbita com’e’ dal vuoto delle abitudini necessarie del quotidiano.

    L’incontro che racconti pero’ e’ bellissimo, e mi evoca ricordi vivissimi di quando ero obiettore di coscienza e i B. trovavano sempre il modo di farmi sorridere.


  5. Capisco come si possa essere felici consegnando la posta e ritirando pacchi.
    Si mettono in comunicazione mondi lontani, si favorisce la circolazione delle idee, si spediscono farmaci per la vita in posti isolati.
    Pur vivendo nell’era della posta elettronica, ognuno di noi tornando a casa getta uno sguardo nella cassetta della posta.
    B. non ha studiato per rendersi utile, ma ha fondati motivi per sentirsi importante, perché “sente” di rendersi utile.
    E saperlo, lo rende felice.
    Coso ha studiato per rendersi utile, conosce l’importanza del mestiere che fa, ma saperlo non lo rende più felice.
    Sarà stata la specializzazione in Patologia a rendere triste Coso, o si diventa patologi perché si è nati tristi?
    Una cosa è certa.
    Il Patologo suona sempre due volte non regge il confronto.
    😉

    p.s. demenziale lo so, ho mandato tutto in vacca, forse dovrò farmi dare un’occhiata da Coso, del resto che t’aspettavi da uno degli Alterati Viola Firenze del Nord in Curva Fiesole?


  6. @Fabio: Non so. Non credo si possa essere felici se non per qualche attimo, è la natura di questo sentimento. Sforzarsi di essere felici secondo me è una contraddizione di termini, perchè la felicità è un dono, un regalo, un di più. Si può invece cercare di avere un’attitudine serena, aperta alla possibilità del bagliore di felicità, e questo non costa energia, al contrario. È la ricerca spasmodica della felicità come condizione duratura (impossibile, dunque vana) che costa sforzo, perchè è falsa.

    @Curva JFK: Attenzione agli autogol…
    Si diventa patologi, in genere, perchè non si ha voglia di gestire un rapporto con pazienti vivi. Sono cattiva lo so, sono solo dati empirici e limitati a frequentazioni personali.


  7. E’ bello che lui ti abbia detto che sorridi sempre, io non so quanto il suo sguardo andasse in profondità, ma sicuramente ha colto molto di più di quanto ti fossi aspettata.


  8. @Tania: Mah, io in realtà sono molto scettica nei confronti delle persone che sorridono sempre. Spero si riferisse al fatto che sorrido quando saluto lui. Non è che sorrido nel vuoto, ecco. Sorrido a qualcuno. Come adesso.

    🙂


  9. Oh ben tista artepillaccia! in questo bellissimo postarello che mi ti ripariglia col la normale sensibilità e intelligenza artepillica – quel “non lo riteneno capace di altro – era un sonoro cazzotto nella pancia, una cosa che ti stonava ecco. Meno male che Gollum – 1 a zero gollum! – parlò. Forse felice non è forse è intelligente e aveva capito la tua media e il momento di ribasso, per poi provocare un aggiustamento con rialzo:)


  10. @Zauberilla: Eh ma anch’io ho i miei pregiudilli, che ti credi? Fa sempre bene rivedere e correggere!
    Gol-lum ha fatto gol.


  11. A volte le conclusioni più semplici sono le più difficili da trovare.
    Meno male che salta sempre fuori qualcuno a darci una mano.



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