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Barriere culturali

4 agosto 2010

Per far crescere ciò che è più grande occorre sradicare attorno tutto ciò che è più piccolo, altrimenti il più piccolo soffoca il più grande; infatti, il secondo principio della termodinamica (in un’interpretazione approfondita) in fondo si riduce a ciò che è naturale, ossia: fuori dalla cultura, fuori dall’attività dell’intelletto e della vita, ciò che è inferiore elimina ciò che è superiore, poichè ciò che è inferiore è sempre più verosimile di ciò che è superiore. Nella realtà della natura, le specie meno nobili di piante e animali soffocano ed eliminano quelle più nobili, nella stessa maniera in cui le forme più basse di energia e materia prendono il posto di quelle più alte. Solo stabilendo delle barriere culturali si può lottare contro questa corruzione del processo del mondo.

Queste barriere si ottengono con le forme difficili, in ogni campo: nella tecnica, nell’arte, nella scienza, nella vita quotidiana.


Pavel Aleksandrovic Florenskij

“Ai miei figli”

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23 commenti

  1. non sono sicura di essere d’accordo


  2. @Zefirina: Perchè? (se non fa troppo caldo).


  3. “Solo stabilendo delle barriere culturali si può lottare contro questa corruzione del processo del mondo.”

    Siamo sicuri che questa sia “corruzione” e che sia “corruzione del processo del mondo”?
    A meno ché non s’intenda per “piccolo” ed “inferiore” ciò che è banale o privo di sostanza. E questo solo in campo intellettuale, in quanto credo che in natura nulla sia banale o privo di sostanza. In natura il piccolo è nel grande ed il grande è nel piccolo, ed il grande è composto dal piccolo. Anche il concetto di nobiltà, che è appunto un concetto e quindi un prodotto della mente, in natura non esiste. (i gas nobili, per esempio, sono “chiamati” così per sottolineare un loro comportamento che è appunto naturale, ma che non porta in sè nessuna connotazione snobbistica, come potrebbe essere quella di un atteggiamento mentale umano)
    A mio avviso le barriere culturali sono dannose. Una barriera serve a fermare, a dividere, regolare. La cultura deve attraversare ed essere attraversata.


  4. @Papero: In natura, e anche nel corpo umano, esiste una gerarchia di forme, data non dalla complessità o dalla semplicità, ma dal grado di ordine. Esiste il caos ed esiste l’ordine, la struttura ordinata. Le cellule tumorali sono caratterizzate da una crescita disordinata, caotica e aggressiva. Esiste una scala di valori, a mio parere, tra una cellula tumorale e un organo perfettamente funzionante.
    Esistono anche piante dannose e piante fruttifere. Naturalmente, non di per sè, ma relativamente a noi esseri umani (e di questo qui stiamo parlando). Dal punto di vista umano, e la cultura è un fenomeno esclusivamente umano, è una buona cosa coltivare le specie che danno frutto, o che ci danno gioia con la loro bellezza, non lasciare che le erbacce ci invadano il giardino. Coltivare e cultura infatti hanno la stessa radice, e di nutrimento si tratta.

    Non tutto ha lo stesso valore. Esistono fenomeni privi di importanza, banali. Dannosi.
    Tu non credi che la cultura intesa come lavoro, impegno, anche fatica, possa essere una barriera contro l’imperante banalità, la celebrazione dell’ignoranza, alla quale assistiamo ogni giorno? Un baluardo contro le forze negative che ci vorrebbero gregge, contro le cellule tumorali della TV spazzatura?

    Io credo che Florenskij stia parlando di un innalzamento di potenziale. Potenziale di creatività, di sviluppo, di impegno. Porre un limite, una barriera all’indifferenziato. Se la creatività non incontra un limite, che può essere quello della forma, non produrrà nulla se non una massa indifferenziata, un “blob”. Si pensa alle forme “difficili” come limitazioni allo sforzo creativo: non è così. Le forme difficili, complesse, hanno in sè il semplice ma lo formano, lo coltivano.

    E questo vale, forse soprattutto, nella coltivazione dei rapporti umani.


  5. Ti aspetto nella sala da tè.


  6. Metti su l’acqua, oggi prendo un Darjeeling al latte.
    🙂


  7. Credo che si debba laicamente prendere atto dell’attacco deliberato e piuttosto sistematico al pensiero non banale, attacco sferrato con i mezzi potentissimi che tutti conosciamo.

    Di fronte a un attacco, sono convinto che sia assai naturale frapporre una barriera difensiva, cosi’ come fa spontaneamente il nostro corpo per esempio, che sviluppa anticorpi per difendersi dalle malattie.

    Si tratta di riconoscere che esiste un pensiero che fa avvicinare, lentamente, alla comprensione del mondo, e uno che da tale comprensione ci allontana, semplificando tutto fino a negare l’esistenza della naturale complessita’ delle cose.

    Sono d’accordo con te Arte, quando sostieni che non tutto ha lo stesso valore. E il valore lo senti dentro. Risuona qualcosa.

    Non si tratta di creare barriere secondo me, ma di non volerle abbattere ad ogni costo, se questo non e’ per noi naturale.

    Il rischio, altrimenti, e’ quello di perdere una direzione, quello di muoversi attorno senza evolversi davvero verso una dimensione superiore.

    Scusa(te) la prolissita’, ma il tema e’ davvero interessante, e scrivere serve a chiarire le proprie idee prima di tutto a se stessi.


  8. @Fabio: Ovvero, non cercare ciò che è verosimile ma ciò che è vero, saper distinguere. Questa secondo me è la barriera culturale, alla quale hanno diritto tutti.
    “Il valore lo senti dentro”. È vero. Lo senti, se non lasci che venga soffocato da altro.

    Se riscrivi che sei prolisso ti banno.
    😉


  9. Fabio, se pensavi di essere stato prolisso, vedendo il mio commento potrai constatare di quanto al peggio non c’è limite .

    Ma veniamo a Florenskij: egli usa l’espressione “più grande” in opposizione al “più piccolo”. Questo ci fa pensare subito che e gli parta da una considerazione di ordine metafisico, anzi, più precisamente di ordine ontologico, che poi sfocia in quella domanda di ordine metafisico che Heiddegger ha così felicemente espresso, ovvero: ”perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”
    Da questa domanda si possono presumere svariate cose, una delle quali è che, tutto ha il diritto di esistere semplicemente perché esiste.
    Ma c’è di più, ed è una considerazione di ordine logico che potrebbe suonare più o meno così: “visto che è più probabile il nulla che l’essente” (il “ciò che è inferiore è più verosimile di ciò che è superiore” non potremmo ridefinirlo, per estensione, come “ è più verosimile una singolarità gravitazionale o ciò che la precede, da quanto? da sempre…piuttosto che l’universo con la molteplicità delle sue forme?)
    Quando Florenskij fa riferimento alla seconda legge della termodinamica (“in una interpretazione approfondita”) è assai probabile che faccia riferimento anche al fenomeno dell’entropia (in altri scritti ne fa un riferimento esplicito).
    Ora, l’entropia, come tutti noi sappiamo, è quel fenomeno di dispersione, o meglio ancora di annichilazione di energia che si verifica ad ogni passaggio di stato della materia, e segue quella tendenza dall’ordine al disordine, sul cui solco si attuerebbe la linea del tempo.
    Questo è ciò che la scienza ritiene probabile in natura, eppure la materia fin da subito fa la cosa più improbabile: si organizza (i sostenitori della teoria del Big Bang indicano l’inizio del suo organizzarsi in un tempo stimato in dieci meno alla trentadue secondi dall’inizio del fenomeno … prestino direi), in opposizione alla seconda legge della termodinamica e quindi anche all’entropia. Allo stato delle mie conoscenze questo fenomeno di opposizione all’entropia viene chiamata “anentropia”, sul quale sembra però che si sappia piuttosto poco.
    L’esistenza dunque, “in senso naturale” è questo continuo conflitto tra l’entropia e l’organizzazione. Tra il semplice che tende a ridurre tutto a se stesso nell’uguale, e l’organizzarsi (che, per quale ragione si verifichi non si sa) che tende ad affermare sempre più se stesso fino ad arrivare al suo più alto grado (peraltro, altra cosa improbabilissima già nel lambito dell’esistente), ovvero: l’organico come vivente.
    Diversamente da ciò, se l’universo seguisse esclusivamente la seconda legge della termodinamica avverrebbe l’attuazione completa del processo di entropia, il ché significherebbe l’eterno fermarsi di un universo freddo, totalmente annichilito, totalmente uguale a se stesso in tutta la sua ordinata vastità.
    Dunque, partendo da queste brevi considerazioni (dato l’argomento ovviamente), dato che tutte le cose che esistono hanno il diritto di esistere perché esistono, si apre una domanda: L’esistenza che abbia come fine quello di annichilarsi, avrebbe senso? (si badi che in questo contesto, la parola senso potrebbe assumere, tra gli altri, anche il significato di “direzione”)
    Questo quesito, posto alla prova della coscienza, la più remota forma di organizzazione di cui l’esistenza ha dato prova nell’esistere, secondo un principio di continuazione e di crescita di se stessa, cosa risponderebbe?
    La mia idea è: un secco NO!
    Credo che fosse anche l’idea di Florenskij, il quale stabiliva una gerarchia delle forme anche in base all’affermarsi o meno dell’entropia sull’organico e viceversa.
    Egli definisce piccolo, infimo, ontologicamente inferiore, ciò che tende all’entropia, rispetto al grande, ontologicamente superiore ciò che tende ad affermare l’organico nelle forme sempre più remote e complesse.
    Una interessante immagine della necessità di questa dicotomia ci è data dall’esempio di Artemisia, alla quale però, mi permetto di fare un osservazione (non me ne voglia): nel corpo umano, come nel vivente in generale penso che la gerarchia delle forme sia data dal GRADO di organicità e non di ordine; così come non parlerei di struttura, quanto di equilibrio.
    Ordine e struttura sono appellativi più acconci ad una macchina, la cui definizione si esplica in uno scopo specifico piuttosto che in un esperienza.
    Mi permetto una digressione: la macchina (il piccolo) l’organico (il grande).
    Quando si parla di uomo ridotto a macchina, o a consumatore, o a qualsiasi cosa che ne riduca l’autenticità e la sua verità ad uno scopo definito e massificante è proprio il linguaggio a suggerirci con la parola “ridurre” l’esprimersi di una tendenza verso il più piccolo (“il più piccolo che aggredisce il più grande”).
    Il guaio è che dal nostro vocabolario è stato cancellato il termine grandezza (che all’epoca di Florenskij ancora si usava), giacché alla grandezza si associa la potenza, e quindi un grave sospetto di intrinseca pericolosità. Eppure basta pensare al mondo (per carità non faccio l’apologia del passato) fino a quando lo si abitava come luogo del non totalmente conosciuto, dello sconfinato, spesso dell’irraggiungibile; esso appariva grande. Mentre oggi questo globo totalmente mappato dal pensiero unico e dall’esigenza della mercificazione, ma non solo, anche da un desiderio di possesso, da una cupidigia di carattere visivo, è diventato terribilmente piccolo. Nella perdita della sua grandezza che permea le origini della nostra cultura e forse anche della nostra fisiologia non possiamo non percepire un diffuso ed inedito spaesamento; quasi una claustrofobia.

    Ma torniamo all’esempio riguardante le cellule tumorali; esse, per quel che ne so (mi corregga Artemisia se sbaglio) nella maggior parte dei casi, tendono ad essere uguali fra di loro (si parla infatti spesso di “masse” tumorali, e le masse sono per definizione composte da parti uguali fra di loro) rispetto a quelle sane, differenziate secondo la loro funzione. Questa uguaglianza delle cellule tumorali rappresenta un eccesso di entropia nell’organico; un eccesso di entropia che sconvolge e distrugge.
    Riguardo poi alle barriere culturali, mi viene in mente un singolare quanto emblematico esempio di cui i frequentatori di questo blog sono probabilmente a conoscenza. Mi riferisco al blog “Un’altra donna” in cui alcune donne coraggiose con il loro contributo ed il loro impegno culturale oppongono una barriera all’impressionante dilagare dell’indifferenziazione stereotipata dell’immagine della donna nei mezzi di comunicazione di massa come nella vita. E’ un lavoro, che come dice giustamente Artemisia, per affermare il semplice, passa attraverso una notevole difficoltà di attuazione e anche di elaborazione, di fronte alla facile e convincente corruzione alla quale si oppongono.
    E’ una barriera culturale, dove appunto “si coltiva” un idea della differenza contro un imposto ed entropico principio dell’uguale a se stesso.

    Chiudo citando un sms che un amico (non dico perché) mi ha spedito pochi giorni fa:
    “L’inferno dell’uguale”.
    .Si colga questa sentenza con la sottigliezza di un riflesso sull’acqua.


  10. Il grande e il piccolo, le barriere culturali… mi viene in mente questo:
    “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!” (cit. il piccolo principe)

    e in fondo la penso così


  11. @Mauro: Ti ringrazio per aver detto, molto più organicamente, quello che avevo tentato di dire io. Di organicità si tratta e non di ordine, quando non si descrivono strutture di cristalli ma la funzionalità e l’equilibrio di organi e sistemi. Hai ragione.

    Le cellule anaplastiche, tipiche delle neoplasie, sono cellule che hanno perduto la capacità di differenziazione, cioè cellule regredite. Il grado di differenziazione delle cellule tumorali varia, ma in generale, più le cellule sono differenziate, e più è facile aggredirle. Meno sono differenziate, e più forti e maligne sono. Come le erbacce, la polvere, i brutti libri, l’ignoranza strafottente, i centri commerciali, e potrei continuare.

    È bellissimo soprattutto quello che dici sulla grandezza.


  12. @Mucca: Non avevo letto il tuo commento perchè in contemporanea al mio.
    Addomesticare qualcosa, renderla cioè domestica, conoscerla e lasciarsi conoscere, appropriarsene col cuore senza possederla, che è forse lo scopo della conoscenza, richiede tempo, impegno, lavoro.
    “Forme difficili”, appunto.

    (il tuo è un commento pseudosemplice, come molte delle cose che dici)
    🙂

    @Mauro: Ho riletto quello che ho scritto, e ho capito che il mio lavoro quotidiano non è altro che il tentativo di porre barriere all’indifferenziato (in molti sensi). Non ci avevo mai pensato.


  13. Continuo a pensare con diffidenza alle barriere della “buona cultura”, che possono comunque essere abbattute dalla potenza dell’uguale a se stesso tipica delle masse tumurali. Forse la diffidenza è solo vero il termine “barriera” che non credo sia consono ad esprimere il mio pensiero. Tornerò il prima possbile cercando di esprimere al meglio ciò che penso al riguardo. Ripeto, l’argomento m’interessa particolarmente.
    A presto!


  14. @Papero diffidente: Torna quando vuoi, Pioggia Blu non chiude neanche a Ferragosto!
    🙂


  15. ringrazio Mauro per il riferimento al lavoro che Un’altra donna tenta di fare…
    sul termine “barriera” credo sia un po’ come per “grandezza”, è una parola che attualmente ispira diffidenza: ma dovremmo ritrovare il senso che aveva, forse, in tempi di guerra. Anche adesso appare sempre più urgente il difendersi, il costruire argini.
    Anche se la potenza (l’inferno) dell’uguale non è facile da sconfiggere, lottare è l’unica scelta possibile.


  16. A me invece ispira diffidenza la parola “attualmente”…

    (Non a caso uso la categoria “i grandissimi”.)

    Io credo, Laura, che il tuo lavoro sia un ottimo esempio di “forma difficile” nel senso di impegno, lavoro costante, barriera culturale appunto.


  17. fai bene a diffidare della parola “attualmente”. Dalle nostre parti, attualmente, le parole subiscono dei sempre più gravi slittamenti di senso, fino a capovolgere i significati originari che rischiano di andar perduti.


  18. Tipo parole come “legge”, “ospite”, e via dicendo, direbbe qualcuno.


  19. Mi scuso per il ritardo, intanto, e spero di chiarire il perché la parola barriera, in ambito culturale, m’inspira diffidenza, anche se in parte l’ho già detto: “A mio avviso le barriere culturali sono dannose. Una barriera serve a fermare, a dividere, regolare. La cultura deve attraversare ed essere attraversata.” E lo ribadisco.
    La cultura deve spingere ad andare oltre. Una barriera, più ben è costruita, più blocca. Quindi rappresenta uno stop, un confine, una delimitazione ad una zona che non si può raggiungere. Comunque ferma il cammino. Se un prodotto della cultura blocca, impedisce l’andare oltre. La si può scavalcare? Allora è come saltare un ostacolo e mai la cultura deve essere un ostacolo. La si può aggirare? Allora è come ignorarla. E mai la cultura dovrebbe essere ignorata. In ogni caso, una barriera rappresenta un punto di divisione tra questo e quello. E quando si vuole sostenere che questo è meglio di quello, allora si giudica. E nel giudizio non si è mai imparziali tanto meno giusti, in quanto (noi) esseri imperfetti. Frappore barriere e costruire muri costa tanta energia che potrebbe essere impiegata per produrre altra cultura in modo diverso. Rendendola attraversabile. Allora, più che ad una barriera, preferisco pensare alla cultura come ponte. Ponti culturali. E’ come nei rapporti con le persone. Più barriere metti, più sei isolato.
    L’autoisolamento è suicidio e per porre fine all’inferno dell’uguale bisogna (credo) aprirsi. Altrimenti si rischia di coltivare l’inferno dell’uguale proprio dietro quella barriera nella quale tanto sinceramente si crede.
    Sebbene non sia mai intervenuto, seguo il blog citato da Mauro, “Un’altra donna.” E, per essere coerente con quanto espresso fin’ora, trovo che sia un magnifico ponte che permette alle donne (e non solo) di poter raggiungere altri luoghi, o luoghi altri, per meglio dire. Non solo alle donne, dico, perché preferisco credere che siano “persone” quelle con le quali siamo in relazione, piuttosto che, “semplicemente”, uomini o donne.

    Alla fine, poi, mi sorge un dubbio, anzi due. Nel momento in cui ci si pone come obiettivo quello di produrre una barriera culturale, non è che ci sia a monte un pò d’arroganza? Oppure, non sarà a causa del timore di un certo tipo di “espropriazione” che si vogliono frapporre barriere?
    Dicendo ciò, desidero sia chiaro che in me non c’è alcuna intenzione di offendere o giudicare chi è intervenuto prima di me.
    Anzi, nel caso lo vogliate, sarei lieto che mi aiutaste a dissiparli.


  20. @Papero ritardatario: Quindi, secondo te, ogni fenomeno culturale dovrebbe, in quanto tale o autoproclamantesi tale, essere esente da giudizio? E, nell’ambito culturale come in quello personale, porre condizioni e limiti significa autoisolarsi?

    La seconda domanda è strettamente connessa a un mio recente post del 13 giugno, “Focus”, probabilmente un post che può essere percepito come arrogantissimo ma che esprime veramente una mia idea centrale, ovvero la messa a fuoco come contrattacco all’entropia dei rapporti. Concludo il post con “attivamente disponibili all’ascolto”, e questo è importante. Ascoltare è il presupposto per ogni tipo di giudizio. Ma il giudizio, dopo l’ascolto o la visione, avviene. Il concetto di giudizio imparziale è un ossimoro nel quale non solo non mi riconosco, ma che reputo una finzione. Non si tratta affatto di dare un giudizio imparziale quindi, ma di sviluppare la capacità di giudizio, il che non avverrà se non si differenzia. Per me, l’inferno dell’uguale è soprattutto l’essere quotidianamente esposti all’ingiudicato perchè ingiudicabile.

    Se sapessi il russo, andrei subito a controllare quale parola usa Florenskij, tradotta con l’italiano “barriere”. Secondo me avremmo delle sorprese.

    Non so se questo dissipa o infittisce le tue obiezioni. E soprattutto, non temere mai di offendermi.


  21. Ecco, adesso mi tocca di prendere un pomeriggio di ferie per risponderti! Accidenti a me! ;0)
    Tu controlla, ogni tanto, che prima o poi ti rispondo! (intanto m’inscrivo ad un corso di russo…)


  22. @Papero dosvidanje: Puoi rispondere anche tra un anno, tanto mi arriverà il commento via mail!
    🙂


  23. Спасибо!



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