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Indicazioni

30 luglio 2010

Chiedere indicazioni è una cosa che faccio regolarmente, in qualsiasi luogo della terra mi trovi. Non solo perchè sono incapace di  leggere le piantine, e troppo inetta per orientarmi a naso, ma principalmente perchè non mi interessa, anzi non sopporto, di attaccare discorso con sconosciuti. Non so parlare del più e del meno. Chiedere indicazioni, invece, mi consente di entrare in contatto con le persone su un terreno “neutrale”, e di dedicarmi impunemente a uno dei miei vizi preferiti: lo studio delle persone. Le indicazioni che una persona dà o non dà rivelano moltissimo di lui/lei. Bastano due frasi. Sono, inoltre, infallibili indicatori  del clima di qualsiasi paese.

Durante un recente soggiorno a Roma, mi ha stupita la loquacità e il desiderio di contatto delle persone a cui mi sono rivolta: portieri, passanti, negozianti. Non mi spiccicavo più. Ho chiesto ad esempio ad un tipo come arrivare a Porta Portese, e la spiegazione è durata un buon dieci minuti (sotto il sole cocente). Ed eravamo in zona. Ciononostante, pur essendo eccessivamente circostanziata, la spiegazione era assolutamente vacua e inconsistente. Più si dilungava, e meno diceva. Al tipo non pareva vero di avere un interlocutore, e non arrivava mai al dunque, perdendosi in meandri di congetture e di ipotesi che prontamente rigettava da sè: potrebbe passà de llà, oppure pure de qquà… Invano indietreggiavo ringraziandolo, quello mi gridava dietro: Oppure potrebbe pure prenne er tramme..

Naturalmente non ho trovato Porta Portese. Nel caldo torrido, mi rivolgo allora al mio consueto asso nella manica internazionale: l’omino alla fermata del tram. Cappello, occhialetto, busta della spesa. Locale. “Porta Portese?” Ci guarda e scuote la testa: “Ma che ce annate a fà? La metà è lì per comprare e l’altra metà è lì per rubare.” Si guarda intorno, onde evitare orecchie indiscrete. “Dateme retta, nun ce annate.” Lo assicuro che siamo perfettamente in grado di difenderci da scippatori e aggressori. Controvoglia, centellina spiegazioni dilungandosi su mille particolari tipo la durata del verde del semaforo che attraverseremo, e conclude: “Me raccomando signò (pausa d’effetto): tenga bene d’occhio ‘abbambina!” Abbambina sgrana gli occhi e mi sta avvinghiata finchè entriamo al mercato, dopodichè è attirata immediatamente dai banchetti delle chincaglierie più sordide a due euro, mi dimentica completamente e seguirebbe chiunque le promettesse un leccalecca o un paio di orecchini di plastica.

Nella mia esperienza, le persone in assoluto più gentili e affidabili a cui chiedere indicazioni sono i senegalesi. Non me ne perdo uno. Sul treno preso di corsa a Firenze, con due valigie enormi dietro e quaranta gradi d’afa, non vengono annunciate le fermate. Ma c’è un senegalese, e ne approfitto per chiedergli tra quanto devo scendere per Montelupo. Non mi sbagliavo: si fa carico di annunciarmi tutte le fermate, e ogni volta aggiunge “non ancora Montelupo”, finchè, alla fermata giusta, il volto gli si apre in un sorriso bianchissimo e mi annuncia felice: “Montelupo!” e poi naturalmente ci aiuta con le valigie. Benedetto il Senegal.

Però devo dire che mi  piace, anche, dare indicazioni. Verso il tramonto, su una strada di campagna, in un luogo che conosco come le mie tasche, musica d’oboe a palla e climatizzatore al massimo. Un ciclista, fermo sul ciglio della strada, mi fa cenno di fermarmi. Freno immediatamente. Trattasi di un olandese, sudatissimo, con in mano una cartina spiegazzata. Devo arrivare prima di buio a M., e non posso sbagliare perchè sono molto stanco.” Io naturalmente so dov’è il posto, ma prima che io possa spiegare lui mi mette in mano la cartina, e lì mi blocco. Continuo a girarla per ogni lato cercando disperatamente di capire dove sono. Cioè so benissimo dove mi trovo, ma non su quella dannata cosa. Gliela rimetto in mano, e gli dico: “Prenda quella strada lì, poi tra sette km al bivio a destra. ”  Si rimette in sella tutto soddisfatto. Io faccio la stessa strada fino al bivio, ed è assolutamente deserta, come sempre, tra due pareti fitte di bosco e mille tornanti. Penso all’olandese: e se era troppo stanco? Se finisce l’acqua? Se si fosse sentito male? Non incontro una sola macchina in senso opposto. Forse avrei dovuto seguirlo, come quelle macchine che seguono i ciclisti alle gare?

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16 commenti

  1. Anche a me piace molto dare indicazioni! Tranne quando me le chiedono apposta per agganciare…tipo il romano su vespa che accosta e chiede dov’è il colosseo (mi è successo…).
    Di solito però prima di chiedere indicazioni a mia volta aspetto che la situazione sia diventata insostenibile,che mi sia persa e che non abbia altra scelta… Ma nel momento in cui le chiedo, mi piace quel contatto che ho orgogliosamente evitato fino all’ultimo.
    Però chissà, forse il tuo olandese era velocissimo…i ciclisti allenati fanno decine di chilometri quasi senza accorgersene…almeno credo!!!

    …Ma poi avete fatto acquisti a porta portese…?


  2. In genere sono gli uomini che si rifiutano sempre testardamente di chiedere indicazioni, almeno quelli coi quali ho avuto a che fare io, piuttosto sarebbero morti di sete sotto il sole cocente che chiedere indicazioni… io invece non ho mai avuto l’orgoglio di cavarmela da sola, anzi mi piace far sentire importante l’altra persona, non so, mi fa star bene.

    L’olandese era ovviamente Der fliegende Holländer, appena io sono ripartita si sarà alzato in volo…

    A Porta Portese ho comprato diversi libri vecchi tra i quali un’autobiografia di Edith Wharton e una bella edizione de Il fuoco di D’Annunzio, e una bellissima borsa di stoffa a due euro. Invece Maria ha comprato un quaderno di scuola dei primi del novecento con relativa penna (nuova) ad inchiostro, e una pentolina di rame per la sua bambola. La cliente ideale dei robivecchi.


  3. JFK con questo post offre il petto al plotone d’esecuzione.
    Recuperando il senso dell’onore, rifiuterò la benda e mi lascerò impallinare dalla raffica dei non ci posso credere.
    Ebbene sì, una volta ho mandato dei turisti francesi dalla parte opposta, solo perché mi vergognavo di non saper offrire loro alcuna indicazione.
    Fermato per la via mentre ero con la testa fra le nuvole, e preoccupato unicamente di rispondere in un francese corretto, devo averli spediti nelle paludi del Jurassik Park a chiedersi perché esistano persone così malvagie.
    😦


  4. Verrrrgogna!!!

    Che il prigioniero esprima l’ultimo desiderio, e si proceda all’impallinamento.


  5. in questi casi si svela il rapporto di ciascuno con il senso dello spazio, e parlo proprio di strutture mentali (scusa se non mi esprimo nei giusti termini tecnico-scientifici). Io finché posso resto avvinghiata alla cartina, primo perché odio chiedere, secondo perché il mio pessimo senso spaziale mi rende difficilissimo capire (e dare) indicazioni più complesse di un “per di là”.
    Sicuramente il primo tipo che hai incontrato, quello vago, era della mia stessa razza – solo più logorroico.


  6. @Laura: Il mio rapporto con lo spazio è molto semplice: il mio spazio è quello vissuto. Non quello descritto, o misurato. Se “conosco” una città o una strada riesco a descriverla minuziosamente, così che sarà impossibile perdersi. Una piantina invece è un’astrazione che mi è estranea, anche se è una piantina della mia città. La apro e vedo geroglifici, mi perdo.


  7. Tuttavia, se esiste una “mappa del tesoro”, avere una certa dimestichezza con l’intersecarsi delle linee e delle direzioni può essere di aiuto.
    In questo caso viene messa alla prova la nostra capacità di decifrare.


  8. @Mauro: Sì. Infatti a volte ho pensato che, se esistesse un tesoro, non lo troverei proprio per questa mia difficoltà di trasporre la realtà in forma astratta su una cartina. L’idea del messaggio cifrato tuttavia mi attrae molto. Pensa che da piccola avevo questo sogno di lavorare per i servizi segreti e decifrare messaggi in codice.
    Probabilmente, dunque, il problema per me è il (di)segno e non la parola.


  9. “Perchè le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?”

    Di Barbara Pease, Allan Pease

    Editore Sonzogno, pagine 236


  10. @Papero: Non so se è proprio vero, so per certo che Laura ad esempio non è un uomo.
    😀
    E tu a quale categoria appartieni? Cioè, chiedi o non chiedi?


  11. io chiedo, poi tendo a dimenticare le istruzioni e dopo un po’ chiedo a qualcun altro…poi uso anche le cartine… non ho senso dell’orientamento, diciamolo, e sicuramente è meglio che nessuno mi chieda indicazioni, anche nella città dove vivo!


  12. @Animapunk: Dimenticare le istruzioni subito dopo che te le hanno date è un classico, specialmente se mi perdo ad osservare la persona che le dà.


  13. Chiedo, chiedo. Chiedo d’istinto e devo farmi ripetere le indicazioni più volte, proprio a causa del tuo classico. Però mi divertono anche le cartine in quanto oggetti misteriosi che dovrebbero svelare misteri.
    Riguardo al libro, è un tentativo leggero di raccontare le differenze strutturali della mente maschile e di quella femminile (mi hanno detto, non l’ho letto, in genere evito questo tipo di pubblicazioni…)Chissà se contiene un capitolo dedicato ai mescolamenti di genere!


  14. @Papero mescolato: La mente maschile e la mente femminile… “das ist en weites Feld”, è un campo vasto, come usava ripetere il padre di Effi Briest.
    Forse dovrei farci un post.
    Gli ibridi sono sempre i più interessanti.


  15. sono la prova che con certe teorie si debba andare con i piedi di piombo 🙂
    preferisco quella (teoria) che dice “la mappa non è il territorio”


  16. “La mappa non è il territorio che essa rappresenta, ma se è esatta, ha una struttura simile a quella del territorio, che ne spiega l’utilità”

    😀

    Concordo, sempre coi piedi di piombo (e la testa leggera).



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