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Tempo di partire

27 luglio 2010

I piaceri nati da contatti esterni, in verità, generano la sofferenza, perchè, o figlio di Kunti, hanno un inizio e una fine. L’uomo avveduto non prende in essi la propria gioia.

Bhagavadgita

Si chiudono le imposte, si lavano pavimenti. Si svuota vino potente come sangue da un’ultima bottiglia ammezzata. Il grillo che ci ha fatto compagnia sera sopo sera dalla cornice del quadro si è nascosto. La casa vicina è già popolata di nuove voci. Nel barattolo è finito il caffè.

Nell’orto, respiro per l’ultima volta l’origano schiacciato tra le dita e sfioro i ciuffi della lavanda vivi di farfalle bianche. La lucciola dorme.

Getto la chiave della macchina nell’apposita cassetta.

Si riparte.

Resta la catenella alla caviglia, la riga di sole sulla spalla, il morso del tafano, indistruttibile.

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11 commenti

  1. Ma ora, dentro di te, c’è più gioia o più soffrenza?
    Sarà più forte e duraturo il ricordo della gioia vissuta durante la vacanza o il ricordo della sofferenza per la partenza? Ma poi, quella partenza, non è anche un ritorno? E quindi non una fine, ma un nuovo inizio?
    Forse “L’uomo avveduto non prende in essi la propria gioia.” ma io, che non sono un uomo avveduto, prendo gioia “anche” da questi. Purché i contatti esterni non rimangano tali, ma diventino interni, interiori.

    Il grillo si è nascosto perché tu conservassi il ricordo della sua presenza e non del suo saluto.
    O forse perché avrebbe voluto cantarti un arrivederci e temeva un tuo addìo. I ritorni sono sempre possibili. Ed anche i ritorni non sono un “tornare indietro”. La vita procede sempre a spirale.

    Cerca di non essere troppo avveduta! ;0)))

    (passami questo comento immondo alla Bhagavad Gita)


  2. Ora dentro di me c’è tutto: gioia, sofferenza, stanchezza, vitalità. C’è tutto, e ci sono anche tutte le tue domande, che sono quelle che mi faccio spesso anch’io, caro Papero. Da cosa si parte? Dove si torna? Cosa, e dove, è “casa”?
    Neanch’io sono avveduta. Mai stata avveduta. La citazione era appunto in contrasto con quella che sono (e sarò sempre) io: una porta aperta su qualcos’altro, dovunque mi trovi. E forse sto imparando a vedere in questo mio essere perennemente “misplaced” (scusa ma non mi viene il termine italiano, non so se esiste) una fonte di forza. Rendere i contatti, tutti i contatti, con luoghi e persone significativi, interiori e non esteriori. Ma è un processo anche doloroso. Costa.
    Grazie per quello che scrivi e che capisci.

    PS: Il grillo, dice una persona che si intende di insetti, era una grilla. Che significhi qualcosa? Una volta ci ha fatte ridere perchè evidentemente credeva di essersi nascosta dietro un pensile, mentre ne uscivano fuori tutte le lunghe zampe. 😀 Come i bambini quando nascondono la faccia e si credono invisibili.


  3. :o)

    PS: Anche il mio gatto fà così. Prende la rincorsa, salta sul divano e s’infila sotto i cuscini. Resta fuora per metà, ma crede di essere completamente invisibile. Anche quando gli vai vicino finge di non esserci. E giù a ridere!


  4. Il morso del tafano…mmmm.
    Ora è tutto chiaro, basta scavare nel passato per ricostruire il mosaico della storia personale.
    Come il lungo tuo peregrinare per terre e popoli d’Europa.
    Si evince essere frutto del morso di un tafano.
    Nel mito si narra che Io, figlia del re di Argo, fece ingelosire Era e questa le mandò un tafano a tormentarla, costringendola a fuggire per tutto il mondo conosciuto.

    Echi e bagliori di fuochi ormai lontani.

    velkommen tilbake, arte
    non prendere alla lettera il “gnamo” della terra che hai appena lasciato,
    né metterti a correre per paura del tafano,
    sei già arrivata ai confini del mondo.
    😀


  5. @Papero: Io il tuo gatto prima o poi dovrò conoscerlo. (Ci sono anche esseri umani che fanno così, nel senso che fingono di non esserci).

    @JFK: Ho capito: Io sono Io… resta da capire chi è il Tafano.
    Takk skal du ha!
    😉


  6. Maledetto sia tu, tafano!


  7. @Antonio: Anatema sit!


  8. Sarebbe a dire: l’uomo avveduto non prende piacere dalle cose passeggere, molto meglio il morso del tafano?


  9. @Robinawanda Algebrikapurna: Dice il saggio: “L’uomo avveduto interiorizza il morso del tafano e trasforma il prurito in eterna fonte di gioia.”
    😉

    (Noto che il soggiorno a Katmandu ti sta indirizzando verso la luce interiore.)


  10. Bene, io direi a Bhagavadgita di non esagerare. Questa sofferenza è indissolubilmente legata alla gioia di ritornarci, là. Una vita senza nostalgia non ha senso. Almeno, secondo me. Questa di trovare la serenità perfetta vivendo, mi sembra una gran bella pretesa.

    Sì, non lascio molto spazio allo spirituale che c’è in me, di questi tempi…

    Hai ricominciato…ben tornata!!!


  11. Grazie Tania.
    🙂



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