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Il silenzio delle sirene

8 giugno 2010

 

 Ora le sirene hanno un’arma ancora più letale del loro canto, ovvero il loro silenzio. E anche se si dice che non sia mai accaduto, tuttavia è concepibile che qualcuno sia potuto sfuggire al loro canto; ma sicuramente, al loro silenzio, mai.”

 

Franz Kafka

Das Schweigen der Sirenen

 

 

 

foto: listen.no

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46 commenti

  1. E’ però fondamentale chiedersi: “Ho sentito il loro canto o il loro silenzio?” In un caso o nell’altro, dobbiamo esserne consepevoli .


  2. @Papero: Fondamentale, anche se in genere inutile.


  3. Bhe, può farti riflettere circa lo stare in ascolto…


  4. Sorpresina! Clicca sul mio nome…


  5. Ehm… Papero Informatico… io clicco ma…

    😀

    Sul resto, hai ragione. L’inutile era riferito al fatto che insomma, l’ammaliamento c’è comunque. Però riflettere aiuta sempre, se non altro a riconoscere i nostri limiti.


  6. :o( Forse così?


  7. Linkato!
    E commentato!


  8. Uffa!!! ancora non lo vedo!!!


  9. Hmmm. Qui, tra tutti e due…


  10. L’ho visto! L’ho visto! Grazie!!!


  11. Ero pur deciso a resistere al silenzio delle Sirene.
    Ma con il baccano che fate voi due, impossibile rimanere concentrati.

    😉


  12. Eh sì, adesso dà la colpa a noi! 😉


  13. @JFK, ma scusa, noi ti salviamo la vita distraendoti dal pericolo, altrimenti tu a quest’ora saresti già cascato dal davanzale… ci dovresti ringraziare!

    (e pensare che era iniziato come post serio)


  14. Sì, come no!
    Non riesco ad immaginare situazione più sicura che penzolare dal davanzale, tenuto per le caviglie da te e dal Papero con il cognome incoraggiante.
    Tanto vale consegnarsi nelle mani delle Sirene.

    ( Concordo sull’impressione che stiamo andando in vacca e nonno Franz avrebbe certamente da ridire )
    😀


  15. certi silenzi così densi di significato, a volte fa bene sentire il silenzio


  16. io ieri invece avevo postato questo

    e sopra il bosco quando si fa sera
    si alza una luna di rame
    perchè mai così poca musica
    perchè mai un tale silenzio?


  17. @JFK: Malfidato…

    @Zefirina: È più facile non ascoltare le parole che non ascoltare il silenzio. Il silenzio è più potente.


  18. Molto bello – forse è di conforto ricordare che, a parte Kafka che puarettino aveva anche delle sue sordità psicogene, ci sono sufficienti sirene per non rischiare mai il silenzio. E meno male.


  19. Il punto è, Zaub: seduce più il silenzio o la parola?


  20. Tremende le sirene quando fanno i musi.


  21. Chi ha sentito il canto delle sirene?
    Immaginiamoci la scena: Odisseo legato all’albero della nave comincia a sentire qualcosa, finalmente loro, le Sirene; ma il loro canto non è solo un suono, parole, Odisseo VEDE!
    Urla e si contorce perché i compagni lo liberino, il Totalmente Altro lo chiama, ed egli lo percepisce, ma i compagni lo ignorano e continuano a remare, eseguendo il suo precedente ordine, consapevoli che seguire quel canto equivarrà alla rovina, alla morte. Il silenzio li protegge, meglio ancora, l’eco dei rumori sentiti prima di turarsi gli orecchi.
    È così che noi sentiamo il silenzio, un eco rimbombante e disordinato di ciò che dobbiamo per forza ascoltare, malati di musica, malati di storie, di immagini, di parole, con cui riempire appunto …il silenzio.
    Sulle sordità psicogene di Kafka (che non amo, ma per il quale provo il più profondo rispetto) si potrebbe dire, a dispetto di una visione di sistema, che forse per un attimo, si è contorto anche lui su quell’albero, e altri come lui: Nietzsche, Artaud, e altri ancora…. Per un attimo, niente di più.
    Tanto quanto basta perche dopo sia calato un silenzio tale da determinare un urgenza che trova pochi confronti e nella quale assai poco spesso la salvezza si compie.
    Li vediamo divenire allora, dopo il travaglio della loro opera, dopo la traccia lasciata, campioni della mutezza.
    Su quella mutezza non si favoleggi, essa è fatta di vero dolore, di miseria della carne.

    Le Sirene, nate dalla schiuma del mare, da quel disperdersi immediato che sta al limite dell’indeterminato, sono ancora lì, e cantano un canto (e un silenzio che ne segue) che solo uomini del lignaggio di Odisseo potrebbero sopportare; un lignaggio, temo ormai disperso.


  22. seduce più il silenzio o la parola? mi verrebbe da dire che nel silenzio si è sedotti non dalle sirene ma da se stessi.


  23. @Mauro: Spero di non incartarmi su questo, perchè è difficile, ma provo: il Totalmente Altro che ci chiama significa la morte (forse la Pazzia, cioè in un certo senso la devastazione del Sè). Odisseo ascolta e vede. Ma non vede le sirene, vede la schiuma del mare, così come la Lorelei che incanta i naviganti non è che il riflesso del sole sul Reno, e Undine è l’increspatura delle acque di uno stagno. Odisseo vede il suono attraverso le immagini. Le immagini viste lo acompagneranno anche nel silenzio, o meglio il loro eco. Il silenzio è soprattutto eco di immagini. Non è buio, è come un riflesso sull’acqua.
    Il Totalmente Altro è già all’interno di Odisseo. Ma sono le immagini a risvegliarlo e a dargli voce. Solo alcuni, come dici tu, sanno ascoltare questo canto, e ne hanno il coraggio (o forse, la follia).

    @Lophelia: È vero. Forse si potrebbe dire che nel silenzio sono le nostre immagini a sedurci, nella parola le immagini degli altri.


  24. La parola, prerogativa degli umani, penso sia il disvelamento del silenzio (adesso sono io che spero di non incartarmii). Che poi il silenzio all’origine, prima della parola, è suono indiscriminato, indistinto, ma suono.
    Voglio dire, nel silenzio c’è già tutto. La parola lo conosce, lo comunica, lo riconosce, fà sì che sia riconosciuto. Dal caos del sentire senza la parola al cosmo del sentire con la parola. Con la parola, o il canto, si rende “visibile” “l’invisibile”. Questo vede Odisseo, qualcosa che a lui era invisibile in quanto non riconosciuto con la “sua” parola, ma qualcosa che vibrava nel silenzio e che lui “sentiva”. Ciò che viene riconosciuto con la parola è già dentro di noi. Intendo dire: è come provare paura senza conoscerne il significato, non sai cosa provi. Se conosci il significato, nel momento il cui la provi, la riconosci e la puoi anche comunicare. Chi ascolta ti comprende solo se ne conosce il significato. Questo è il limite della parola. Ma qui, se continuo, vado per le lunghe.
    E chiaro che io dò al silenzio un valore positivo.
    Quando Mauro parla di un silenzio che dobbiamo riempire ascoltando per forza musica, storie etc. credo che parli di un silenzio che conosco ma io chiamo con un altro termine: sperdimento. Ripeto, IO lo chiamo così, è riferito al mio modo di sentire. E’ quando non posso stare dentro al silenzio, quando non riesco a tenere il silenzio dentro di me, quando ciò che riconosco del silenzio non mi basta e fatico ad accettare come mistero ciò che del silenzio ancora non conosco. In pratica quando non riesco a stare con me stesso. Allora sì, devo riempire un vuoto che però è incolmabile, è sbagliato l’approccio. Ma non devo riempire il silenzio. Il silenzio è già Pieno. Anche del ganz Andere.
    Arte: io, per fare le pulci, direi la devastazione dell’IO piuttosto che del SE’. Anche nella follìa il sé rimane, anzi, forse è proprio nella Follìa che il sé si manifesta pienamente, abolisce la presenza, spesso deviante, dell’IO. Anche nella morte, se a questa segue una rinascita. Ma qui si apre un altro capitolo. E bisogna intendersi sui termini follìa e morte.


  25. @Papero: Prima di tutto ti ringrazio per l’importante precisazione, vedi che lo sapevo che mi incartavo: hai regione, ovviamente intendevo la devastazione dell’Io e non del Sè. Non sono pulci, la distinzione è importante.

    La parola crea e disvela. Silenzio-suono-parola potrebbero essere allora tre stadi di un processo di individuazione, dal caos al cosmos. Tuttavia, non so se il canto delle sirene sia parola, tenderei più a pensare che non sia neanche suono ma eco di un suono, al limite tra suono e immagine. Il processo di riconoscimento della parola (dare un nome a /riconoscere qualcosa che indubbiamente già abbiamo dentro)secondo me non è la stessa cosa della seduzione di quel canto. In quel canto non si riconosce, si fa il contrario: ci si perde.

    Quanto al silenzio che intende Mauro, non so: io penso che nel commento stia parlando di almeno due silenzi diversi: il silenzio “ovatta” che protegge, che però non è vero silenzio ma eco di parole e rumori, e quello dell’alterità totale di ha già detto troppo.
    Ma qui siamo già sull’interpretazione selvaggia.


  26. Certo che in quel canto ci si perde, altrimenti perché legarsi all’albero, se non si sta rischiando di cadere in un abisso? Ascoltare quel canto è conoscere il proprio destino e lasciare che la percezione del proprio io assuma contorni diversi…ascoltare, invece, quel silenzio significa conoscere il proprio destino nel modo più crudo e ineluttabile: è il destino che trova noi e si rivela da sé. Almeno, così interpreterei il pensiero di K.
    Che poi nel quotidiano il silenzio sia necessario o salutare, è altra questione; ma è pur vero che nell’ambito delle relazioni umane può significare: ecco, così stanno le cose, non c’è niente che si possa aggiungere. E di nuovo assume un significato ineluttabile.


  27. Aspetta, aspetta. State viaggiando troppo alto per me.
    Più terra terra, io direi che quello delle sirene è un mito che già mette a fuoco i desideri di chi ascolta. Cioè, le sirene cantano quello che l’ascoltatore vuole sentir loro cantare, e che proprio per questo riesce irresistibile.
    Da questo punto di vista, la reticenza, il silenzio, è un meccanismo ancora più potente, ma che si basa su una logica analoga.


  28. @Tania: Uno degli aforismi di Kafka che preferisco, e che ho già citato, è “Chi cerca non trova, chi non cerca sarà trovato”.
    È quello che stai dicendo tu, mi pare, che evidentemente lo hai letto.

    @Rob: Le sirene sono un’immagine, non mi piace la parola ma forse una proiezione, di quello che ci attira e ci annienta. Hai ragione, è lo stesso meccanismo del non detto che attira perchè lo riempiamo di ciò che desideriamo sentire.

    Però sai che ho un problema con l’espressione “terra terra”? A me piace volare in alto, anche se spesso mi sfracello e sicuramente mi contraddico. Il pensiero “terra terra” non è il tuo, Rob. Quello che stai dicendo è lungi dall’essere terra terra. È un’espressione che non amo perchè mi ricorda il “parla come mangi” che aborro. Al contrario, la concretezza e la semplicità sono grandi doni. Ma non sono terra terra…
    🙂


  29. (Artepilla spero la parola perchè io non sto zitta per più di cinque minutiPPPP)


  30. [OFF TOPIC even though I LOVE to HEAR the silence of the sirens]

    Non trovo la tua mail, mi scrivi tu?
    Così ti presento big boy quest’estate 😉


  31. D’accordo, concretezza e semplicità intendevo dire – cose di cui sento spesso la nostalgia nel mio ambiente.
    (e però, un “parla come mangi” ogni tanto vola, eh)


  32. @Zauberilla: Bè, di sicuro Mister C lo hai sedotto…

    😉

    @Lola: Ti scrivo io presto. Non mi posso perdere big boy.

    @Rob: Sfondi una porta aperta, se stai parlando della tua materia di studio anch’io ho sempre pensato che fosse astratta e difficile… ma pensavo fosse il mio cervello ad essere inadatto.

    Ma che vuol dire poi “parla come mangi”??? Non si parla a bocca piena!!

    🙂


  33. Infatti “parla COME mangi”, mica “parla MENTRE mangi”…


  34. Però devi ammettere che, se “parla mentre mangi” semanticamente ha senso, “parla come mangi” no. Non significa nulla.
    Che poi abbia un significato traslato lo so. Ma mi pare, più che un’esortazione, un vezzo di chi la usa,del tipo: non credere di essere chissà chi perchè usi i congiuntivi, io parlo semplice ma dico cose vere, mentre tu parli difficile per nascondere il fatto che dici cazzate.
    Quando sappiamo bene che non esiste un nesso causale tra queste categorie.
    Allora a me, per una perversa associazione viene in mente l’elogio dell’ignoranza di Tremonti, il parlare semplice di Berlusconi, e tante altre delizie. E mi viene immediatamente l’impulso irrefrenabile di usare vocaboli come sineddoche, propinquità, intrascapolare, preponderante.
    Sono malata lo so.

    😛


  35. Su questo sono completamente d’accordo.
    La obnubilazione (visto che siamo in tema) può seguire molte strade, anche opposte.


  36. La Padrona di Casa perdoni questo tardivo commento in forma di frammenti

    E’ da notare, che quando stanno per arrivare i bombardieri, e , prospettiva ancora peggiore, i missili avversari sono partiti, cominciano a suonare le sirene. Esse ci avvertono che la realtà si presenterà con tutta la sua forza distruttiva. La nostra vita, o quantomeno le consuetudini che noi viviamo come realtà rischiano di essere cancellate in un fiume di fuoco.
    E’ pure vero che, fino a qualche tempo fa le grandi fabbriche facevano suonare le sirene per scandire i turni di lavoro, ed il lavoro, soprattutto quello della fabbrica è un duro, breve (nel senso di ravvicinato) incontro con la realtà; ed anche con il pericolo (chi ha lavorato in fabbrica lo sa).

    Ora, che dire della più remota illusione di ciò che noi coviamo dentro? Intendo quella così radicata, piena di forza di convincimento, di intensità, e probabilmente del tutto priva di una forma particolare ( se non forse di un richiamo amoroso, che però non ha confronti con ciò che consuetamente chiamiamo amore) che ci porta ad un passo dalla morte?

    Come mai abbiamo dato allo strumento che ci avverte dell’approssimarsi della realtà nella sua forma distruttiva, ma anche nella sua forma costruttiva il nome di “sirena”?
    Non è che forse le sirene, giocando con le nostra illusione annunciano momenti decisivi?
    E secondo questa prospettiva, che relazione può avere una così profonda illusione con ciò che noi “concepiamo” come reale?

    Questo silenzio che segue il canto delle sirene sembra l’imporsi inappellabile della necessità, della forza di gravità che ci spinge verso il fondo del baratro, dopo la folle corsa dell’illusione.

    Che dire di questo silenzio, è semplice assenza di rumore?
    C’è chi, nel rimbombo della battaglia vede il silenzio di Dio, chi della Ragione. Nell’esperienza quotidiana i momenti di silenzio ci fanno accorgere di un mondo di rumori sommessi, di prossime e minute realtà o di echi di cose lontane. Possiamo chiudere gli occhi e misurare le distanze attraverso ciò che nel “ il nostro” silenzio percepiamo con l’orecchio come sostituto dell’occhio.
    E tuttavia questo resta il “nostro” silenzio e non il silenzio a cui si riferisce Kafka.

    Qualcuno ha chiamato questo silenzio: il silenzio dell’essere. Tuttavia non possiamo non soffermarci a meditare su quanto questo silenzio sia suscitatore di un desiderio senza forma dal quale sorge l’illusione senza forma di cui ci domandavamo prima.
    In questo vi è una singolare corrispondenza tra l’illusione determinata dalla necessità, di cui l’assenza dell’essere è il motore invisibile, e il silenzio come realtà determinata dalla necessità in forma di schiacciante forza di gravità.
    Esse, al più alto grado possibile, ci fanno incontrare le lame della forbice aperta dell’indeterminato.
    Ad un illusione a cui non si può resistere corrisponde un silenzio che non si può sopportare.
    Qui, la “logica analoga” cui faceva riferimento Rob prende il suo senso,se non ché il termine “logica” potrebbe lasciare aperta l’idea, come estensione si significato, che all’implicita domanda dell’affermazione di Kafka si possa dare una risposta, mentre ho idea che essa apra ad un regno in cui l’unica cosa che si possa fare è stare all’erta.

    Ta Kafka e Odisseo c’è la distanza che passa tra un uomo vissuto in un tempo assai prossimo al nostro e un eroe del mito, tuttavia entrambi hanno saputo essere “Nessuno” (che dire del signor K?).
    Il primo nella veste di chi ha saputo osservare, non rimanendo illeso, le forze schiaccianti, titaniche, della totalizzazione burocratica che annienta l’io (e intendiamoci, se esiste un Sé, l’io è l’unica risorsa che abbiamo per raggiungerlo, giacche la sua stessa negazione ne è propriamente un riflesso).
    Il secondo affronta le forza titaniche nella figura del ciclope, che analogamente alla burocrazia ci appare dotato di un occhio solo, il quale non è in grado di realizzare quella profondità di campo entro i limiti della quale ci si può relazionare con quello che potremmo definire “un minimo accettabile di autenticità”.
    Infine sono entrambi viaggiatori dell’io; a questo proposito neppure Odisseo si può considerare illeso, giacché non ha saputo portare a casa i suoi uomini, e questo per un eroe del mito non è segno di vittoria, bensì di sopravvivenza.

    Un ultimo accenno al “terra terra” o al “parla come mangi”. Ognuno si consoli come vuole, ma non si faccia illusioni, le conseguenze restano.


  37. Mauro: Intervento velocissimo, poi, magari, torno stanotte.
    Ma io che vedo solo con un occhio, sono tutta quella Roba Là che dici? Ho sempre pensato che il mio occhio sinistro, 11 decimi ed il mio occhio destro zero decimi e -27 diottrie, mi dessero la particolare facoltà di vedere con uno e stravedere con l’altro. (Fortunatamente non di prevedere, altrimenti addio gioie!) Insomma, credevo di avere due viste. Però devo ammettere che non convergono mai. E quasi sempre prende il sopravvento l’occhio maffone, quello che stravede, quello che lavora di pancia.
    Scusate, più che un intervento veloce è un OT, cercherò di tornare in tema più tardi.


  38. Quando io ho detto che il silenzio è pieno, che nel silenzio c’è già tutto, intendevo questo: nel silenzio c’è la vita. Cioè la Vita e la nostra vita. C’è l’universale ed il particolare, ma ogni particolare non è una parte dell’universale, ogni particolare contiene l’universale. C’è il movimento della Vita ed il movimento della nostra vita. Nel silenzio c’è il passato dell’umanità intera ed il nostro passato personale, il mito, la storia, l’esistena dell’umanità e la nostra esistenza singola. Ciò che siamo nel presente è il momento più importante, è il momento che conta. Generalmente, ogni momento presente lo viviamo condizionati dal passato e preoccupati per il futuro, difficilmente viviamo il presente con innocenza. Diventiamo alberi duri e secchi (come dice la voce fuori campo in Stalker, visto che è tornato recentemente tra noi). Diventa difficile piegarsi verso le cose, perchè si perde la morbidezza. Siamo così condizionati dalle esperienze passate del nostro IO che il sé non si manifesta. Per questo dicevo che nella dissolvenza dell’IO, chiamamola anche follìa, il sé si manifesta perché non incontra più resistenza da parte dell’IO.
    Il Silenzio Pieno contiene tutti i suoni della vita e della natura e il loro significato. Con la parola li conosciamo, perché la nostra mente ha bisogno di parole. Nel momento in cui osserviamo il cielo, la nostra mente lo nomina, automaticamente, anche se noi non abbiamo nessuna intenzione di pronunciarne il nome. Ma questo ci serve per sapere cosa stiamo ossrvando, altrimenti non vedremmo niente. La voce delle sirene, credo non sia altro che un richiamo della vita, della natura, del Sé. E’ richiamo dolce e soave. E’ sì pericoloso, può condurti alla morte, ma ben venga. E’ la morte dell’IO e delle sue barriere.
    Ulisse era Nessuno, davvero. Un uomo intelligente, scaltro, pronto al sacrificio ma, ahimé, pronto al sacrificio di tutto, affetti, amore, moglie, figlio e compagni, che ha viaggiato a lungo in nome della conoscenza delle cose e delle genti, ma in un modo che oggi potremmo definire illuminista,scientifico, tecnologico e tecnico, privo di umanità.
    Conoscere per far sfoggio di conoscenza, abilità e scaltrezza. Conoscere le cose e le genti del mondo senza conoscere se stesso, la propria natura, la propria umanità. Credo che intuisse tuto ciò, credo che intuisse che che ci fosse altro, altrimenti perché tanto tormento nella sua esistenza. Quando Circe lo mise in guardia dalle Sirene, penso sapesse che avrebbe finito col soccombere, ma non al loro canto o al loro richiamo, ma all’abbandonarsi ad esso e quindi alla profonda conoscenza di se stesso, all’incontro con il Sé. Legato all’albero si concede di ascoltare quel richiamo talmente forte che ordina ai compagni di slegarlo. Quando le Sirene cantano non si può resistere, è vero, ma per abbandonarsi a quel canto, morire e poi risorgere, è necessario averne la tempra, come diceva Mauro, altrimenti non si risorge. La resistenza che ha messo in atto Ulisse era ovviamente premeditata. Da bravo conoscitore arido non poteva farsi scappare un evento del genere, doveva assistere ma senza che in lui avvenisse alcun cambiamento. Ed è vero che vede ma non crede. E rimane Nessuno. Tale e quale a prima di sentire quel richiamo, intelligente, scaltro ma anche poco sicuro di se stesso e della sua potenza intellettuale, tanto che si è fatto legare nel timore di non resistere al richiamo del totalmente altro proveniente dal profondo dell’universo dentro di sé. L’incontro con se stessi, con la propria natura, con la natura delle cose può essere devastante, ma può anche non annientare se si è disposti a conoscere la propria umanità senza condanna, giudizio, ambizione. E’ auspicabile la devastazione dell’IO e la liberazione del Sé. E’ qui che è possibile la nostra resurrezione.
    Certo che il silenzio delle sirene è un’arma più letale del loro canto! E’ l’assenza del richiamo. E’ la morte assoluta senza possibilità di resurrezione. E’ la mutezza del silenzio.
    Qualcuno certamente non ha mai sentito il canto delle sirene, ma tutti, prima o poi sentono il loro silenzio. E’ ciò che stà accadendo ora, è la mancanza assoluta di senso di cui si soffre, è il nichilismo imperante. Ma spero, che coloro i quali hanno avuto il dono di ascoltare il canto delle sirene e di essere risorti, possano in qualche modo riprodurlo. E rendere le persone tenere e flessibili.
    Forse, la mia, è un’interpretazione troppo personale del mito di Nessuno e del suo incontro con le sirene. E mi sà che si capisce che Nessuni mi stà cordialmente antipatico. Mentre vorrei spezzare una lancia in favore di quel bestione di Polifemo. Con la sua vista piatta e non tridimensionale come quella di Ulisse, è stato comunque capace di amare e soffrire per amore di quella ninfa sprezzante di Galatea. Certo, bendato da Amore e intriso di follìa amorosa, ha spiaccicato sotto un masso il promesso sposo di Galatea. Ma quanto lo rende umano una passione di questa intensità! Ed i suoi vani tentativi di farsi bello ed educato per essere amato da lei, sono gli stessi nostri disperati e patetici tentativi di farci amare dagli altri e da qualcuno in particolare.


  39. @Papero e Mauro: Ho letto solo adesso i vostri bellissimi commenti, ma in questo momento sono troppo stanca per rispondere, e mi è appena piombato un criceto in casa che mi dà da fare. Mi date un po’ di tempo? Per ora, solo grazie.


  40. Stai tranquilla! Il criceto ha la priorità assoluta! ;0)
    Potreste fare una bella dormita insieme.


  41. Sia Mauro che il Papero hanno scritto due commenti di grande vastità e profondità. Per rispondere in maniera adeguata avrei bisogno di più tempo. Che non ho. Ho deciso di rispondere con dei frammenti di pensiero, che i due commenti mi hanno richiamato alla mente. Mi ritrovo in entrambi. Anzi li trovo complementari, e non antitetici come mi erano parsi ad una prima lettura. Sono, in parte, contraddittori, come lo sono spesso diverse chiavi di lettura.

    @Mauro: Ho vissuto nei primi nove anni della mia vita in una casa vicinissima ad una fabbrica. La mia infanzia è stata scandita dalla sirena delle sette, quella di mezzogiorno e quella delle cinque, dal lunedì al sabato. Iniziava pianissimo e moriva in un gemito, e al suo apice era quasi insopportabile. La parola ”sirena” per me è sempre stata quel suono un po’ triste, e anche quello pauroso e terribile delle vecchie ambulanze. Solo dopo, leggendo con me la ”Sirenetta” di Andersen, mio fratello dovette spiegarmi che una sirena non era solo quella cosa lì della fabbrica, ma anche un essere mezzo pesce e mezzo donna. Ma siccome Andersen è di per sè terribile, e la favola è triste, mi pareva che ci fosse comunque un nesso con un allarme, qualcosa di sinistro. Una voce, ma non umana (perchè anche la Sirenetta non è umana, e perdipiù – è muta).

    Pericolo, allarme dunque. Urlo o silenzio. Urlo silenzioso? Come nello ”Skrik” di Munch, o in una mia vecchia poesia: ”tre bocche annegate sul fondo/costrette a gridare/il silenzio”?

    E il silenzio gridato è il nostro o quello Altrui? Credo che forse qui stia la differenza tra Odisseo e Kafka. Per entrambi il ”desiderio senza forma” prende appunto forma in un’immagine: per Kafka è il Castello, per Odisseo le Sirene. Può variare. Il Signor K si scontra col silenzio del Castello, Odisseo col canto delle Sirene. Ma così come il canto delle Sirene non è vero canto, il silenzio del castello non è mai vero silenzio. Sono messaggi, ma a noi incomprensibili. Sono le mille voci che K sente sussurrare nella linea telefonica, i messaggi incomprensibili dei messaggeri, le lettere. Ci sono i segni, ma sono segni Altri, dall’Altrove.

    Se per Odisseo il pericolo è il proprio silenzio nel canto delle sirene, per K il pericolo è l’incomprensibilità, lacerante e paralizzante, del silenzio dell’Altro.

    @Papero: Tu hai un approccio linguistico al tema, che mi è congeniale. Parli, mi pare, essenzialmente del silenzio ”nostro”, anche se non necessariamente individuale, ma collettivo. La Parola rompe il silenzio con un richiamo. Il richiamo è positivo dunque, non allarmante. Ma Odisseo rifiuta di obbedire al richiamo. Odisseo è l’uomo della techne, sordo alla conoscenza del corpo, non interessato a quella dell’anima. Per questo rifiuta le Sirene, Circe, Nausicaa. Il conoscitore arido resta Nessuno e non diventa Qualcuno. Perchè si diventa sempre Qualcuno per qualcun altro, mai da soli. Attraverso e per qualcun altro. La relazione può essere pericolosa, ma anche vivificante. Vita e morte. Non è questo l’Altro, per noi che non siamo Odisseo?

    Hai ragione. Polifemo è molto più simpatico anche a me. Ho sempre avuto pena di quel bestione accecato, solo con le sue pecore sull’isola.Grazie al tuo commento ora so anche perchè.


  42. Arte: “Perchè si diventa sempre Qualcuno per qualcun altro, mai da soli. Attraverso e per qualcun altro. La relazione può essere pericolosa, ma anche vivificante. Vita e morte. Non è questo l’Altro, per noi che non siamo Odisseo?”

    Sì, è questo. Ma ma il richiamo attira anche verso il Totalmente Altro. Qualcuno può chiamarlo Dio, se crede in lui o nel trascendente. Io, che faccio un pò fatica ad avere una visione dualistica delle cose, cioè a pensare ad una natura umana e divina separate, penso piuttosto al ganz Andere come qualcosa di sconosciuto e misterioso però immanente.
    Il canto delle sirene, per me, è il richiamo che invita a perdersi come IO nell’Altro e nel Totalmente Altro, che ha come conseguenza il ritrovarsi come Sé. Poiché credo che ogni singolo sia anche universo, cioè che siamo tutti legati da un filo sottile, il silenzio “nostro” singolare è appunto anche quello collettivo della tua risposta.
    Che, appunto, contiene la vita tutta.


  43. @Papero Totalitario: Molto junghiano. Anch’io credo nell’immanenza del Trascendente. Tuttavia, sospetto che ci sia altro ancora, molto altro, che ancora devo capire. Ne riparleremo (è una minaccia)

    😉


  44. Oppale! Starò all’erta (come dice Mauro). 😉


  45. ahahahah, oppale è bellissimo!

    😀


  46. ihihih!
    😀



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