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osmosi

4 maggio 2010

(questa non è Cristina Campo ma la mia nonna)

Se qualche volta scrivo è perchè certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi.


Cristina Campo, “Parco dei cervi”

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21 commenti

  1. A me invece capita, per quel tipo di scrittura a cui credo che qui si alluda, che quando scrivo vuol dire che la compenetrazione è avvenuta. Scrivo come ultimo atto del processo di trasformazione di vita in carne, di pensiero e sentimento in unghia, stinco, riccioli.
    Cioè scrivo come ultima grande tempesta narrativa, e produco un racconto. Dopo di che nun ce se pensà più viva Gesù.
    (forse)


  2. Cara Zaub, per me invece non è così.
    Nel senso che quello della scrittura non è un processo lineare che conduce a un risultato, ma una spirale, a volte un groviglio, che spesso non va dall’astratto al concreto ma in senso inverso, oscillando a volte tra i due estremi.
    Non è il pensiero/sentimento che crea la narrazione, ma la memoria che si evoca da sola attraverso me, e torna a trovarmi, non mi lascia. E non voglio che mi lasci.


  3. Tema interessantissimo quello del processo di scrittura, affonda certamente nelle radici di ognuno di noi e come acqua sorgiva, risalendo per strati di roccia e terreno, si carica di elementi diversi.
    Il nucleo della memoria, al pari del granito, contiene i preziosi minerali che alla narrazione apportano il fondamento dell’esperienza.
    Soffice terreno sono i sentimenti, lo strato ove il processo di osmosi, scambio e compenetrazione, avviene con più facilità.
    Il prodotto di questi “attraversamenti”, che rivesta o meno valenza letteraria, ha un valore intrinseco per il solo affiorare da ciascuno di noi.
    Personalmente utilizzo per gli spostamenti un tipo di tappeto a trama iperbolica, per cui capita sovente che le cose che ho dentro si comportino come lo Strokkur, tipico geyser islandese, eruttando regolarmente ma in modo incontrollabile.
    Curiosamente, strokkur si traduce con zangola.
    E la zangola è il cilindro di legno dove nelle campagne si agitava con un bastone la crema di latte per fare il burro.
    Processo di mutazione dallo stato liquido a quello solido, come fa la penna intingendo nella sorgente del pensiero.
    Per trasformare la vita in carne, come raffigura Zaub, o la memoria in narrazione, come incoraggi tu.

    p.s. va bene, non ci metteremo a litigare per questo, voi continuate a scrivere e alla zangola ci vado io. 😉


  4. è vero che spesso mettere nero su bianco certi pensieri aiuta molto, e fissare sulla carta certi ricordi per paura che vadano perduti è terapeutico

    non c’è bisogno che ti dica che la tua nonna era bellissima (o è???)


  5. @JFK: Non sempre si scrive di memoria. Ma quando lo si fa, la metafora del burro è abbastanza calzante (anche perchè il burro non sempre riesce, credo – non che abbia molta esperienza come lattaia…)

    😉

    @Zefirina: Era.


  6. vado fuori tema, ma poi neanche tanto: martedì sera sono stata a teatro, ho visto “La Casa di Ninetta” un monologo autobiografico di Lina Sastri dedicato alla madre. Mi è piaciuto davvero molto e uscendo dal Piccolo Eliseo a Roma pensavo che anche la padrona di questa casa e molti suoi ospiti avrebbero apprezzato 😉


  7. @Iko: Non vai fuori tema, anzi.
    E ti ringrazio del pensiero, mi è arrivato leggero leggero, da Roma a qui.


  8. :*


  9. OT: ieri sono stata alla presentazione del libro Il corpo delle donne e hanno letto il brano che hai scritto tu e …ti abbiamo applaudito forte..lì per lì non mi sono nemmeno ricordata che avevi scritto della tua collaborazione


  10. @Zefirina: Ma veramente hanno letto il mio brano?
    Aaaarrrghhh…
    Per fortuna ero a distanza di sicurezza, sarei morta d’imbarazzo.
    Grazie per l’applauso!
    Quante cose belle mi stanno arrivando da Roma… dovrò ricambiare.


  11. Io quando scrivo scrivo sempre di memoria, più o meno camuffata sotto mentite spoglie. Non ho ancora capito bene, ma a volte ho la sensazione di scrivere anche per alleggerirmi, per staccarmi, liberarmi di ricordi con un peso specifico alto. Per posarli sul comodino, tipo. Il fatto è che tutto sommato non funziona. Alla lunga, tornano sotto altra forma, e il processo si fa infinito, ma un infinito che poggia sempre su due tre cose.


  12. Ehi, che programmi c’ha tua nonna per sabato sera?


  13. @Allemanda: Esatto, perfetto, corretto. Anch’io a volte mi sono illusa di scrivere per alleggerirmi. In realtà cerco il contrario: rinnovare il contatto col passato, non lasciarlo morire. Anch’io camuffo, ma chi mi conosce ormai mi sa leggere. Il processo non è terapeutico, ma evocativo.

    @Rob: Facciamo una seduta spiritica e glielo chiediamo? Magari viene veramente a trovarti, burlona com’era. Ti informo che le piaceva molto ballare.

    🙂


  14. In molti casi ha per me una funzione terapeutica: la mia vicenda prende vita da sola e posso osservarla mentre se ne va sulle sue gambe. Naturalmente non è affatto sufficiente separarsene così, il ricordo torna e torna. Però il momento in cui esce da me e assume la forma del racconto è ben definito, avviene solo a un certo punto dell’elaborazione cosciente dell’accaduto, ed è un traguardo importante, un segnale che di solito mi rassicura, anche se è solo apparentemente risolutivo.


  15. @Tania: In realtà anch’io a volte scrivo per distaccarmi dalle cose. E serve. Mettersi in terza persona, ad esempio. Proiettare parti di sè su un personaggio.
    Però poi c’è un altro tipo di scrittura, e di questo tipo preciso stavo parlando qui, dove lo scritto non è un prodotto che si separa da me, ma qualcosa che evoco. Un atto d’amore forse (parola grossa).
    È anche una cosa un po’ ossessiva, mi rendo conto.


  16. Vabbè, fammi tornare (?) serio.
    Io credo che scrivere, scrivere di se stessi voglio dire, sia CONTEMPORANEAMENTE un modo di dare corpo ai propri pensieri e alle proprie sensazioni, e di prenderne le distanze. Un modo di chiarirli, di renderli tangibili, di dar loro una struttura che li comunichi, di (provare a) riconoscerne l’essenza.
    Tutto questo li fissa, gli dà corpo, ma li toglie dal limbo indistinto dei pensieri sciolti. Li costringe ad uscire allo scoperto.

    Ricordo quello che mi successe con il “corto” che montai dopo la mia separazione. Nel trasferirci tutte le mie angosce dovetti confrontarmi con la necessità di un linguaggio, di una sintesi, di una sintassi comunicativa, e anche fatalmente con la necessità di spiegare anzitutto a me stesso quali angosce vivessi.

    Ne uscì fuori un video duro, essenziale, tanto “mio” che dopo averlo montato riuscii a trovare pochissime volte la forza di rivederlo.
    E che però mi aiutò (era sicuramente un po’ troppo presto) a ritrovare la corretta dimensione delle cose.


  17. @Rob: È vero quello che dici. È vero per un tipo di scrittura.
    Io devo sempre costringermi a scrivere di me, non è una cosa che mi viene spontanea o per bisogno.Nel momento in cui inizio a scrivere di me (senza filtri) scrivo malissimo. Non rispetto la grammatica, la sintassi, niente.Lo sforzo è tale che va a scapito dello stile. È lavoro, terapia forse, un lavoro grezzo e oscuro. Un lavoraccio.

    La scrittura evocativa è altro. Lì scrivo (di me, di altri, di altro) attraverso altri. Dò loro voce. Non mi distacco dalle cose, me ne approprio, le tengo strette.

    Non so se si capisce.

    Bellissima l’idea del cortometraggio. Ti ammiro.


  18. E’ nostra distratta consuetudine usare le parole, ma scrivere significa entrare specificatamente nel loro regno secondo regole che ridimensionano la soffusa spazialità del pensiero in tempo.
    Mattare nero su bianco stabilisce urgenza ai nostri pensieri; ne mette alla prova la coerenza e ci rivela ciò che siamo in grado di esprimere in termini di capacità di fronte alla parola.

    Mentre scrivo, mi domando spesso quale sia l’origine della parola; e non già , o non solo, di quella che sto scrivendo, ma della parola in generale, come realtà evocatrice di immagini senza immagine, di attestazione di intelligenza fra le cose.
    E’ capitato che per anni ritornassi su una parola avvinto come una da malìa, indagandone il senso, sperimentandone l’espansione, cercando di comprenderne, seguito di lunghi e ripetuti sforzi, l’autenticità.
    Ciò mi ha sempre fatto pensare che esiste una memoria ulteriore che prescinde da ciò che vogliamo fissare o evocare e che si stabilisce nella scelta delle parole che usiamo, determinando in queste delle chiavi che aprono degli accessi ulteriori anche a dispetto delle nostre intenzioni; accessi di cui ci rendiamo conto appunto scrivendo.


  19. @Mauro: Florenskij scrive da qualche parte che l’uomo è un essere verbale, e la parola è l’essenza stessa dell’essere umano.
    Nella scrittura, a volte (specialmente nella poesia) il suono prevale sul significato, altrove il significato sul suono. Nel primo caso, la parola diviene quasi un elemento sensoriale, magico (la malìa di cui parli tu), ma sussiste il pericolo che si tratti di un puro suono, cioè di una parola vuota. Nel secondo, il suono è legato alla parola in maniera arbitraria e convenzionale. Alcuni scrittori – pochi – raggiungono l’armonia tra significato e suono, cioè la non banalità.

    Il significato ha bisogno del corpo. Non deve cioè toccare solo l’intelletto, ma anche i sensi. La parola dev’essere simbolo, cioè rivelazione (e forse attingere proprio a quella memoria ulteriore di cui parli tu).

    La parola diventa allora la persona stessa, dove la persona, attraverso la parola, opera un disvelamento di sè, e cioè un’autodonazione.


  20. ed è stupenda (la tua nonna).
    🙂


  21. La ragione per la quale teniamo un blog, in pratica. Bellissima, la tua nonna.



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