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Il cerchio rosso

16 marzo 2010

Stiamo parlando di tempi remoti, i tempi del secondo studentato. Tirocinio in un ospedale psichiatrico. La mia tutor mi ha presentata ai pazienti, io ho letto le loro cartelle, mi sento ferratissima e preparatissima ad affrontare le giornate nel padiglione 4.

I pazienti sono tutti uomini, giovani e schizofrenici, alcuni con storie di abuso di sostanze legali e illegali, quasi tutti con problemi di ansia e paranoia. Nessuno di loro è aggressivo al momento, i più non lo sono mai stati. Però in cucina il coltello del pane è fissato con una catenella corta al muro, le porte dei vari settori sono chiuse a chiave, si esce solo col permesso e accompagnati.

Spesso, il mio compito consiste nell’essere presente. Ascoltarli. Ripetere per la centesima volta a B che dalle bocchette del riscaldamento non stiamo facendo uscire del gas che lo rincoglionisce, anche se continua a non credermi. Aspettare sul divano insieme a G il suo attacco d’ansia delle 14 di ogni giorno e attraversarlo con lui, pranzare con T, venticinquenne musicista figlio di primario, spiegandogli che non è bello frugarsi nel naso quando si mangia con una signorina. Passeggiare con S, il più silenzioso di tutti, seguendolo lungo il fiordo su sentieri ghiacciati e scoscesi, lui avanti a testa china come un ariete ad ascoltare le sue voci e io dietro, cercando di non perdere l’equilibrio, stupidamente terrorizzata che mi scappi.

Ma non scappa mai.

Nessuno, mai, è entrato nella stanza di S. È il suo regno. Ne esce furtivo, richiudendola subito a chiave. Si parla di non invadere il suo territorio, di acquistare la sua fiducia col tempo. Non si vuole forzarlo. Un giorno, solito divano, vicino a S come sempre silenzioso e apparentemente apatico, parlo con una collega di donne delle pulizie. Lei mi decanta la sua. Senza pensarci, mi scappa detto: “Eh, ci vorrebbe anche a casa mia qualcuno che mi lavasse le finestre!” Nessuna reazione da parte di S, la cosa finisce lì.

Il giorno dopo passo davanti alla camera di S. La porta di apre, lui sta sulla soglia, mi fa cenno di avvicinarmi. In un attimo, non so come, mi rendo conto di essere entrata. Mi ha fatta entrare nella sua stanza. Mi guardo intorno. Nudità totale. Bianco. Nulla. C’è un letto, ordinatissimo. Un tavolino, una sedia, un armadio. Nient’altro. Non un quadro, non un soprammobile. Dalla finestra senza tende entra una luce impietosa. Il suo disagio mi si attacca addosso e mi morde trasformandosi in inquietudine. Sul tavolo, una cartina della città, un cerchio rosso a pennarello. “È qui che abiti, tu”. È la frase più lunga che mi abbia mai detto. Sento il cerchio rosso intorno alla mia casa  stringersi, la mia bocca farsi secca. “Ah… come lo sai?” “Ho cercato. Ci arriva il bus numero 46, io posso venire a lavare le finestre. Posso fare le pulizie da te. “

Come uscire da lì senza ferirlo? La mia stupidità è un cane che mi intralcia le gambe e mi fa inciampare sulle parole. “Sei molto gentile, ma non credo sia permesso” (vigliacca, vigliacca) “Non lo dire a nessuno, allora. Non importa che mi paghi.” “Non credo, S. Grazie, ma non ho bisogno di aiuto. Ieri stavo scherzando” (scherzi in psichiatria, ma che ridere, ma che brava). Per un attimo sento tutta la sua frustrazione, la sua impotenza. Quelle pareti nude mi stanno schiacciando. Mi avvicino risoluta alla porta, la apro. Lui abbassa la testa, sconfitto, punta il dito testardamente sul cerchio rosso. Inghiottisce silenzio.

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16 commenti

  1. Ecco, penso che per evitare questa situazione l’unica via poteva essere, a priori, quella di non agire in modo da costruire un rapporto di fiducia, di non trasmettere l’umanità che evidentemente a quest’uomo è arrivata tanto da farlo uscire dal suo silenzio.
    Certo: forse vorresti almeno esser riuscita a temperare la tua reazione difensiva … ma penso che anche questo sia umano!


  2. non lo so, non lo so, sono molto ignorante in materia, ma sarebbe stato davvero così grave costruire un rapporto con lui? sarebbe stato così grave dargli un’occasione, farlo sentire parte del gioco? certamente sto dicendo una stupidaggine, ma vorrei capire: perché no?


  3. Bellissimo post.
    Intanto vuol dire che tu hai del talento, solo che eri troppo piccola, piccola in senso professionale per usarlo senza scottarti e sagacemente ti sei protetta – col che hai protetto lui. Non era difficilissimo – anche a me in clinica psichiatrica sono capitate situazioni simili – e alle mie via di fuga la paziente mi disse “dottorè, je posso di na cosa?” “Dica!” ” Lei dottorè è un po’ paracula!” – potevi dire che ne so, che avreste fatto isnieme altre cose più belle, che ne avreste riflettuto… oggi una via l’avresti trovata. Allora non poteva che andare così.


  4. @Tania: Quella via non era percorribile. Però io adesso so che ce n’è un’altra, che non rinnega l’umanità, un approccio umano ma anche professionale.

    @Elena: Benvenuta su Pioggiablu!
    Sarebbe stato grave mischiare il professionale col privato. Quel paziente non era lì per aprire un’impresa di pulizie, ma per essere aiutato a rapportarsi agli altri senza ignorarli oppure invaderli. Il rapporto da costruire doveva essere terapeutico e non d’amicizia, perchè non era la mia amicizia che lo avrebbe aiutato.
    Io almeno penso questo.

    @Zauberei: Grazie! Vero, avrei potuto dirgli che avremmo fatto le pulizie di primavera insieme, oppure la spesa del venerdì, che ne so…
    😀
    (No, ho capito. Hai ragione.)


  5. Come non dar ragione a Zauberei, post coinvolgente e bellissimo.
    Personalmente, m’ha fatto a pezzi.
    Una parte di me si mangiava le unghie, come se stesse divorando un giallo di Agata Christie.
    Un altro terzo si chiedeva: che avrei fatto al posto di lei? E trovandosi lì, davanti alla soglia di quella camera, non aveva la certezza che l’avrebbe varcata, se non inserito in un pentagono di robusti infermieri.
    L’ultimo pezzo poi, centrifugava sentimenti di pena, considerazione, inadeguatezza, pensando: quante ne avrò sfiorate, nella vita, di menti che mi sono parse bizzarre e che bisognavano almeno d’attenzione?
    Perché, immagino, saranno più quelli fuori che dentro.
    E’ finita che, mentre quello inghiottiva silenzio, rimettevo un mucoso disagio.


  6. @JFK: Ma tu hai personalità multiple, interessante…

    Non ho capito l’ultima frase ma per favore non me la spiegare!!!

    😀


  7. Bum-bum-bum.


  8. @Ady: Quand notre cour fait boum-boum!
    🙂


  9. Con questa diagnosi della personalità multipla,non è che me ne posso andare a dormire proprio tranquillo.
    Mi vedo già camminare lungo sentieri ghiacciati e scoscesi, la testa china come un ariete ad ascoltare le voci dentro.
    Comunque, per tua tranquillità,il bus numero 46 che passa di qui non fa capolinea a Trondheim.
    😉


  10. @JFK: Ne sei proprio sicuro?


  11. Di solito io non so che rispondere neanche alle domande più semplici e nelle situazioni più semplici, con gente, diciamo, “normale”.
    Per di più eri un’allieva senza un briciolo d’esperienza.
    Hai poi chiesto a qualcuno come avresti dovuto rispondere?


  12. @Rodo: Di quel periodo ricordo che avevo un bellissimo rapporto con la mia tutor, che mi diceva sempre di scrivere, descrivere situazioni, dialoghi, pensieri, e poi li analizzavamo insieme. Scrissi un compito su quello dell’ansia delle 14 che ho ancora, e non era affatto male.
    Naturalmente discutemmo anche questa situazione, con lei e con lo psicologo. Intanto, chiaramente, non sarei dovuta entrare nella sua stanza da sola. Non si arrivò mai a dire “cosa avrei dovuto rispondere”, piuttosto si parlò del perchè non avrei dovuto venirmi a trovare in quella situazione. Dell’importanza di misurare le parole con certi pazienti, di non dire le cose “per dire”, di come l’ironia vada usata con molta cautela.


  13. certo una situazione limite, ma mi hai richiamato alla mente tante altre in cui mi sono trovata: senza parole, incapace, inopportuna, con la certezza di aver varcato una porta che non avrei dovuto aprire ma non riuscivo a gestire la relazione diversamente. Non erano persone con disturbi psichiatrici, ma comunque a disagio e bisognose, perchè straniere o detenute. E non era lavoro ma volontariato ed è diverso.
    Ecco, solo per dire che credo di capire.


  14. Non so come mai non riesci ad arrivare al mio blog. Il tutto è per me nuovo e ancora misterioso.
    Saluti


  15. @Iko: Esatto, apriamo delle porte e qualcosa ci investe e non sappiamo come affrontarlo. I meccanismi sono universali, umani, e valgono in psichiatria come in oncologia come in carcere o in un centro profughi: sono relazioni asimmetriche, dove il “potere” di aiutare è connesso al dovere di saper ascoltare e gestire eticamente la debolezza dell’altro e la propria. Situazioni limite.

    @Passiflora: Credo che sia perchè non metti il tuo indirizzo quando firmi i commenti.
    Capisco!
    🙂


  16. L’indirizzo mail lo metto. Puoi provare a cercarmi tra i blog di kataweb.
    Ciao



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