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Madre, mi sono perso

9 febbraio 2010

In principio è la relazione.

Consideriamo il linguaggio dei popoli “primitivi”, cioè quelli che sono rimasti poveri di oggetti e la cui vita si sviluppa in una sfera limitata di atti connotati da una forte presenza. I nuclei di questo linguaggio, le sue frasi-parola – forme primarie pregrammaticali che successivamente si divideranno nella molteplicità di diversi tipi di parole – generalmente descrivono la pienezza della relazione.

Noi diciamo “lontano”; gli Zulu invece  hanno una frase-parola che significa “dove uno grida: madre, mi sono perso.”

 

Martin Buber, Io e tu, 1923

(traduzione mia)

 

Una volta chiesi a un lappone come si dice “bosco” nella sua lingua. Ci pensò un po’, poi mi rispose: “Dipende da cosa ci vuoi fare, nel bosco. Raccogliere legna? Ritrovare una renna? Attraversarlo per tornare a casa? È tuo quel bosco? Era di tuo padre?”

La relazione non esiste solo tra persone, ma anche tra persone e cose, tra persone e luoghi. Quella che Buber chiama “forte presenza” denota luoghi e condizioni, stati fisici e d’animo ancora indifferenziati. Nuclei relazionali di significato. Perlopiù, perduti.

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24 commenti

  1. Davvero una cosa stupenda, non ci avevo mai pensato.


  2. Il senso di Arte per la relazione.


  3. ma perché poi “perlopiù, perduti”?


  4. Sniff sniff… sento odore di panteismo 🙂


  5. … comunque quell’espressione degli zulu è di una suggestione sconvolgente…


  6. Sta a vedere che, tra gli effetti della perdurante crisi economica, i nuclei relazionali di significato riconquistano posizioni di rilievo.
    Se capita sempre più spesso che alla domanda:
    “ come va collega? “
    quello, senza avere i tratti del lappone, risponda:
    “ come una barca in un bosco “.
    😉


  7. @m: Qualunque sia la cosa che tu trovi stupenda, mi fa piacere.

    @Josif B: Bè, sono in buona compagnia.
    Perduti – e il nostro linguaggio riflette questa perdita – perchè quei luoghi dell’anima ancora indifferenziati, che riflettevano ancora la relazione originaria tra l’uomo e il tutto, sono quasi del tutto scomparsi.
    Per dire, adesso persino la parola “lontano” quasi non esiste più. Lontano da cosa? Abbiamo ancora un centro? O siamo addirittura oltre la molteplicità, cioè alla polverizzazione del senso?
    Non lo so, me lo chiedo.
    Il senso di Artesmilla per la relazione.

    @Antonio: Ma no, perchè? Che fai, il gesuita? Dove lo vedi il panteismo?

    @JFK: L’importante è non tirare i remi in barca.


  8. Una riflessione di non poco tempo fa stimolata, da una trasmissione radiofonica sul vivere la propria cultura in un altro paese, riguardava il fatto che parlare in lingue diverse dalla propria fa cambiare il nostro modo di pensare, ci porta a ragionare diversamente, non solo per una questione di sintassi, ma perché ciascuna lingua porta in sé relazioni tra cose e persone che si son create differentemente nelle varie culture. E l’esempio del lappone è lappante ops lampante. Quello che mi preoccupa però è che in un sistema globalizzato, che tende a semplificare e banalizzare le differenze o al contrario ad estremizzare le chiusure verso il diverso, il massimo della relazione diventa solo facebook e non ci interessa più andare nel bosco a cercare la renna o riportare quel figlio perso alla madre.


  9. Ciò che hai scritto no? Il fatto che ci siano delle strette relazioni tra persone e cose, che gli uni influenzino le altre e viceversa, in un rapporto simbiotico, compenetrativo e assoluto. Una cosa stupenda.


  10. @Mucca: Riflessioni comuni. Parlare altre lingue ed usarle giornalmente ti costringe ad entrare in contatto con un universo di significato diverso da quello tuo d’origine. Questo è un arricchimento e al tempo stesso un impoverimento, o perlomeno una sfida alla tua capacità di conciliare dove è possibile e di cambiare d’abito dove non è possibile. Il tutto senza perdere la propria identità. Io, a periodi anche lunghi, l’ho persa. Non so neanche se l’ho più riacquistata, forse nel frattempo era diventata un’altra. Non lo so più. Ma so, ad esempio, che relazioni significative come quella con te mi aiutano continuamente a percepire le mie radici.

    Condivido in parte la tua preoccupazione. In un universo globalizzato dalle infinite possibilità si rischia una perdita di spessore, un appiattimento di significati per cui niente ha più relazione con niente. Non ci si mette in gioco perchè i rapporti restano indiretti, senza impegno, intercambiabili.
    Anche questa è una sfida. Non possiamo più tornare ad un mondo pregrammaticale. Dobbiamo – forse – trovare altri modi di dare significato. Perchè siamo responsabili l’uno dell’altro.

    @m: Tu dici quindi che esiste ancora. Questo mi dà speranza.


  11. Ma le mie faccine perché non si notano mai? 😦
    Era giusto un odore, un fumus, senza molto arrosto… E’ quell’uso del termine “relazione” come principio che non mi piace. Ne conosco le origini, in parte le ho condivise. Ne ammiro l’offerta che fanno di una soluzione alla questione del “Logos”, ma appunto oggi quella soluzione non mi convince più. Preferisco “logos” punto e basta, dà spazio al mistero. O anche “verbum” non è male, perché lo lega fortemente all’idea di uomo, per definizione parlante e capace di dare un nome alle cose. Alcune parole sono eleganti poi… “logos” lo è, “verbum” pure, “relazione” lo è un po’ meno 🙂

    L’idea di logos come relazione che lega tutto mi pare anche troppo induista oltre che troppo panteista 🙂

    Si vede adesso la faccina?

    Poi mi viene un dubbio, che farebbe la felicità di Marzullo: sono le parole a fare la cultura, o la cultura a fare le parole (e i pensieri, e le relazioni…)?


  12. Il fatto è che il linguaggio delle società “evolute” tende alla sintesi, oltre che all’ astrazione; inoltre, in particolare nella lingua italiana, siamo poco avvezzi alle parole con pluralità di significati.
    Io trovo sorprendente la “palpabilità” di una definizione come quella che hai riportato, il fatto che si apra un’intera scena di vita vera, con suoni e odori, e penso che potrebbe essere un buon esercizio di scrittura quello di rinunciare per una volta ad alcuni vocaboli utilizzando al loro posto le definizioni suggerite dalla nostra esperienza,dalla nostra intima relazione con l’oggetto o il concetto in questione. Vorrei provarci e vedere che cosa succede. Chissà: (al posto che andare a caccia di sinonimi) potrebbero aprirsi le insondate possibilità di una scrittura consapevolmente “naive”. Oppure, le definizioni più universali si perderebbero nei meandri dell’inconscio. Chissà.


  13. @Antonio: Quali faccine??
    😉

    Dunque. Anch’io ne conosco le origini, anzi a questo proposito ti manderò una cosa che ti farà ridere…
    Ti dirò che invece io sono ancora convinta che quell’intuizione sia geniale. Non ho bisogno di mistero. Il mistero sicuramente esiste, ma non ne ho bisogno, io ho bisogno di capire.
    Scusa, perchè verbum è legato alla parola e non logos? Secondo me invece logos è più che verbum, verbum è limitante.
    Veniamo al dubbio Marzulliano. Esiste un’ampia letteratura al riguardo, che qui non mi interessa. Ti dirò cosa penso io: secondo me un concetto non esiste veramente finchè non viene espresso, e cessa di esistere quando non viene più espresso attraverso un linguaggio.

    @Tania: Sono d’accordo. E sarebbe un esperimento interessantissimo di scrittura.


  14. A me piace la relazione tra persone e luoghi. L’ho sempre sentita molto, forse di più rispetto a “persone-cose”.


  15. @Lola: Bè sì, anch’io. Il luogo è a metà tra la cosa e la persona, non trovi?


  16. Fulminante l’osservazione di Lola, di quelle che guidano il palmo della mano sulla fronte.
    In effetti, anche per me, la relazione persone-luoghi è al centro del quotidiano puzzle mentale.
    Prima penso al luogo e poi, relazionandomi ad esso, colloco le cose.
    Che so, potrebbe essere Cap Fréhel sulla costa bretone.
    Su quello sfondo viene a posizionarsi Fort-la-Latte, la roccaforte dalle mura in ardesia rosa.
    Ora, sugli spalti della fortezza, posso veder collocati i cannoni che difesero Saint Malo dagli attacchi della flotta inglese.
    Solo da ultimo mi accorgo che sull’affusto qualcuno ha lasciato una rosa appassire, un gesto pietoso o il segno d’un messaggio amoroso.
    Ma ho bisogno dell’orizzonte marino, per collocare la rosa.


  17. @JFK: Allora, si potrebbe dire che il luogo è ciò che unisce la cosa alla persona.
    E che solo in un certo luogo un certo oggetto ha un determinato significato.


  18. molto bello:)


  19. @Zauberei: 🙂


  20. @arte: sì, il luogo unisce le cose agli individui.
    Io amo la mia casa non solo in quanto struttura architettonica che mi piace ma soprattutto perchè si trova in un LUOGO affettuvamente carico di emozioni, ricordi, vita.
    La mia casa a Roma – per esempio – non avrebbe alcun senso, sarebbe sradicata dai confini emozionali.


  21. @Lola: Secondo me di più, secondo me il luogo è un’entità a metà tra la cosa e la persona. È animato.
    E la casa è un esempio di luogo in un luogo.
    Scatole cinesi.


  22. Mi ha colpita la definizione di popoli primitivi legata a una penuria di oggetti. E mi dà fastidio che noi non lo siamo più e lo saremo forse solo in seguito a qualche catastrofe. Non una scelta, quindi.
    Mi piace pensare che un giorno non lontano andremo oltre il superfluo. Un’evoluzione verso le origini.


  23. @Rodo: Io credo che, anche se sopravvenisse una catastrofe e qualcuno sopravvivesse, e anche se non ci restasse più che qualche oggetto, non torneremmo comunque a quel tipo di relazione col mondo. Se non altro, perchè il nostro linguaggio sarebbe ormai diverso, e noi saremmo diversi.
    Non si è comunque mai trattato di una scelta, perchè una scelta presuppone un termine di comparazione.
    Tuttavia, capisco cosa intendi dire. Anch’io mi auguro che si possa andare oltre il superfluo, all’essenziale, ma non tanto in termini di possesso o meno di oggetti, quanto di capacità di relazionarsi in maniera autentica.


  24. arrivo un po’ tardi per leggere tutti i commenti e le risposte, ma spero di poter tornare perchè la discussione mi sembra molto interessante.
    A volte anche una piccola frase può attingere agli strati più profondi di noi stessi.

    Il sottofondo è: Cerco un centro di gravità permanente. ma nella variazione “Cerco un centro di leggerezza permanente”.



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