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De taxibus

31 gennaio 2010

Sera tardi all’aereoporto, neve alta e temperature siberiane, il buio. Ma il taxi che ho ordinato prima della partenza c’è, pronto a portarmi a casa. Il conforto infinito di un sedile soffice per la mia stanchezza, qualcuno che ti aiuta con le valigie, e si parte nella notte. Non ho voglia di parlare, non parlo mai nei taxi, ma per qualche oscuro motivo tutti i tassisti mi tengono dei monologhi. Questo è norvegese, quindi ci vogliono un paio di km perchè solo guardi nello specchietto retrovisore. Inizia tardi, ma inizia. Inizia male, poveraccio. Vedo che armeggia con un aggeggio misterioso che dev’essere un lettore mp3 sul cruscotto, cerca qualcosa. Trova. La voce di Andrea Bocelli inonda l’abitacolo. Sguardo che cerca approvazione nello specchietto. Non sopporto Bocelli, ma non sopporto di non essere gentile, e mi obbligo a sorridere. “Come ha capito che sono italiana?” E quello, felice, si lancia in racconti di ferie, partite, pizze e mandolini. Ci sono venti chilometri per arrivare a casa, la strada è ghiacciata, e non ha fretta.

Il tassista di Londra, qualche anno fa, era molto diverso. Giovane, carino. Io e un amico saliamo  un sabato notte, provenienti da un ristorante credo, in preda all’allegria di essere insieme, inseguendo chissà quale torrente di parole, non ancora stanchi e difficilmente catalogabili. Il tassista però è sicuro: “Avete scopato?” dice allegramente in dialetto, rivolto con naturalezza al mio amico. Grandi negazioni e scuotimenti di testa, sorrisi increduli. Pare sicuro che non gli stiamo dicendo tutto. Probabilmente, ha percepito la nostra vicinanza, che nel suo universo si spiega solo con una comunanza sessuale. Ridiamo come matti.

Il tassista di Istanbul non sa leggere. Me ne rendo conto mostrandogli il biglietto da visita dell’albergo dove mi deve portare. Lo guarda come si guarderebbe un sasso, o una foglia, con uno sguardo d’insieme che non è volto a decifrare scrittura ma la struttura complessiva dell’oggetto: sottile, rettangolare, carta. Probabilmente, è appena arrivato da un villaggio dell’Anatolia, qualcuno che forse è suo cognato gli avrà procurato una macchina usata, l’avranno riverniciata di giallo. Gli pronuncio il nome dell’albergo, lo ripete storpiato. Ha capito. Ad ogni incrocio, incurante del colore del semaforo, si attacca al clacson, come Gian Burrasca quando, insieme all’amico Cecchino Bellucci, prende in prestito la macchina dello zio Gaspero. Incredibilmente, arrivo illesa.

Il tassista fiorentino è un tipo squallido, che mi tiene un lungo monologo, si sa tra noi fiorentini,  sui pericoli di usare i mezzi pubblici di sera. Sugli autobus ci sono, ad esempio, i negri. Un negro recentemente ha fatto delle advances a sua moglie, la quale da allora non prende più l’autobus. È facile immaginarsi sua moglie. Più difficile, è immaginarsi qualcuno che le faccia delle advances, su un autobus, una sera. Molto facile, invece, è dirgli che mio marito è africano. Non è vero, ma almeno la conversazione si spegne in due e tre luoghi comuni.

Il tassinaro abusivo romano ci acchiappa subito, davanti alla stazione di Roma Trastevere. Prima che mi renda conto di quello che sta succedendo, mia cognata ha già detto di sì e quello ha caricato le valigie nel bagagliaio. Sul sedile anteriore, una donna dall’aspetto sedato che fuma senza voltarsi, il finestrino aperto. Il tipo chiede rapidamente se abbiamo qualcosa in contrario che “la signora” stia seduta lì, visto che dopo deve accompagnarla all’aereoporto. Mi pare improbabile che la signora sia in grado di imbarcarsi su qualsiasi mezzo di trasporto tranne quello, ma non abbiamo nulla in contrario. Si schizza per le strade di Roma. Mi accorgo dell’odore di alcol. Cinture di sicurezza inesistenti. Maria, allora di anni tre, chiede a gran voce che cos’è quell’odore strano. Cerco di distrarla, fulminando contemporaneamente mia cognata con lo sguardo. Il tipo non sa le strade e s’incazza sempre di più, giriamo per mezz’ora a rotta di collo. Ho un flashback di una scena di “Blue Velvet”. Già immagino noi tre, cadaveri in una discarica abbandonata, e i due che ripartono sgommando. Finisce che ci propone di scendere lungo una strada senza marciapiede, diciamo benissimo grazie, lui dice  con un gesto vago “l’albergo sta qua dietro”, non abbiamo il minimo dubbio che sia così, non ci importa anzi proprio di sapere dove stia l’albergo, non ci importa più.

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22 commenti

  1. non ho avuto modo di “assaggaire” i tassisti norvegesi ma per quanto riguarda la descrizione degli altri 3 mi è sembrato di riconoscerli, anche se i tassisti inglesi che ho incontrato io non si sono azzardati a farci la stessa domanda, ma forse non abbiamo dato quell’impressione di affiatamento 😉


  2. @Zefirina: Mi ricordo un episodio, una giovane paziente bosniaca che parlava sempre con molto orgoglio del marito e della sua posizione, finchè qualcuno le chiese: “Ma che lavoro fa suo marito?” e lei, raggiante: “Guida un taxi pirata!”
    Io credo che se avesse fatto il presidente non ne sarebbe andata più fiera. Secondo me si volevano molto bene.


  3. L’unico che mi sia simpatico, per il quale provo anche una certa tenerezza, è quello di Istanbul – anche se è stato un viaggio da cardiopalma, quindi forse la tua tenerezza è un po’ mitigata, o sbaglio?
    Ma perché il comportamento di nessuno di loro mi stupisce? E allo stesso tempo in parte mi dispiace?


  4. @Tania: Forse perchè mostra che siamo tutti soli? E che spesso cerchiamo gli altri nel modo sbagliato?
    Anch’io preferisco quello di Istanbul, forse soprattutto perchè – per forza di cose – non ha parlato.


  5. Io ho un ristretto campionario di tassisti romani che amo molto, per via del fatto che er tassista romano è parente del niuiorchese, è ossia filosofo ma al contempo trucido. Un binomio a cui sono affezionata.
    Mi ricordo con uno che mi disse questa cosa che mi piace tanto – in tema di ateismo:
    “Dicono che noi siamo diversi dagli animali perchè ci avemo la fede.
    Ahò pure er cane mio ci ha la fede.”


  6. @Zauberei: Ah beh il tassista romano è unico al mondo. L’ultimo che ho preso era incredibile: guidava in un traffico disumano, e contemporaneamente lo descriveva a qualcuno, al telefono, che ho arguito doveva essere nantro tassista nella stessa situazione. Se lo descrivevano a vicenda, “nun ce poi crede, questo sta a scaricà ‘e bbirre in terza fila”.

    😀


  7. Va bene che de taxibus non est disputandum, ma tutti a te dovevano capitare i tassisti alla menta!
    Io non faccio che passare il tempo a rileggere il tariffario delle corse urbane ed extraurbane, in un silenzio interrotto appena dal tic tac delle frecce e terrorizzato all’idea che la conversazione decolli sul tema:
    “ Mio nonno fino all’ultimo lo diceva, che si stava meglio quando si stava peggio “.
    Mi viene da pensare, se fossi passata da New York, come minimo avresti fermato Travis Bickle, il Robert De Niro di Taxi Driver.


  8. @JFK: Bickle? You talkin’to ME???

    😉


  9. arte, chissà perchè immagino Il protagonista della scena londinese!
    io non dimenticherò mai un tassista di Valencia: guidava come un folle ed intanto chiacchierava e se si doveva rivolgere a qualcuno che era dietro di lui LO GUARDAVA, senza smettere di correre.
    velocemente abbiamo deciso di non rivolgergli più la parola per non farlo voltare ed anche perchè io, per la paura, riuscivo solo a ridere fragorosamente, mentre mi mantenevo al tetto, allo sportello.
    Comunque ci ha recapitati vivi al locale di Flamenco!


  10. @Claudia: “Mi mantenevo” è bellissimo! Profuma di casatiello e struffoli!


  11. (artepilla i miei profondi ossequi per quel “nantro” 🙂 )


  12. Il tassista pakistano a Vancouver sapeva di spezie e pollo alle mandorle. Mi ha chiesto quando partiva il mio volo e abbiamo parlato dei suoi figli. “Si sentono canadesi anche se sanno scrivere e parlare nella mia lingua. Ogni anno torniamo a casa, a loro piace ma sono canadesi oramai”.

    Gli altri non li ricordo, fanno parte di un’umanità di passaggio che mi stuzzica la fantasia.


  13. I tassisti che leggono romanzi si trovano solo nei romanzi.


  14. @Lola: Il tassista pakistano è un classico anche a Oslo, ci dev’essere un nesso che non colgo al volo.

    @Lophelia: Io, almeno, non ne ho mai incontrati da nessuna parte, ma chissà poi cos’hanno nel cruscotto.


  15. ha ragione endimione quando dice che sei una scrittrice!
    sará che lavoro troppo ma ho dovuto scavare un pó nella memoria per ritrovare quel tassista Londinese…poverino, non ci avrá capito niente!

    ma anche noi mi sa che sembravamo ubriachi per tutto il fiume di parole 🙂

    p.s.
    ma quello che ci portó dalla stazione dove arrivasti a casa mia te lo ricordi?


  16. ero “lo spettro” ma ora non lo sono piú…al massimo sono “l’altro zito” 😀

    sempre (e comunque) Henry


  17. I tassisti. La tassonomia dei tassisti. Bel lavoro ma pericoloso, prima per sé che per gli altri, quello del conducente di vetture pubbliche.
    Un lavoro difficile. Un lavoro interessante.
    Mi ricordo una frase interessante di Jimmy, il tassista buono di “Born romantic”, che spiega a una cliente che gli offre un one night stand perché non può dirle di sì. Quando lei, vista la sua fede al dito, gli dice “Tua moglie non lo saprà mai”, lui le risponde qualcosa del genere “Ma io sì”.
    Notevole. Specie per un vedovo.
    JB


  18. Comunque io di “Born Romantic” ricordo soprattutto una maestosa, algida Olivia Williams.
    JB


  19. @Spettro di Henry: Sarà che tu lavori troppo, o sarà che sono io a non fare un cazzo?
    Mah.

    😀

    Io invece il tassista dalla stazione a casa tua non me lo ricordo affatto, forse a causa dell’irrefrenabile ridarella isterica che mi aveva colpita, non so se ci hai fatto caso. Ah, bei tempi.

    @Josif B: Io invece ricordo soprattutto il film “Belli e Bannati” Ops, dannati.
    😀
    scusa ma a volte non resisto ai giochi di parole

    (Born Romantic proprio non l’ho visto, ma mi sembra notevole, specie se lui era vedovo.)


  20. i tempi era belli solo per quei tre giorni, per il resto preferisco questi.
    il massimo sarebbe tornare a londra oggi e rivederti li, anche senza tassisti 🙂


  21. Ai tempi che Berta filava i tassisti si chiamavano carrettieri, barrocciai forse, nel dialetto nobile tuo.
    Quello del paese dei miei nonni lo chiamavano Peru, stava in piedi sul carretto, gambe divaricate e teneva le redini con una mano sola.
    Quando non era la cicca di trinciato, rollata a mano, a pendergli dalle labbra, esibiva il bastoncino di radice di liquirizia, ma teneva ugualmente le palpebre semichiuse, come per proteggersi la vista dal fumo.
    Il cavallo procedeva a furia di moccoli, con il carico di stagione variabile: sacchi di farina, pannocchie di mais, sabbia di fiume e pietrisco, stallatico per i campi.
    Capirai anche tu, che per i passeggeri faceva una bella differenza chiedere un passaggio.
    ;-D


  22. @JFK: A Firenze, gli antenati dei tassisti non erano proprio i barrocciai, ma i vetturini, quelli che cioè conducevano le carrozze, o i fiaccherai, che conducevano i fiacre (fiàcchere), carrozzelle aperte.

    Ciò non toglie che il mio bisnonno girava per i poderi a vendere le merci con un barroccio…

    Io al Peru avrei chiesto un passaggio: pensa che bello viaggiare sdraiati sulla sabbia di fiume!

    🙂



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