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Da nessun’altra parte

16 gennaio 2010

Un’estate di molti anni fa. Prendevamo la macchina e partivamo, non si sapeva mai per dove. Era così, con te:  c’erano sempre strade nuove da scoprire. Ero io a scoprirle, tu le conoscevi già tutte. C’eri sempre già stato, su ogni cocuzzolo, in ogni valle, alla fine di ogni strada polverosa. Strade che potevano durare qualche minuto o qualche ora, non aveva importanza, bisognava comunque arrivare alla fine. E alla fine c’era sempre qualcosa da vedere. Ed era, ogni volta, come essere i primi e gli unici al mondo.

Quella volta, la strada si snodava tra file di cipressi. Al bivio, il cartello blu piegato diceva “S. Anna in Camprena”. Dopo qualche chilometro di leggera salita, una piazzetta e poche case deserte. L’entrata di quello che sembrava un antico monastero in rovina. Pareva che tu ci fossi cresciuto, tanto bene sembravi conoscerlo. Invece, ne avevi solo letto. Il portone era aperto, entrammo. Un chiostro, invaso dalle erbacce. Una famiglia di gatti dalle code interrogative. Dal nulla, apparve una ragazza. Sembrava scusarsi di essere lì, come se noi fossimo i padroni che tornavano ad ispezionare la proprietà. “Volete fare un giro? Qui è tutto in rovina. Andate pure da soli.”

Stanze. Inginocchiatoi abbandonati. Qualche affresco sbiadito. La calce dei muri. I giochi di luce di una palma. La pergola dell’uva fragola. Una chiesa spoglia. Pavimenti a mattoni, finestre aperte sulle colline. Vecchie brocche di smalto. Conche di terracotta spaccate da agavi. Aprimmo una porta e apparve una cucina. Enorme. Un gatto l’attraversò di traverso come una freccia. Un camino immenso, al muro l’acquaio di pietra, il soffitto annerito con un nido di rondine nell’angolo,  una porta aperta verso un orto perso nella luce del pomeriggio.

Un paio d’anni dopo, in un altro paese, al buio caldo della sala di un cinema. Tu non ci sei.  Juliette Binoche si affaccenda intorno al suo paziente inglese, in una grande casa abbandonata nella compagna toscana. Le stanze dai soffitti alti, le finestre aperte, i pavimenti sconnessi, la luce. La stessa luce. Non può essere. Eppure, io quelle stanze le riconosco. Willem Dafoe appare al cancello dell’orto, lo sguardo maledetto. Poi, entrano in cucina. Quella cucina. Mi dico che è impossibile che sia proprio quella, eppure so che lo è. Le scene di Pienza mi confermano che il film è stato girato in quella zona, ma è solo ai titoli di coda che ne ho la certezza.

Non avrebbero potuto girarlo da nessun’altra parte.

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22 commenti

  1. I love this movie. Even without the video, I clearly recall the place.
    I can imagine your amazement!


  2. @Lola: One of the best movies ever.


  3. Trattasi di meta-agnizione 🙂


  4. @Antò, ma tu sei un pozzo di scienza!

    Adesso ci vorrebbe Henry quando fa “aaaaaahhhh!!!” come uno che improvvisamente capisce una cosa…

    (Mi mancate.)


  5. Ma in fondo al pozzo c’è tutt’altro che scienza 🙂
    Henry, appalesati!
    (Ci manchiamo…)


  6. @Antonio: In fondo al pozzo c’è la luna.


  7. Film notevole, attori magnifici.
    Indimenticabile la scena color albicocca con Fiennes e Scott-Thomas nella vasca da bagno, che parlano della geografia dell’amore.


  8. @Lophelia: Ci sono molte scene indimenticabili, potrei farne un elenco, molti dialoghi che io ho riascoltato molte volte. Però, niente batte lo sguardo di Fiennes nella scena del ballo, quando si sono appena conosciuti.

    (della serie: “che te farebbe…”)

    😀


  9. nel mio elenco c’è l'”altalena” per vedere i dipinti della chiesa, le iscrizioni nella grotta, il pennello che li trascrive all’ultima luce della lampada.
    e la strada con i gusci delle lumache.
    e quando si scioglie il turbante.
    e……….


  10. Pare Bach ma non lo è, è Gabriel Yared.


  11. Il ronzio di un’auto che risale la valle nel meriggio estivo, il canto delle cicale tra filari di cipressi, un miagolio di gatti nel chiostro, la cadenza toscana della giovane ragazza, la goccia nell’acquaio, un battito d’ali nel nido di rondini.
    Rumori che non si sentono, ma s’intuiscono nel tremolio dell’aria torrida e fiocchi di calce che si staccano dai muri.
    Un diario talmente ricco di preziosi dettagli che si prova la curiosa sensazione di sperimentare un programma avanzato di teletrasporto.
    Aggiungi il sonoro e il montaggio è completo, mettici il paziente e avremo una storia da raccontare.
    Si può osservarlo anche, il racconto, come un grande affresco di natura e natura morta, finestre aperte sulle colline e conche di terracotta spaccate da agavi.
    E’ la chiave di lettura che preferisco, un luogo irreale e inattuale, dove regna sovrana la quiete.
    O, come direbbe Saramago, dove solo il silenzio esiste davvero.



  12. @Claudia: Vedo che anche tu hai fatto uno studio approfondito sul film…
    Condivido, il turbante turba.

    @Josif: NON sembra Bach, sembra uno che vuole sembrare Bach. Però mi piace. E hai anche trovato “lo sguardo”! Proprio quello intendevo, grazie.
    Io credo che in quel film Ralph Fiennes sia il non plus ultra della bellezza maschile. Insuperato.

    Quanto a Mahler, sta sempre bene dappertutto.

    @JFK: È molto bello quello che dici: natura viva e morta, dentro e fuori, ora e allora, rumori e silenzio. Prima e dopo, fuori dal tempo.


  13. sentendomi evocato con si tanto amore non posso non palesarmi…

    per me la meta-agnizione (di questo film, é bene esser chiari) deve ancora accadere, colpa mia forse, o del momento storico in cui l’ho visto, durante il quale avevo la mente presa da altri problemi.

    dovró rivederlo, con calma, e anzi, prometto di farlo il prima possibile, magari durante una prossima principesca maratona cinematografica.


  14. @Spettro spettro delle mie brame, alfine ti palesi. Io immaginavo, non so perchè, che il film non ti avesse causato meta agnizioni di sorta.
    Però lascia che ti dica che secondo me Katherine ha i capelli quasi rossi.
    😉


  15. Non riesco a ricordare molti dettagli di questo film (ma se ci penso bene…le vedute dall’alto…i dipinti nella grotta…), mi è rimasta però l’impressione di qualcosa di affascinante, che mi commosse molto. Lo vidi al cinema e ricordo che nel momento di massima commozione (mentre io ero concentratissima a non versare lacrime, chissà perché) il silenzio dell’immensa sala buia fu rotto improvvisamente dal pianto smodato, a dirotto, singhiozzante, di una signora seduta qualche fila dietro di me…


  16. @Tania: Ahahah!!! Forse ero io…


  17. Accidenti al meglio Arte!
    Grazie per i complimenti,vuoi dire che il commento era una riflessione sul pensiero dicotomico?
    Per uno Stahlarbeiter vale una laurea honoris causa.
    Per il cerimoniale del diploma avrei preso in affitto il frack di Modugno, sai quel modesto completino corredato da:
    ” il cilindro per cappello
    due diamanti per gemelli
    un bastone di cristallo
    la gardena nell’occhiello
    e sul candido gilet un papillon
    un papillon di seta blu “.

    Vorrei mantenere un basso profilo, consono alla riconosciuta sobrietà della padrona di casa.

    😀


  18. @JFK Stahlarbeiter: La sobrietà della padrona di casa dipende interamente dalla presenza o meno di champagne nelle vicinanze.


  19. Sei in buona compagnia.
    Elisabeth Bollinger, una delle tre vedove che hanno contribuito a far grande lo champagne, amava dire:
    ” Lo bevo quando sono felice e quando sono triste,
    talvolta quando sono da sola.
    In compagnia, lo considero obbligatorio.
    Nelle altre circostanze, non lo tocco mai, a meno di aver sete “.
    Dirò al maggiordomo di prevederlo nel cerimoniale, anche se la cosa mi preoccupa, i vini francesi gli danno alla testa.


  20. Дизайнер. Покупка уголь
    Нужен каменщик
    http://build.su


  21. 肛瘘



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