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Per quanto tempo batte un cuore?

28 dicembre 2009

 La telefonata arriva a tarda notte.

”C’è un cuore”.

Ansimi, più del solito.

”Pare… che ci sia un cuore.”

Il mio, si ferma quasi.

Tu mi hai rapito il cuore,

sorella mia, sposa,

tu mi hai rapito il cuore

con un solo tuo sguardo, con una perla della tua collana.

”Mi hanno già preparato, tra poco mi portano in sala operatoria. Non sono sicurissimi che sia compatibile, però. Dai primi prelievi, potrebbe essere compatibile.”

Potrebbe essere gioia.

”È di un ragazzo, giovane. I genitori hanno dato il consenso all’espianto.”

 Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

come sigillo sul tuo braccio;

perchè forte come la morte è l’amore.

Come la morte, non di più.

”Stai tranquillo. Andrà tutto bene.”

Il cuore è un muscolo.

Il cuore è una metafora.

Qualcuno dice ancora ”ti dò il mio cuore”.

Le ore passano, battono alle mie tempie.

Io dormo, ma il mio cuore veglia.

Un rumore! È il mio diletto che bussa.

Aprimi, sorella mia,

mia amica, mia colomba, perfetta mia;

perchè il mio capo è bagnato di rugiada,

i miei riccioli di gocce notturne.

È possibile provare amore per degli sconosciuti?

È possibile descrivere la semplicità, e la complessità, di un gesto?

Non è possibile tenerti la mano.

”Hanno dato il consenso per l’espianto”

”Ti dò il mio cuore”

All’alba, suona il telefono. Non è la tua voce.

”Non era compatibile. Glielo dirò io, quando si sveglia. ”

Esiste un luogo dove può raccogliersi quell’eccedenza di vita regalata?

Anche se non in te, esiste?

Per quanto tempo batte un cuore?

Per

tutta

una

vita.

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23 commenti

  1. E pensare che chi ne ha tanta davanti, o crede di averla, magari la spreca a piene mani, la vita.


  2. @Rodo: Sì. E io credo che spesso ci sia una correlazione inversa tra quantità e profondità. Ma in genere questo richiede uno sforzo attivo.


  3. Mhhh, sprecare la propria vita…….non è un concetto del tutto chiaro per me o forse non mi è ben chiaro chi può giudicare se una vita è vita sprecata o meno.


  4. Quando scrivi così mi domando cosa aspetti a pubblicare – ma non come Artemisia.
    Ps: per quello che può valere il mio parere, ultimamente mi sembra che la tua prosa sia superiore ai versi.


  5. @Frank: Io credo che la presa di coscienza di stare sprecando o di aver sprecato la propria vita sia inversamente proporzionale al’entità dello spreco.

    Scusate ma oggi sono particolarmente propensa alle proporzioni inverse, poi mi passa, non vi preoccupate.

    @Lophelia: Grazie. Sul pubblicare, mi frena una sorta di pigrizia commista a pudore, come annosamente sai.
    Propositi per il nuovo anno: ascoltarti.

    Prosa e versi. Penso che tu abbia ragione, per mia fortuna: i versi migliori li scrivo quando sto peggio.

    🙂


  6. … anzi: La qualità della produzione in versi è inversamente proporzionale al grado di equilibrio esistenziale…


  7. povero cuore …però
    cara arte le tue parole sono …arte pura


  8. una notte di giugno, quello passato da 6 mesi, seduti sui gradini del policlinico, in silenzio o ridendo per spezzare l’aria piena di tensione, un gruppo di amici, paura, speranza per qualcuno a cui vogliamo bene, e un altro che non conosciamo ma che diventa familiare, un dolore nuovo e sconosciuto. Ore. Inutili. Fegato compatibile ma non in perfette condizioni, buttato. Aspettiamo, soprattutto aspetta ancora Paolo, ed è sempre più difficile.


  9. Clinicamente sarei curioso di sapere quante vite può far vivere un cuore.
    Per quanto mi riguarda sento ancora forte il battito di tanti cuori, me li faccio rimbombare in testa, forse vuol dire che durano più di tutta una vita.


  10. @Zefirina: Ti ringrazio, ma più che arte questa è parte, di me.

    @Iko: È questo legame con uno sconosciuto, di cui non sai assolutamente nulla ma che improvvisamente significa la vita per qualcuno che ami, che è incredibile. Diventa, anche lui, una persona amata, per cui provi dolore. Specialmente se è inutile.
    Spesso è inutile. Però a volte, a volte va bene. Lo spero per Paolo.

    @Mucca: Clinicamente, massimo due.Che sono già tantissime.
    Ed è molto, molto bello quello che dici: l’eco dei cuori che vivono ancora in noi.


  11. Anche mio padre dovrebbe poter aspettare un cuore.

    Ma in Italia non si può. Se sei un cittadino comune e hai più di 65 anni, se non hai santi in paradiso, non sei una star del cinema della tv della politica del calcio, puoi scordarti la lista trapianti.

    Questa cosa mi fa stare male e non solo perché c’è in ballo la vita di mio padre.

    Chi decide, e in base a quali argomenti, che un uomo di 70 anni non ha più diritti di uno di 50? E’ solo una questione di aspettativa di vita? o di percentuale di esito positivo del trapianto?

    O piuttosto un basso calcolo economico sulla “produttività” di un uomo piuttosto che di un altro? Sul “costo sociale” di un pensionato piuttosto che sul “ricavo sociale” di un lavoratore attivo?

    Leggevo giusto stamattina questa notizia

    http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia.html

    sul sito di “Repubblica”.

    Mi fa schifo questa società, mi fa schifo perché non ha pietà per gli ultimi, mi fa schifo perché soppesa il valore di una vita umana e della sua dignità col bilancino dell’attuariale di un’assicurazione. Quanto utilitarismo, quanto mercatismo, quanto sottile protonazismo in tutto ciò.

    Sono sempre più convinto che solo il ritorno a una visione sacra della vita, di qualsiasi vita, da quella concepita e non ancora partorita a quella morente, possa ridare una speranza al nostro mondo. Badate, non sto parlando di cristianesimo. Sto parlando di sacro, di “ciò che è separato”, di ciò che non è e non può essere disponibile per il commercio quotidiano. Di ciò che non può essere toccato, perché è Altro, perché è inalienabile. Perché se viene alienato, se viene sporcato dalla miseria del denaro, fa crollare il mondo sin dalle sue fondamenta.

    JB


  12. Josif: Mentre scrivevo pensavo anche a tuo padre, e speravo di non rattristarti ulteriormente.

    È curioso che anch’io stamattina ho letto quell’articolo su Repubblica. È la lettura più agghiacciante degli ultimi mesi. Ma non perchè consideri chi è stato oggetto di tale discriminazione un “ultimo” in nessun senso. Considero, piuttosto, “ultimi” i discriminatori, attivi e passivi, in tutti i sensi (soprattutto in quello di “poveri di spirito”).


  13. Credo che viviamo in un tempo di disumanità diffusa. Abbiamo lasciato un secolo, il Novecento, dove la disumanità era prerogativa degli Stati, cui si opponeva una umanità diffusa nei singoli. Oggi gli Stati ma soprattutto i loro eredi naturali, i grandi potentati economici, recitano i loro ruoli (disumani as usual) secondo il canovaccio ipocrita della political correctness. Tra le persone invece monta la rabbia per le frustrazioni crescenti – per i problemi occupazionali, per il senso di insicurezza economico, per le difficoltà di relazione con culture “altre”, per le convivenze in spazi abitativi sempre meno a misura d’uomo – che assume sempre più le forme di una disumanità di massa, una sorta di bellum omnium contra omnes hobbesiano.

    Così piccole situazioni ordinarie scatenano reazioni abnormi, disumane.

    Credo che molta parte di questa disumanizzazione derivi dal vivere in una sorta di “zattera della Medusa” collettiva. Siamo una società polverizzata dove mors tua vita mea.


  14. E spiego meglio il primo concetto. Se oggi qualcuno decidesse di nuovo una sorta di “soluzione finale” per una categoria sociale, i disabili piuttosto che i Rom/Sinti, gli anziani piuttosto che i non autosufficienti, temo che tra noi ci sarebbero molti meno Oskar Schindler disposti a rischiare tutto per salvare degli sconosciuti che non quanti se ne trovarono nella Polonia occupata dal Terzo Reich.

    Una società polverizzata, la nostra, i cui simboli sono fatti di polvere. La cocaina, ad esempio. Il particolato dei gas di scarico, anche. La polvere da sparo.


  15. Tra l’altro (poi chiudo, lo giuro) mi veniva in mente Klemperer e la sua disamina sulla LTI, la Lingua Tertii Immperi del Terzo Reich.

    Quando si distrugge una lingua e la si muta prostituendone i significati e i significanti, i tempi sono bui.

    Beh, pensate alla valenza semantica che da qualche anno, grazie alla pubblicità, stiamo diamo all’aggettivo “esclusivo”.


  16. @Josif: Non so se ci fosse poi tutta questa umanità diffusa nel Novecento, contrapposta alla disumanità degli Stati. Penso che la gente sia più o meno umana a seconda dei tessuti sociali più o meno integri, e che nei momenti di crisi economica e di forte pressione sociale la solidarietà umana passi in secondo piano per molti, ma non per tutti. Esistono sempre luminose eccezioni.
    C’è da dire che la nostra, di società, è sottoposta ad una dittatura mediatica senza precedenti, che genera e acuisce una povertà intellettuale e un progressivo restringersi della dimensione etica.
    E il linguaggio, o meglio la perversione linguistica, è centrale in tutto questo, è vero. Il richiamo a Klemperer è centratissimo. È un mio tormentone ricorrente sostenere che il linguaggio legittima e quindi crea anche la realtà. Parole apparentemente “neutre” come extracomunitario o, peggio, clandestino, o vucumprà, legittimano ad esempio posizioni razziste mascherandole nel linguaggio comune. Ma attenzione anche a parole come “compassione” (letta in quell’articolo) parlando del signore in questione sul treno, il quale non chiedeva affatto compassione, ma semplicemente il poter espletare un suo diritto, e cioè quello di servirsi con pari opportunità di un mezzo pubblico. Un servizio estremamente “esclusivo”, in quanto appunto esclude chi non può superare certe barriere.

    Però non ci arrendiamo ai tempi bui che se no veramente è finita.


  17. Un abbraccio ArteLilla.


  18. ciao cinzia!
    buon inizio anno. ti seguo sempre, anche se un pochino silenzioso.
    baci baci

    p.


  19. @Zauberilla: Uh come mi piacciono gli abbracci, grazie.

    @Paolo: Ma veramente mi segui silenzioso? Ma guarda! Son contenta.
    🙂


  20. Bellissimo e struggente.
    Vero e sanguinante come la vita.


  21. @Lola… do we know each other? Is it YOU?
    I think it’s you.
    Like Phoenix from the ashes.
    At least I THINK it’s you.


  22. It’s me.
    🙂


  23. doloroso e reale.
    Se, a posteriori di tutto, può confortare, Un abbraccio!

    Ho letto con interesse anche i commenti e le valutazioni. Come si fa a fare una graduatoria della vita? purtroppo non è facile né giusto, però qualche criterio doveva essere stabilito. L’unica giustizia è diventare tutti donatori e credere nel progresso della tecnica medica.
    La sacralizzazione della vita….. eh!



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