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Vicinanza

1 dicembre 2009

 

(foto: Pietrothebest)

 

Dove si poteva giungere, una volta, solo dopo settimane e mesi di viaggio, l’uomo arriva ora in una notte di volo. Notizie che una volta si ricevevano solo dopo anni, o che semplicemente restavano ignote, giungono oggi all’uomo in un attimo, di ora in ora attraverso la radio (…)

Ma questa fretta di sopprimere ogni distanza non realizza una vicinanza; la vicinanza non consiste infatti nella ridotta misura della distanza. Ciò che, in termini di misure, è il meno distante da noi grazie all’immagine del film o alla voce della radio, può rimanerci lontano. Ciò che in termini di distanza è per noi immensamente remoto, può esserci vicino.

Una piccola distanza non è ancora vicinanza.

 

Martin Heidegger, “Das Ding”

1954

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28 commenti

  1. la vicinanza non consiste infatti nella ridotta misura della distanza, questa te la rubo, mi hai fatto venire in mente un’altra frase che parlava della distanza di anime, o meglio mi è venuta in mente solo una parte della frase ora la cerco e poi te la posto, lo sai come mi affascina questo tema!!!

    l’ultimo uomo che ho amato era distante geograficamente eppure l’ho sentito sempre ben presente vicino a me!


  2. parole sante!


  3. @Zefirina: Vedo che tu leggendo pensi immediatamente alla vicinanza malgrado la lontanza, però esiste anche il contrario, o forse sono due aspetti della stessa cosa? E cosa ci rende veramente vicini?
    Mi piacerebbe capire.

    Tu parli d’amore ma io so che non è sempre amore.


  4. lo sai perchè penso così sarà il fatto di avere anche mezzo parentame sparso per l’europa, se non la pensassi sarei preda della malinconia e della nostalgia ogni giorno della mia vita, mi rendo però anche conto e forse è una contraddizione che alla fine ci si abitua anche alle “lontananze”, alle mancanze… e sicuramente questa è una forma di difesa, è brutto pensare che ci si abitui ma è così almeno per me
    il contrario per fortuna non lo sperimento da molto tempo ma capisco di cosa parli, forse è peggio essere vicini e sentirsi lontani


  5. @Henry: San Martino Heidegger, quello che donò mezzo mantello al mendicante…

    😉

    @Zefirina: È interessante quello che dici. Io sono cresciuta tra assenze e mancanze e probabilmente esiste in me una specie di abitudine innata al fatto che le persone importanti non siano presenti. Non significa che quelle presenti non siano importanti, attenzione. Significa, forse, che la presenza non è una condizione necessaria nè proporzionale all’importanza.
    L’abitudine alla distanza è sicuramente una forma di difesa, e in certi casi, anche, cercare la distanza stessa è una forma di difesa.


  6. Eppure a volte, con molto (s)coraggio, penso che le cose importanti debbano essere anche semplici, che è più semplice pensare di stare “vicini e insieme”, anziché “vicini ma lontani”. Ma la realtà vince sempre, e davanti ai miei occhi vedo comunque persone che sono davvero vicine anche se stanno lontane, ma pure persone che sono lontane anche se stanno vicine, e tutte le altre declinazioni della distanza di corpi e di anime… Diciamo che sono poche le occasioni di poter vivere la stessa relazione nelle due varianti “vicini e insieme” e “vicini ma lontani”, e non mi riferisco solo all’amore. La mia amicizia con l’autrice di questo blog, e con alcuni di coloro che lo frequentano, è nata a distanze già stabilite, e pure notevoli, ma mi pare che ci sia molta vicinanza… E credo che nessuno vorrebbe sperimentare stabilmente e per sempre l’altra variante, quella del “vicini e insieme”… Ogni relazione ha le sue peculiarità…


  7. Caro Anonimo, anche se non ti firmi io sono quasi sicura di sapere chi sei. Avresti potuto firmarti, ma va bene così. Forse in realtà poi sei un altro, chissà.
    È vero che essere vicini a qualcuno col corpo e con l’anima è più semplice. È – anche – una grande fortuna, ch eper alcuni dura per sempre. Esistono poi tutta una serie di altre “declinazioni”.

    Quello che vorrei cercare di capire è: cos’è che ci fa sentire vicinissimi a qualcuno, lontano nello spazio e magari anche nel tempo?
    Cos’è che ci lega?

    (sirene dell’ambulanza in avvicinamento…)


  8. Il criterio della distanza per valutare l’intensità, la verità e l’armonia di un rapporto di qualsiasi genere, è qualcosa che và necessariamente approfondito.
    Una distanza di ridotta misura, che non è una vicinanza, è sicuramente una contiguità. La contiguità è una vicinanza priva di forma. Nel migliore dei casi non se ne sente l’effetto, diversamente non può che lasciare un senso di vuoto e sofferenza , che sono il vuoto e la sofferenza che si subisce quando ci sfugge la capacità di percepire la forma, e quindi di comunicare.
    La brevità assoluta, quella che ad esempio viviamo nel dolore, supera ogni concetto di distanza. E’ per questo che in generale alla brevità della distanza è associata la presenza della realtà, di cui il dolore è uno dei messaggeri più accreditati.
    Alla stessa distanza si può dare un connotato che non è necessariamente spaziale, ma temporale (essendo le nozioni di spazio e di tempo mai disgiunte)

    Nel caso, ad esempio ci troviamo a sperimentare una vicinanza con, chessò, un autore dove, dalle pagine del suo libro leggiamo parole che ci toccano nell’intimo, ma quest’autore è già morto, ci troviamo nei confronti di esso ad una distanza temporale assoluta, incolmabile, eppure viviamo un autentico rapporto di prossimità (che potremmo definire inattuale).

    Il concetto di distanza , se non è necessariamente associabile a quello di lontananza, può non esserlo anche a quello di assenza.

    Ciò che è lontano alla nostra presenza, lo possiamo percepire come assente, ma non è detto che non ci sia prossimo. L’assenza nella sua forma più definitiva genera una necessità che ci porta ad uno sforzo di avvicinamento che seppure destinato a fallire, ci costringe a riflettere sulla qualità e il senso del rapporto con l’assente in modo tale da renderci più vicini a noi stessi.

    Ciò può valere anche per i gradi meno definitivi dell’assenza.

    Potrei andare avanti pagine a descrivere tutte le possibili “declinazioni” che questo argomento mi suggerisce, ma voglio soffermarmi sul concetto di inattualità di cui sopra (vado fuori tema? Forse no!).

    Richiamo subito l’attenzione sul fatto che l’inattualità non è qualcosa che si pone aldifuori dal tempo, bensì come dice il termine stesso, aldifuori di quella percezione dello svolgersi degli eventi che chiamiamo attualità.
    In questo caso possiamo fare dei confronti con il mondo dello spazio. L’attualità, ad esempio, che per convenzione ci appare prossima , grazie al bombardamento mediatico, è in realtà qualcosa di assai remoto, perchè sostanzialmente fondato su una mediazione di cui non possiamo stabilire alcuna coordinata di avvicinamento reale (temo, a meno di uno studio talmente approfondito da distoglierci dalla stessa quotidianità).
    Sulla base di questo che è uno dei più brutali fraintendimenti che quotidianamente viviamo è facile cadere in una forma di alienazione, di allontanamento da noi stessi e da ciò che ci sta realmente intorno, per i quali è facile cadere nello sgomento e nella continua incertezza.

    Un esperienza diversa da questa la possiamo fare quando ci troviamo di fronte ad un autore, ad una “voce”, che ha scritto cose, magari molto tempo addietro, ma che troviamo ancora “attuali” (e qui cadiamo nuovamente nel fraintendimento), vicine. Spesso però questo accade in autori che non si occupavano necessariamente dell’attualità, o se lo facevano, la mettevano a confronto con qualcosa che si situa nella durata come concetto indefinito.
    Possiamo equiparare qui il concetto di durata a quello di distanza; essi sono i principi di valutazione quantitativa che attribuiamo alle nozioni di spazio e di tempo.
    Tuttavia , aldifuori della sfera del calcolo, assumono una connotazione qualitativa.
    Quello dell’inattualità può divenire un atteggiamento , se non addirittura può essere un espressione del carattere che tende a sovvertire le consuete concezioni, “le accettate consuetudini” dei rapporti di distanza e di durata.
    Ho sentito qualcuno parlarne come di un difetto, di un segno meno rispetto alla possibilità di stabilire rapporti di vicinanza. Al contrario la mia impressione è che in questo atteggiamento si riveli una brevità senza limiti, che indubbiamente ha il suo prezzo me che perlopiù lascia la possibilità di disegnare inattese topografie.

    Ora, la Padrona di casa , ha inserito questo post nell’etichetta “nostalgie”, e come spesso fa, quando cita un testo, nell’etichetta vuole darci una chiave.
    A ciò io rispondo che l’atteggiamento dell’inattualità, è quello che nella distanza situa la comparsa dell’inatteso, di fronte al quale la nostalgia assume l’ulteriore caratteristica della trepidazione…


  9. vedi??? sei riuscita ad esprimere meglio di me quello che provavo, come sai anche io sono cresciuta così e forse è per questo che come dici tu mi sono “abituata” al fatto che la presenza non sia importante, non sempre, e quando è impossibile averla, quell afisica intendo, si trova un altro modo di sentirsi vicini, uniti e perchè no di amarsi


  10. Per fame, tra le altre cose, cerco di studiare il greco. Tra alti e bassi e lunghi periodi d’inattività. Ma essendo la mia una fame primordiale, sò che non la placherò mai.
    Nostalgìa è una parola bellissima, piena, chiara: àlgos = dolore nostòs= ritorno
    Già leggere il titolo del tuo post, Vicinanza, in Nostalgìe è una pugnalata al fianco. Ne puoi morire, ma hai il tempo di pensare. E declinare, come tutti qui sanno. Non ti viene concessa la grazia della pugnalata al cuore.
    Ora parlo della Vicinanza il cui significato a volte non basta più e si esige la Presenza, quella fisica, cioè la Vicinanza che s’incarna, che all’improvviso se ne frega della bellezza “dell’intensità, verità ed armonìa di un rapporto” (cito Mauro per condivisione) espresse, vissute e sentite con quieta consapevolezza prescindendo dalla presenza (è saggezza?) e si lascia trascinare dalla Nostalgìa , appunto, che è anche il desiderio feroce e sgraziato di voler essere in un luogo (dell’anima) che non è né qui né ora. Un ritorno, appunto di qualcosa che si è conosciuto, che ci ha fatto assaporare la pienezza e l’appagamento totale. L’incontro con l’altro, l’attraversamento reciproco, l’Eros. Ma anche se mai si è conosciuta, la pienezza, ne abbiamo comunque il desiderio. E la nostalgia del non-conosciuto è terribile quanto l’altra.
    Nel complesso gioco di tempo, spazio e desiderio, ora diventa dolore ciò che è stata gioia in un tempo altro. Il ritorno porta dolore. Attraverso il desiderio, ciò che non c’è ritorna e provoca dolore. Non c’è Presenza (ciò che si vuole). C’è Assenza(che non si vuole e si detesta).
    La Vicinanza, senso e consolazione quotidiana, ci si rivolta contro, diventa Lontananza , una iena che lentamente ci divora mentre siamo immobilizzati dentro una pozza fangosa. Il desiderio di Presenza è abbagliante. Ciechi, non abbiamo possibilità di scampo. Davvero la Vicinanza non la si riconosce più, diventa straniera ed estranea. Il desiderio e la nostalgìa ci rendono fragili ed ipersensibili, ma anche rabbiosi. Verso chi non c’è e verso noi stessi che non sappiamo fare a meno di chi non c’è. Diventiamo stranieri ed estranei anche a noi stessi, non riconosciamo nemmeno la nostra anima come luogo di vicinanza con l’altro.
    La lontananza da noi stessi è poi forse il vero dramma. La lontananza da noi stessi può portarci a dipendere dalla vicinanza all’altro. (ma qui siamo in Nostalgìe e non Dipendenze!)
    Quanto mi brucia dovervi lasciare!
    Ma devo devo devo!!!
    Mi sa però che poi torno… 😉


  11. @Mauro: “L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre”. Pensavo di scrivere uno dei miei prossimi post su questa frase dei J.M. Keynes (un economista, pensa). Questa apertura all’inatteso ripaga certamente del prezzo che si paga per la propria inattualità. Diciamo che è una liberazione dall’inevitabile. Come vedi parto dalla conclusione del tuo bellissimo commento, non per approfondire perchè non ce n’è bisogno, piuttosto per sottolineare alcuni passaggi che ritengo estremamente significativi (ma avrei potuto sceglierne altri):

    La “brevità assoluta” (vicinanza assoluta?) del dolore.

    La vicinanza che va oltre la spaziotemporalità, ad esempio la vicinanza all’autore di un testo, o di un dipinto, che ci “parla”.

    Lo “sforzo di avvicinamento” all’Altro ci rende più vicini a noi stessi. È vero.

    Importantissimo: “mettere a confronto con qualcosa che si situa nella durata come concetto indefinito”. Non è questo anche un concetto chiave per tutta la produzione artistica? Allargo troppo?

    Anch’io potrei andare avanti pagine.
    Ma ti dico solo grazie.

    @Papero Nostalgico: Anch’io sto cercando di ristudiare il greco! Ma pensa un po’.

    La nostalgia. Penso (anche) a Tarkovskij. Moltissimi anni fa ho scritto una poesia con un verso che diceva così
    “Il male del ritorno mi tormenta di baci leggeri”. Mi pare tuttora un verso ben riuscito.

    Ti vedo molto colpito da questo post. Ci sono effettivamente due aspetti che tu problematizzi: la mancanza come nostalgia di qualcosa, spinta innata all’uomo verso la completezza, ricerca dell’altrove dove già siamo stati, e la mancanza come sofferenza, desiderio bruciante, dramma. Forse la chiave per distinguere le due cose sta in quella parola: dipendenza.

    Tu parli di desiderio come lontananza da se stessi, Mauro di avvicinamento all’Altro come qualcosa che ci porta più vicini a noi stessi. Forse allora è proprio il desiderio a determinare la dipendenza? Perchè il desiderio è sempre desiderio di possesso, mentre la nostalgia no?

    “Il cuore può abbandonarmi/ma non lo abbandonerà il fardello della nostalgia di te” – Pavel Florenskij cita il poeta persiano Hafiz di Shams al-Din Muhammad in una lettera dal lager ai suoi figli.
    C’è tanta forza nella nostalgia, quando non si fa desiderio che divora.

    Grazie anche a te.

    @Zefirina: Un abbraccio.


  12. AHAHAHAHA!!! Ma certo che sono io! GIURO E SPERGIURO che non l’ho fatto apposta a non mettere il nome… D’altronde lo sai, sono come una chitarra, ogni tanto mi scordo 🙂


  13. Benché la mia vita sia costellata di lontananze, e quindi dovrei esser più portata ad indagare le questioni riguardanti la gestione della lontananza di affetti, tuttavia la tua citazione mi ha fatto subito pensare alle distanze siderali che possono anche non volutamente crearsi nelle relazioni più dirette, in cui c’è compresenza fisica. E penso all’incomprensione come causa principale di tali distanze.
    A volte l’incomprensione è congenita, quando tra due persone ci sono dei presupposti di partenza troppo differenti. Altre volte è il risultato di comportamenti errati, difficoltà di comunicazione, incapacità anche solo di una delle due persone di accordarsi sulla stessa frequenza…in tali casi la distanza/lontananza che si crea toglie qualsiasi possibilità di vita al rapporto stesso.

    Leggo molto spesso il tuo blog. Se un giorno avrai un pochino di tempo per visitarlo, sul mio troverai una foto (fatta da me, non presa da internet!) di un luogo che dovrebbe esserti abbastanza familiare; almeno penso.


  14. e lo sappiamo bene.
    a volte, recentemente, mi trovo a riflettere più sulle vicinanze solo fisiche.


  15. @Antoniooooo…. Vuoi sapere da cosa ti ho riconosciuto?
    1) “pure”
    2) corpi e anime
    3) pensare con (s)coraggio

    @Taniapallabazzer: Benvenuta, anzi, ben manifestata! Eh ma non puoi incuriosirmi così e poi non mettere il link al tuo blog…
    Proverò a googlarti.

    Tu affronti un altro aspetto importante, che ho già sfiorato prima. Le distanze siderali nella compresenza fisica. È giustissimo quello che descrivi, lo conosco bene.

    @Iko: Ecco, questo sembra essere un tema che interessa più le lettrici che i lettori. Sarà un caso?


  16. … essere riconosciuti per il proprio lessico e la propria sintassi… questo si che è conoscersi anche a distanza!!! :)))
    Mille baci…


  17. @Arte: –“Il male del ritorno mi tormenta di baci leggeri”. Mi pare tuttora un verso ben riuscito. —
    Si Artemisia, hai colto.
    A me, ultimamente, morde pure-

    E come dici tu, il desiderio divora.

    @Arte su Iko: interessa anche a certi paperi 😉


  18. @Antonio: Veramente, io te ti riconosco all’ombrello, come diceva la mi nonna.
    🙂

    @Papero: Il desiderio morde e ti divora, alla fine però divora anche se stesso. Attenzione.


  19. @Arte: Accidenti è illuminante. C’è una via d’uscita. Grazie Artemisia, a questo non avevo ancora pensato.


  20. @Papero: La via d’uscita è: passa, pensa che passa.


  21. la colonna sonora di questo post: i “Cambiamenti del mondo” su cui mi sono ampiamente tagliata le vene 😉


  22. E tornerà la notte nella mia stanza
    Saranno lampi e tuoni in lontananza
    Ricorderò il tuo nome e le tue mani
    Poi svanirò nei sogni fino a domani
    Sognando un altro mondo
    Tu lasciami dormire
    E non cercare di capire
    Poi fammi entrare nei sogni tuoi


  23. @Arte: epperò Artemisia! Prima mi scrivi che devo pensare che passa ed io ci credo, poi scrivi queste cose… 😉


  24. Ma Papero, sappi che io sono dissociata cronica.
    😉


  25. Papero, ripensandoci: vorrei ribadire ulteriormente che passa, ne sia testimone Iko che mi ha conosciuta quando non passava nè a me nè a lei (e la canzone/citazione è di quel periodo), ma vedi? è passata ad entrambe.
    Abbi fede.


  26. @Arte: grazie sister.


  27. Lontananze e vicinanze, nella maggioranza dei commenti, appaiono legate al presente, ai vissuti con i quali quotidianamente ci confrontiamo.
    Retrocedo dieci passi e traggo spunto per una riflessione su quelle che declinano stagioni e condizioni di vita appartenenti al passato e che hanno esercitato, o continuano a farlo, una qualche influenza sul nostro modo di essere e rapportarci.
    Penso all’infanzia dei possessi negati, un tempo il confine fra sentirla vicina o lontana, amica o nemica, poteva essere materialmente rappresentato dalla supremazia del cavallo a dondolo sul manico di scopa, tra il sentirsi Don Chisciotte della Mancia o il meno blasonato scudiero, che l’occhio del cavallo lo esibiva dipinto sulla saggina.
    Oppure, ripensando ai turbamenti dell’adolescenza, quanto la rendesse vicina o lontana il fatto di muoversi disinvoltamente nel branco, piuttosto che galleggiare nello stagno delle malinconie.
    Ma le stagioni della vita trascorrono, cambiano colore le foreste autunnali, può capitare che lontananze acquistino vicinanza e minor spessore le vicinanze di quel tempo, come si fosse usato al contrario il binocolo che osservava impastare la creta dell’esistenza.
    E non è raro, per l’inattuale di allora, scoprirsi fiero di esserlo oggi, come per il disadorno Sancho Panza poter attingere alla custodita ricchezza della fantasia.
    Capace ancora di allineare sulla pianura le schiere dei mulini a vento.


  28. @JFK: È interessante questa dimensione temporale che tu dai alla lontananza e alla vicinanza, a come le si può percepire diversamente nel corso della vita, dal mancato possesso dell’agognato giocattolo nell’infanzia, fino all’approfondirsi dell’interiorità nella maturità.
    La vita come un avvicinarsi a qualcosa, forse alla verità su se stessi. Non smettendo mai di cercare, e non temendo più i propri sogni.

    Dall’oggetto del desiderio al soggetto desiderante. Un percorso “inverso” (che non è un’involuzione) dalla concretezza del cavallo di legno al sogno della leggerezza.

    Complimenti.



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