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Linea di sangue

25 ottobre 2009

Il paziente di oggi è un signore sessantenne, diagnosi linfoma a cellule mantello, reduce da un trapianto autologo di cellule staminali, terapia conclusa circa un anno fa, sta bene, vive relativamente bene, sotto l’ombra discreta e inquietante della recidiva. Oggi ha un controllo periodico del midollo.

Il mio compito è assistere al prelievo, prendere in consegna il campione, contrassegnarlo e suddividere ciò che dovrà essere analizzato da noi e ciò che invece verrà spedito a Copenaghen. Lavoro di routine, fatto mille volte.

L’intervento non è molto doloroso, si fa in anestesia locale. Ma il paziente, come quasi tutti, ha paura. Stesi su quel lettino, ho visto giocatori della nazionale, casalinghe, imbianchini, hostess, tutti avevano paura, non del dolore ma del risucchio, quello che l’anestesia non riesce ad attutire, la sensazione del vortice del prelievo.

Come quasi tutti i pazienti, mentre l’ematologo prepara gli strumenti, anche questo mi chiede quasi scusandosi se può tenermi la mano. Come tanti, fa anche lo spiritoso: “Se poi oltre alla mano mi dà anche qualcos’altro, io non dico di no”. Il panico rende disinvolti, spesso patetici. Ho smesso d’incazzarmi anni fa, vedo la paura nei suoi occhi e gli dò la mia mano, senza rispondergli.

L’ematologo procede, con la sua faccia da funerale che per fortuna il paziente non vede, steso su un fianco in posizione fetale, la mia mano tra le sue. Al momento del risucchio la stringe convulsamente, io con l’altra l’accarezzo. Non lo faccio con tutti. C’è qualcosa di particolarmente disperato nei suoi calzini grigi.

Finito. L’ematologo estrae l’ago, tampona la ferita, il paziente si rilassa ma non lascia la mia mano. E io sento qualcosa di caldo sulle labbra, e un sapore dolciastro in gola. Mi tocco il viso con la sinistra: mi sta sanguinando il naso. Mi spavento, tutti si spaventano. L’ematologo no, mi guarda al di sopra degli occhiali, si toglie la mascherina e sorride: “Emorragia empatica?”

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58 commenti

  1. Bellissimo. Le forme tangibili del sentimento. Mai sottovalutare il corpo (ditino ammonitore).


  2. Vero. Io sono convinta che questo non avrebbe potuto succedere anche solo quindici anni fa. Perchè allora, ancora, non avevo corpo, ero una mente con due braccia e due gambe.


  3. Sì, ok l’empatia, ma limitati al sanguinamento dal naso, per favore!


  4. @Camilla: … e io che già mi immaginavo con le stimmate…

    😉


  5. Fantastico. Sono d’accordo con il tuo ematologo, però la definirei, al contrario, empatia emorragica.
    Poichè le “forme tangibili del sentimento”, come dice benissimo Lophelia, sono moltecipli. Stà a sentire:
    Molti molti anni fa, sapevo che in serata mi avrebbe telefonato la persona che in quel periodo era la più cara al mondo e che abitava a 200 km di distanza. Verso le 18,00 l’attesa gioiosa si trasformò in angoscia (apparentemente) immotivata, comiciai a sentir freddo, quello che si chiama “freddo dentro”, e mi venne pure la febbre. Mi dissero che poteva trattarsi d’infulenza improvvisa, ma io non ne ero convinto. La telefonata non arrivò, ma questa cosa poteva facilmente accadere e ancora non avevamo i cellulari. All’alba della mattina successiva mi annunciarono la sua morte. Incidente stradale, appunto verso le 18,00. Sò che in quel momento fummo talmente vicini che parte del suo dolore m’investì.
    Anche tu ed il paziente non potevate essere più vicini.
    Mistero straordinario.


  6. O che avete fatto oggi che scrivete tutti postarelli bellissimi?
    E poi riuscire a rendere poetico il sangue dal naso aho ce ne vole.
    I calzini – sono comunque evidentemente – l’ultima frontiera delle umane debolezze.


  7. La diagnosi delle cellule a mantello è di quelle che fanno ballare le poltrone su cui ti trovi seduto e ti voglio raccontare dove mi ha portato.
    Non saprei fornire una spiegazione razionale, ma un sipario di mantelli neri si è aperto lentamente.
    Sulla scena, completamente spoglia e in penombra, l’unico fascio di luce illuminava Klaus Kinsky, nei panni del Nosferatu di Herzog.
    Stava seduto su uno sgabello di acciaio brunito (deformazione professionale) e si teneva il volto pallido fra le mani.
    Non parlava, fissava la sua ombra dolorosamente curva e allungata.
    C’entra qualcosa, mi sono chiesto, con l’ umana comprensione che suscitano la paura e la sofferenza del paziente e la linea di sangue della reazione che hai avuto?
    Al di là dei più banali rimandi al materiale di scena?
    C’è una frase, in una delle ultime scene del film, che mi ha fornito un nesso:

    “ La vita senza amore è la condanna più crudele e abietta.”

    Mi pare che, anche nell’ assistere al prelievo, prendere in consegna il campione, contrassegnarlo e suddividere ciò che dovrà essere analizzato non hai dimenticato di rappresentarlo, un gesto d’amore.

    Conseguenze per il lettore, dopo la lettura del post?
    Tormentato dall’opprimente visione di una cabina armadio piena di mantelli, ho altresì maturato il proposito di eliminare una consistente partita di calzini grigi, acquistati con la formula del sei per uno.
    JFK, datemi un cornetto, che cosa ne vuoi fare?


  8. @Papero: Grazie per la testimonianza di vita, che me ne richiama un’altra, simile, ma questa la tengo per me.

    @Zauberei, carillina! Ci sono cose anche meno poetiche del sangue dal naso, non approfondiamo…

    🙂

    I calzini sono una cosa che a me ha sempre fatto tenerezza, sono una feticista del calzino, ma solo in questo senso: che mi commuovono.

    @JFK: Ematopatologicamente, ho scritto uno sfondone. È dovuto al fatto che stavo pensando in norvegese. La diagnosi corretta non è “a mantello” ma “del mantello”, cioè delle cellule mantellari del linfonodo.
    Resta il fatto che di mantello si tratta, e anche a me viene in mente l’immagine di un sinistro mantello nero, ad esempio quello della Morte nel film “Il settimo sigillo” di Bergman (capolavoro).

    Io credo che quella linea rossa ci colleghi tutti, ma che il più delle volte la blocchiamo, più o meno consciamente, perchè ci fa paura.

    Il Nosferatu di Herzog è molto bello, e ricordo benissimo quella scena, e quello che dice, ed è una delle cose che io reputo più vere, oltre a quella che devi buttare via i calzini grigi.


  9. io ero rimasto al timballo, e di timballo in timballo siamo arrivati ai prelievi di midollo, a Nosferatu e alle epistassi….

    preferivo il timballo!

    ARIDATECE er timballo!

    JB


  10. lasciamo perdere a cosa mi ha fatto pensare il prelievo del midollo, di questi giorni poi, però ho anche pensato che sarebbe stato bello se a tenergli la mano ci fossi stata tu


  11. @JB: E insisti con questo timballo, che io invece sto vivendo di cose crude e yogurt! Ma me lo fai apposta!

    🙂

    @Zefirina: So che a volte coi miei post scavo nel dolore di tanti, prima di tutto nel mio (zappa gigante sui piedi). Mi dispiace se richiamo ricordi tristi. Spero che questo sia un post di speranza. Speranza nel fatto che noi non siamo solo individui singoli ma anche parte di un organismo più grande, una rete strettissima di relazioni misteriose che continua a vivere e a conservare la memoria di chi non c’è più.

    Gliel’avrei tenuta molto volentieri.


  12. Secondo me è stata colpa dei calzini grigi. E’ evidente che il tuo naso non li può proprio vedere
    (sinestesia locale)
    😛


  13. @Ady: Se la tua teoria è vera, pensa cosa potrebbe succedermi alla vista di calzini bianchi da tennis…

    O-O


  14. Sangue, dall’arcaico Sanguen, “il sangue sottile che scorre nelle vene, dunque vivo, principio di vita”

    da non confondere con Cruor, “il sangue denso, raggrumato, morto, che è sgorgato dalle ferite” (da cui l’aggettivo “Cruento”)

    di che sangue parliamo qui? di quello vivo che sgorga o di quello morto che è sgorgato?

    JB


  15. Stante l’ora, e per non uscire dal tema, propongo il seguente compromesso:

    Ricetta dell’antico sanguinaccio.

    un litro di sangue di maiale
    due litri di latte
    500-700 gr. di cioccolato fondente
    500 gr. di zucchero
    100 gr. di miele
    100 gr. di burro
    100 gr. di sugna finissima
    50 gr. di biscotti polverizzati
    cedro candito

    Unire tutti gli ingredienti e mescolare sempre a fuoco moderato, senza far bollire. Servire freddo.

    Si dice che Nosferatu lo preferisse al timballo di maccheroni
    JFK, boemo sconfinato.


  16. JB: Ecco, qui parliamo di entrambi i sangui: quello raggrumato, denso del midollo e quello sottile dei capillari del naso. Il primo sgorga da una ferita, è cruento, l’altro sgorga da un’apertura naturale, ed è vivo.
    I due tipi di sangue qui si uniscono per un richiamo che noi non sappiamo ascoltare ma che esiste, e sta cercando di dirci qualcosa.
    C’è sempre un sangue che scorre da qualche parte, ed è sempre, in qualche modo, il nostro.

    @JFB: Mi piace questa ricetta, e se sapessi dove procurarmi sangue di maiale la proverei, ma in questi tempi di suina ne dubito…

    Qualcuno mi spiega cos’è la sugna?
    C’è un cuoco da queste parti?

    O solo vampiri?

    🙂


  17. quanto mi piaci!


  18. Artemisia: Grasso di maiale che bollendo quasi si sciogle completamente. Il liquido raccolto si solidifica raffreddando. Et voilà: la sugna.
    Questa storia del sanguinaccio mi ha fatto venire in mente quella scena de “Il nome della Rosa” dove il fratone mescola il pentolone. Ogni volta che la vedo sento pure l’odore. E mi fermo qui, perché ho appena mangiato pane e nutella e… insomma, come sai, non vorrei andasse sprecata! ;o)

    Ps: Credo che ormai i tempi siano maturi per svelarti il finale di “Flavia la monaca musulmana”! Preparati!


  19. Ah! La vendita di sangue di maiale è VIETATA! Ma credo che dalle parti di Irondestiny qualche maialaro te ne possa fare dono. Ricordo a tutti gli interessati che nel parmense, appunto, stà per iniziare il Novembre Porc. Amici che stanno là mi raccontano di serate pantagrueliche!


  20. @Iko: …da mangiarmi viva…

    😉

    @Papero: Io intuivo che sei il tipo che sa cos’è la sugna… non è da tutti!

    Allora, tutti da Mauro a mangiare il sanguinaccio?

    😀

    GUAI A TE se mi sveli il finale di Flavia la monaca musulmana, non te lo perdonerò MAI.


  21. Vabbè, terrò il becco chiuso !


  22. Ohé, Papero!
    Guarda che la VERA TERRA DEL MAIALE è quella da cui modestamente provengo, la provincia di Mantova:

    1,8 milioni di suini per 360mila abitanti, 5 maiali pro capite, la più alta concentrazione mondiale.

    Quanto alla qualità, produciamo i cosci migliori per Parma e San Daniele!

    E se volete partecipare al trionfo del maiale, vi consiglio il ristorante Nizzoli di Villastrada di Dosolo: qui si tengono le originali “maialate”…

    ne vale la pena

    http://www.poirinomadi.it/poi_maialata.html


  23. sugna,… mooooolto meglio il gras pistà!

    Ingredienti: 100 g di lardo, 1 ciuffo di prezzemolo, 1 spicchio d’aglio.

    Procedimento: Tritate molto finemente il prezzemolo e l’aglio con il lardo, finché non avrete ottenuto un impasto omogeneo.

    Consiglio: Il gras pistà è ideale mangiato con la polenta abbrustolita.

    http://www.mangiareamantova.com/pagine/ricette.htm


  24. Polenta e gras pistà

    Qualche ristorante ha preso l’abitudine di servire come antipasto polenta e gras pistà. Si tratta certamente d’un’iniziativa
    apprezzabile sul piano della valorizzazione dei nostri piatti più caratteristici, ma che rischia di ottundere completamente il
    commensale precludendogli o quasi, nell’ambito di uno stomaco normale, la possibilità di gustare il resto. Per questo il
    suggerimento tattico che ci permettiamo è di trasferire polenta e gras pistà in sede di pietanze. Si discute se la polenta
    debba essere fresca o abbrustolita; i nostri cronisti propendono per quella fresca, date le evidenti superiori possibilità di
    assorbimento degli umori liberati dal lardo. Ad ogni modo non è un dogma. Adesso spieghiamoci con i foresti: polenta è,
    ovviamente, la polenta; gras pistà è il lardo che va finemente battuto col coltello sul tagliere, fino a sminuzzarlo
    completamente. Buona regola, per tagliare la fetta necessaria e poi pistàr è quella di scaldare la lama del coltello, per cui
    la lavorazione avviene a caldo. Insieme con il lardo, nel battuto entrano prezzemolo e uno spicchio d’aglio. Qualcuno in
    vena di varianti ricorre a metà lardo e metà pancetta e non mette l’aglio, sostituendo con spezie dolci. Comunque il battuto
    va spalmato sulla fetta di polenta, attendendo l’attimo sufficiente perché si squagli. Come vedete siamo al vertice della
    semplicità e della genuinità.


  25. Questa è la mia “mesopotamia privata”

    http://www.ogliosud.it:8080/ogliosud/sarea.jsp?idsottoarea=152


  26. E poiché del maiale non si butta nulla….

    Cotechino

    Si ottiene da un terzo di muscolo dei quarti anteriori, da un terzo di gola e da un terzo di cotiche di carni suine, il tutto macinato a grana media, salato e insaccato in budelli naturali. La forma è cilindrica, il peso medio sui 700-800 gr, il colore rossastro-bruno, l’odore di cotiche, la consistenza morbida. Il cotechino si consuma cotto, dopo breve conservazione al freddo, spesso con un intingolo a base di lenticchia.

    Greppole

    Si utilizzano le parti meno pregiate del tessuto adiposo del suino (ritagli di carne, cartilagine, grasso sottocutaneo). Il tessuto adiposo viene tagliato in pezzi, riscaldati a vapore in vasche di rame con strutto fuso, per circa 2-4 ore, e poi pressati, conditi con sale e altri aromi e spezzettati a mano o sistemati in stampi di varia forma.
    Più o meno croccanti, a seconda del grado di cottura, sono saporitissimi e si consumano come stuzzichini.

    Salame mantovano

    Fiore all’occhiello della sua provincia, per la sua preparazione – inizio inverno – si utilizza carne suina di animali di almeno 180 kg, escludendo la coscia, utilizzata per il prosciutto e le carni utilizzate per salsicce e cotechini. Non si usano i muscoli e i nervi perché la pasta deve essere morbida e compatta, senza parti dure. Le carni sono macinate a grana grossa, secondo l’usanza rimasta dai tempi in cui tutto il lavoro veniva svolto da mani abili “in punta di coltello”, e condite con il sale pepe e aglio. La ricetta prevede anche pepe in grani. Infine il salame viene insaccato in un budello di maiale e legato a mano con lo spago.
    Dopo un’asciugatura di due giorni al caldo della stufa a legna, il salame viene spostato in un locale asciutto e ben areato e in fine scende in cantina o in un seminterrato fresco e umido. Qui deve stagionare (senza seccare) almeno due o tre mesi. Si consuma, dopo la stagionatura, a partire dalla primavera.

    Salamelle di Mantova

    Insaccati freschi ottenuti con tagli di seconda scelta del suino (magro di spalla e grasso morbido di rifilatura di pancetta e di prosciutto) molto più magre di quelle utilizzate per la produzione di cotechini da cuocere. Le carnette e le filettature vengono macinate salate, condite, insaccate in budelli e preparati in filze. Si consumano cotte e sono uno degli ingredienti base del “risotto alla pilota”.
    Hanno forma cilindrica, un poco curva, lunghezza da 15 a 20 cm, peso sui 200 gr, consistenza morbida, sapore dolce e delicato.


  27. De honesta voluptate
    di Bartolomeo Sacchi detto il Platina

    Il letterato e umanista Bartolomeo Sacchi venne detto “Platina”, perché nato a Piadena (presso Cremona) dalla quale prese il nome secondo il costume umanistico del tempo.
    Fu dapprima al servizio dei Gonzaga, poi visse qualche anno a Firenze, e quindi passò a Roma dove ai tempi di Pio II fu cancelliere stenografo della corte papale.
    Divenne direttore della Biblioteca Pontificia sotto Sisto IV, conobbe a Roma Mastro Martino de’ Rossi e con lui probabilmente condivise la stesura del suo ricettario.
    Frutto di questa collaborazione e d’altre sue personali conoscenze culturali fu “De honesta voluptate et valetudine” edito nel 1474, manuale del come affrontare serenamente, saggiamente e igienicamente la vita.
    Platina nel comporre il suo lavoro, oltre a tradurre parti del libro del capocuoco Martino in latino classico, inquadrò le ricette in un contesto culturale e scientifico, soffermandosi sul ruolo che ciascuna vivanda poteva avere nel sistema culinario dal punto di vista dietetico e conviviale.
    L’attenzione del Platina si concentrò sui prodotti, fornendo anche numerosi riferimenti a realtà locali.
    De honesta voluptate et valetudine, suddiviso in dieci capitoli secondo la tradizione classica, costituì una preziosissima fonte di notizie sulla vita e la cucina italiana del Quattrocento.
    Dai suggerimenti per fare sport, all’importanza della scelta del cuoco; dal come preparare la tavola, all’ora ideale per mangiare, ai migliori metodi di cottura di ciascun alimento.
    Il trattato del Platina si rivolgeva sopratutto ad un ceto medio-alto, a una elite borghese, intellettualmente e moralmente preparata a recepire e rendere operativo nella vita di ogni giorno un “nuovo” modo di mangiare.

    (questo signore è nato a 2 km da casa mia)


  28. Invece questa è proprio casa mia, perché sono nato qui (anche se a questa tavola mi sono seduto una sola volta nella vita, ma una volta in paradiso basta)

    dal Pescatore – Runate di Canneto sull’Oglio (Mantova)

    «La ricerca del gusto autentico è la mia priorità. Le verdure, le erbe, i pesci, le carni… devono essere tutti di una freschezza assoluta. Mi preoccupo anche di realizzare piatti equilibrati perché mangiare non sia solo un piacere, ma anche una fonte di benessere profondo e duraturo»

    Nadia Santini

    Nadia e Giovanni hanno fatto un lavoro di affinamento alleggerendo i piatti dai grassi superflui, senza nulla togliere ai sapori originali. Sono ricette ancestrali, rivivificate, presentate con eleganza, che esaltano sempre la freschezza e la sincerità delle materie prime.

    Entrare nelle cucine della famiglia Santini significa innanzitutto entrare nel santuario della pasta italiana. Fettuccine, agnolini, tortelli, pennette rigate…

    Sui piani di lavoro in salice – un legno dolce che entra in osmosi con la consistenza della pasta – mani esperte cominciano a impastare le uova, la farina bianca, la semola di grano duro e l’olio d’oliva. Dalla macchina per la pasta escono lunghe strisce gialle che saranno presto tagliate a rettangoli prima di essere deposte delicatamente su barre di essiccazione, in cui rimarranno il tempo necessario, né troppo, né troppo poco, per ottenere la tenuta ideale.

    Ed è solo l’inizio… Questo lavoro ancestrale realizzato da Bruna, la suocera di Nadia, costituisce la base di una cucina brillante che cerca di raggiungere il giusto equilibrio fra tradizione e modernità.

    Negli anni Trenta, La Casa dal Pescatore è un piccolo ristorante di pescatori sulle rive dell’Oglio, a Runate, un villaggio di 36 abitanti, a metà strada tra Parma e Mantova. Antonio Santini pesca e sua moglie Teresa cucina.

    Vent’anni dopo, il figlio Giovanni e la moglie Bruna tramandano la tradizione. Dopo un viaggio di nozze gastronomico in Francia, Antonio (il nipote) e Nadia sono determinati a far assurgere il “Pescatore” al rango dei ristoranti eccezionali. Ottengono la loro prima stella nel 1982, la seconda nel 1988 e la terza nel 1996. Ora lavorano con i due figli: Giovanni affianca la madre in cucina, e Alberto partecipa all’acquisto delle provviste e alla gestione dell’esercizio con il padre.

    Un nucleo familiare molto solido, che ha saputo evolversi nel tempo e forse contribuisce all’ambiente particolarmente accogliente di questa bella dimora immersa nel verde.

    Tortelli di zucca, sella di capriolo al vino rosso e mirtilli, terrina di gamberi, verdure, caviale e olio extravergine d’oliva… In ognuno di questi piatti la natura sembra a portata di mano.

    Prendete ancora il famoso risotto allo zafferano e carciofi fritti, una ricetta tipica della Lombardia, realizzata con il riso Vialone Nano coltivato nei fertili dintorni di Mantova, cosparso di piccoli cuori di carciofi italiani tagliati sottilissimi, saltati in padella e conditi con i pistilli di uno zafferano “fatto in casa” piantato nell’orto…

    Un giardino dell’Eden in questa terra di Lombardia, insomma… il paradiso del “pescatore”.

    Testo tradotto dal francese, tratto dal libro “LES 3 ÉTOILES DU GUIDE MICHELIN, le tour du monde des tables d’exception”, Manufacture Française des Pneumatiques Michelin, marzo 2009. Venduto esclusivamente nel Cofanetto Lusso Collector Centesima edizione della guida MICHELIN Francia 2009.


  29. scusate, mi è scappata la mano… ma quando sento sapore e profumo di casa, mi capita

    JB


  30. “il porco è animale voracissimo e perciò abbonda di sangue e calore.

    Platina, “De honesta voluptate”


  31. Josif, secondo me questa cosa del maiale ti ha scatenato l’istinto competitivo, aggiunta poi alla nostalgia dei sapori di casa, e vista l’ora, ti sei effettivamente un po’ allargato.

    Comprendo.

    “De honesta voluptate et valetudine”, titolo di grande potenza evocativa anche dovuta al doppio ossimoro, me lo dovrò procurare.

    Tre stelle Michelin… ammazza.


  32. Non si trova da nessuna parte… lo cerco su Amazon, Alibris, MareMagnum… è esaurito!
    (come me)

    JB


  33. Josif: Hai presente un papero travolto da un’orda di maiali spaventati che cercano di sfuggire alla mattanza? Mi hai lasciato così, in mezzo all’aia.
    Concordo comunque sul fatto che il gras pistà, o lardo pesto, sia davvero altro dalla sugna. Già questa parola, per quanto mi riguarda, è di per sé rivoltante.

    Ah! Con mia grande gioia, tutti i maiali che mi hanno travolto sono riusciti a scappare e si sono dati alla macchia!


  34. @Josif. Calma.

    @Papero: Succede a diversi, paperi e no, di sentirsi leggermente spiazzati…


  35. Papero, non gettare le tue perle ai porci…

    Porco: dal greco porikòs, “che fa buchi, fori” (da cui anche “poro”) perché il porco scava la terra col grifo

    Maiale: porco castrato. Così detto, secondo Isidoro, perché animale indicato per i sacrifici a Maia, madre di Mercurio.

    Scrofa: da una radice indo-germanica (Gromphàs) col senso di “scavare” (da cui anche il greco gràphein, glyphein), cosiddetta perché grufola, cioé scava col muso.

    Verro: porco non castrato dedito alla riproduzione; dalla radice sanscrita “varsh”, “avere virtù generatrice” (“varsas”, sanscrito per “pioggia”, ma anche stilla, spruzzo)

    Cinghiale o cignale: porco selvatico; dal latino “singularis”, perché porco che vuol vivere “solo”


  36. e non scordiamoci

    Suino: dal latino “suinus”, porco; russo svinja, tedesco schwein, dalla radice “su”, “generare”, per la grande prolificità di questo animale

    Suillo: dal latino “suillus”, nome antico del fungo che noi chiamamo “porcino”


  37. Papero evangelico e parabolico!!

    Marco 5,1-20

    In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Geraseni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
    Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse; “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito immondo, da quest’uomo!” E gli domandò: “Come ti chiami?” “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”. E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.
    Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare.
    I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
    Mentre risaliva nella barca, quello che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati.


  38. E per fortuna che non erano “porci con le ali”….


  39. Troia: la femmina del porco; dal celtico tork (gaelico “torc”, bretone “tourch”), “verro”


  40. Gli animali vengono spesso in nostro soccorso con grande generosità, arricchendo la nostra esistenza. Qualche volta ci salvano la vita, mossi da qualche impulso. Qualche volta ci salvano la vita mossi da qualche chirurgo (vedi valvole mitraliche di maiale, appunto)


  41. dopo “fronte del porto”, “fronte del porco”


  42. ma è meglio non “buttare tutto in vacca”


  43. Carlo Donà
    Per le vie dell’altro mondo
    L’animale guida e il mito del viaggio

    Per le vie dell’altro mondo studia essenzialmente il tema dell’animale guida: esamina, cioè quella foltissima galassia di storie, di ogni tempo e di ogni paese, in cui una bestia, per lo più inseguita da un cacciatore, si trasforma improvvisamente nel conduttore fatato che dischiude a chi lo insegue le porte di una dimensione arcana. Di per sé, questo tema – squisitamente sciamanico – è collocabile al centro di un’antichissima tradizione animalistica che, elaborata nelle sue linee fondamentali all’interno delle culture di caccia, è sopravvissuta sino alle soglie della modernità all’interno di generi come il mito, la fiaba o il romanzo arturiano. Lo studio dei viaggi oltremondani compiuti al seguito di un animale permette quindi di attraversare tutti questi generi, e di ricostruire, sia pure da una prospettiva particolare, l’oscura profondità di una concezione del mondo insieme arcaica, tenace e straordinariamente suggestiva.

    (2003) pp. 624

    ISBN: 88-498-0416-4

    €. 40,00


  44. Josif ringrazio per questa segnalazione. Penso davvero che sarà la mia prossima lettura :o]

    Dì, ma oggi sei scatenato!!! ;o)


  45. Josif scusa, Artemisia lo sà, faccio un gran casino con le faccine. Volevo che uscisse un bel sorriso sincero!!


  46. stanno cadendo i freni (inibi)tori…
    e di calembour in calembour, via barzagheggiando, sono freni (inibi)tori scatenati

    JB


  47. beh però l’animale guida non scompare con le leggende arturiane!

    ad esempio c’è Moby Dick

    ce ne sono tracce nei romanzi di Philip K Dick (“Do androids dream of electric sheep?”)

    E che altro è lo scarafaggio di Kafka se non un animale guida verso l’inconscio?


  48. certo, un maiale guida non si è mai sentito

    l’unico di cui le cronache abbiano parlato era quello tenuto a guinzaglio da George Clooney

    JB


  49. Cinghiale (bacrie) – come la scrofa e il maiale anche il cinghiale è un animale molto sacro, connesso alle energie della terra, ma anche all’aldilà. I Celti credevano che la sua pelle guarisse le ferite. E’ simbolo di saggezza, poesia e introspezione. Guida nel mondo inferiore.


  50. La festa di S. Antonio abate cade il 17 gennaio.
    Nell’antica Roma la fine di gennaio era contrassegnata da ricorrenze e cerimonie atte a purificare gli uomini e
    gli animali, i campi, per propiziarsi gli dei affinché permettessero il regolare rinnovamento delle stagioni. Anche
    nel mondo Celtico la festa di “IMBOLC” segnava l’allentamento della morsa del freddo con l’inizio del periodo
    durante il quale nascevano gli agnelli.
    Nell’iconografia di S. Antonio abate (da abba, padre) compare oltre al maialino con la campanella, anche il
    bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime
    e al destino.
    Nel giorno della sua festa liturgica si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici: in
    alcuni paesi di origine celtica S. Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, LUG, il
    garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali selvatici, così S. Antonio venne rappresentato in
    varie opere d’arte con un cinghiale (divenuto poi maiale) ai suoi piedi.
    Il cinghiale è per i Celti il simbolo della classe sacerdotale, quindi legato al druido. Infatti, in molti racconti
    mitologici, il cinghiale è bianco in quanto questo colore è attribuito all’autorità spirituale.
    La fondazione di Milano (Mediolanum) da parte di Belloveso, giovane re celtico, avvenuta nel IV secolo a.c.
    deve considerarsi come “ver sacrum”, primavera sacra, cioè la migrazione di un popolo guidato da un
    giovane sovrano che segue le indicazioni di un animale guida con proprietà divine.
    Una leggenda medioevale narra infatti che una “scrofa semilunata” (cioè un cinghiale) avrebbe indicato al
    suddetto Re il sito dove sarebbe dovuta sorgere Milano. Il termine Mediolanum, visto sotto l’aspetto della
    cultura celtica significa “in mezzo – al centro del mondo” e identifica questa città come sacra, con il simbolo
    sacerdotale del cinghiale ( come la Lupa fu per Roma)
    Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, è anche il patrono di quanti lavorano
    con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quale fuoco metaforico che era l’herpes zoster; ma anche in
    base alla leggenda popolare che narra che S. Antonio si recò all’inferno per contendere l’anima di alcuni morti
    al diavolo e mentre il suo maialino sgattaiolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco
    infernale il suo bastone a “tau” e lo portò fuori insieme al maialino recuperato e lo donò all’umanità
    accendendo una catasta di legna. Ecco perché alla sera della vigilia della festa dedicata al Santo si
    accendono dei grandi falò.


  51. e rieccomi a casa: la mia parrocchia natìa è, appunto, dedicata a Sant’Antonio Abate

    JB


  52. Vedi che tutto torna.


  53. Già. Del maiale non si butta niente.
    L’eterno ritorno (al troguolo)


  54. S’era partiti in groppa al sentimento,
    sugna e zamponi vanno spostando il tiro.
    Lo so che sembra il colmo del vampiro,
    ma troppo sangue, mi cola fin dal mento.
    JFK


  55. Non ha l’ottimo artista alcun concetto
    che un arrosto in se non circonscriva
    col suo coperchio, e solo a quello arriva
    la man che ubbidisce all’intelletto.

    Il mal ch’io fuggo, il ben ch’io mi prometto,
    in te, donna leggiadra, altera e diva,
    tal si nasconde; e perch’io più non viva,
    contraria ho l’arte al disiato affetto.

    Sapor dunque non ha, né tua beltate
    o durezza o fortuna o gran disdegno,
    del mio mal colpa, o mio destino o sorte;

    se dentro del tuo cor carne e patate
    porti in un tempo, e che ‘l mio basso ingegno
    non sappia, magnando, trarne altro che morte.


  56. Buon sangue non mente. Josif, appunto.


  57. @JFK: A chi lo dici…

    @Josif B.: (sta per Buonarroti)
    Non sarà meglio darci un taglio?

    E non cominciare con la tagliata, ora.


  58. A te cola dal mento, a me risale
    dalle caviglie alle ginocchia e poscia
    insozza i pantalon sino alla coscia…
    Ah me lasso! m’infracica il gambale

    questa marea di sangue umori e fiele!
    Meglio sarebbe che cotanto strazio
    spandesse le sue onde nello spazio
    invece d’incollarsi come miele

    sotto le suole. Osceno macello!
    Un Papero di scansa dalla turba
    di porci grufolanti sulla soglia

    mentre Artemisia, mal non me ne voglia,
    mostra la lama sua a chi disturba…
    Mi sa che finirò qui, sul più bello!



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