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Boboli, ottobre

19 ottobre 2009

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Per un Iddio che rida come un bimbo,

tanti gridi di passeri,

tante danze nei rami,

un’anima si fa senza più peso,

i prati hanno una tale tenerezza,

tale pudore negli occhi rivive,

le mani come foglie

s’incantano nell’aria…

chi teme più, chi giudica?

Giuseppe Ungaretti, “Senza più peso”, 1934

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41 commenti

  1. Ma lo sai che ho parlato di questa poesia durante il mio esame di maturità? Ma lo sai che partendo da questa poesia parlai della poetica italiana del nocevento e la commissione mi fece pure un applauso?
    Mamma mia che soddisfazione! Visto che frequentavo giusto il minimo indispensabile ed ero considerato uno scansafatiche!

    Dopo quasi vent’anni mi posso anche stimarmi!!! :0]


  2. Ma voi la conoscete la poetica italiana del NOCEVENTO?

    Se sì, VE NE POTETE STIMARVENE anche voi…

    ;0))


  3. la poetica del “nocevento” è bellissima Papero, mi sa di un qualche albero esotico 🙂
    se la sapessi me ne stimerei, ma non ricordo che in classe nostra si sia mai arrivati fino ad Ungaretti…


  4. Lophelia: Già, un albero esotico. Potremmo chiedere a Mauro d’illustrarlo.

    Ricordo l’emozione che provai quando lessi questa poesia, ed evidentemente mi emoziona ancora poiché ne sono passati quasi trenta di anni e non venti come ho detto prima.


  5. Sinite parvulos venire ad me

    Matteo, XIX, 14


  6. @Papero: Pensa che io invece alla maturità (1983) portai l’amato Gozzano, e in particolare mi fu chiesta “Cocotte”… Io invece parlai della malattia come metafora e come alibi borghese. Niente applauso però, solo strette di mano.
    Non frequentavi? Scansafatiche? Orrore. Pensa che io ero tutta perfettina…
    Però su una parola come “nocevento” avrei potuto passarci giorni, ad esempio scrivendo una poesia con questo titolo: “Il nocevento”. Me ne sarei stimata molto.

    @Lophelia: No, in classe nostra purtroppo non si arrivò mai da nessuna parte in Italiano, anzi ci fu l’involuzione che sai. Credo che a salvarci furono quei famosi pomeriggi…

    @Josif: Parvulos in Bobolo??? Lupus in fabula?
    Quis catto dices?


  7. Qui autem invenit illum invenit thesaurum
    Siracide, VI, 15-16


  8. @Grande Fratello di JB: Ma che fai, gli dai spago??

    @JB: E tu, sapevi di avere un gemello?


  9. Tradet autem frater fratrem in mortem, et pater filium; et insurgent filii in parentes et morte eos afficient.
    (Matthaeum, 10, 21)

    Iesus autem dicit eis: “Utique; numquam legistis: “Ex ore infantium et lactantium perfecisti laudem”?
    (Matthaeum, 21, 16)


  10. Mio fratello è figlio unico

    JB


  11. @JB: Meno male.

    (scherzo eh)


  12. In realtà non sono figlio unico, ma citavo Rino Gaetano

    JB


  13. @JB: Quando mai tu non citi?


  14. Tutta la vita è una citazione, Arte.
    Pensaci.
    Credi che nell’essere umano ci sia qualcosa che lo rende originale?
    Credi che i gesti che facciamo ogni giorno siano un nostro prodotto esclusivo, mai espresso da nessuno prima di noi e che mai nessuno dopo di noi esprimerà?
    I nostri sogni, i nostri desideri, i nostri peccati, le nostre parole, le nostre azioni, le nosre omissioni, tutto quanto è stato già realizzato da altri e ancora lo sarà.
    Dunque noi citiamo e saremo citati.

    L’unica cosa che ci rende unici, inimitabili, non sono parole opere e omissioni, pensieri o azioni. Ciò che ci rende unici è l’anima.

    Ma anche l’anima non cita Colui che ci ha creati?

    jb


  15. Praticamente, la creazione è un blog.

    Scusa la stronzata, in realtà ho bisogno di tempo per riflettere su questo commento perchè è tutt’altro che cretino.


  16. Vatti a fidare dei ricercatori!
    Avevano spacciato che il lungo polimero a doppia elica del DNA fosse unico e originale.
    Il mio lo tiravo su come un bambino dal sorriso pieno di stupore, lo portavo a vedere i passeri danzare nei rami.
    Sono rimasto di sale.
    Le mani come foglie morte a danzare nell’aria.
    Chi teme più, chi giudica?
    Meno male c’è il poeta, a dirci quanta forza si liberi nell’ Uomo, che tende, con l’azione e le parole, a riconquistare la sua dignità.
    E ridatemi il mio DNA.
    JFK, the original one.


  17. la cosa che ci rende unici è cosa scegliamo di citare


  18. Ricordo di aver letto da qualche parte questo aneddoto raccontato da un allievo del violoncellista Pablo Casals: l’allievo si presenta dal maestro, il quale gli suona un pezzo, probabilmente una delle suites di Bach, immagino la numero tre. E gli dice: “Voglio che tu la suoni esattamente come me”. L’allievo si impegna moltissimo, e giorno dopo giorno si esercita ossessivamente per imparare ogni minima sfumatura del maestro, ogni movimento dell’archetto sulle corde, ogni minima pausa, finchè dopo giorni e giorni di esercizio l’allievo esegue una versione perfettamente identica a quella del maestro. Allora Casals gli dice: “Bravissimo. Adesso voglio che lei si dimentichi di tutto quello che ha imparato e che mi faccia sentire come la suona lei.”

    Voglio dire: il DNA di due gemelli è identico, ma i gemelli sono due individui diversi. La nostra individualità è data dalla relazione di ereditarietà e ambiente, dalle nostre scelte, da libertà e condizionamenti.

    Noi possiamo fare gesti esattamente uguali, ma saranno sempre gesti nostri, irripetibili, parole usate da altri magari, note suonate da altri, ma se le suoneremo saranno solo nostre.

    @Josif: L’originalità non mi interessa, mi interessa l’autenticità, che è il linguaggio di un’anima matura, alla quale si lascia spazio per crescere e diventare quello che è. Se per citazione intendi portare in sè il segno o l’impronta dell’energia che le dà vita, allora alla tua ultima domanda rispondo sì.

    @JFK: Come diceva Josif Brodskij the original one, la poesia viene da Dio. Forse, aggiungo io, per questo può salvare il mondo. Meno male che c’è il poeta, dici tu, e hai ragione.

    @Mucca: Commento da Oscar.

    🙂

    (Oscar per la miglior Mucca non protagonista…)


  19. un’anima si fa senza più peso……

    solo qualche volta succede


  20. Siamo tutti uguali? Di fronte a chi? Fra noi stessi o di fonte a Qualcuno che ci trascende?
    Josif, quando citiamo, come fai tu con i tuoi copia e incolla, il Testo si mantiene fra virgolette. È come se queste virgolette fossero una sorta di involucro che le mantiene nell’area di proprietà di chi le ha scritte. Quando leggiamo (bene) le virgolette scompaiono e si può dire che a quel punto possiamo assimilare.
    La cifra personale è un ricalcalo di cifre altrui (un po’ come l’esempio del dna fatto da JFK ). E’ vero, noi arriviamo a Discorso già cominciato e non si interrompe con noi , tuttavia il nostro assimilare ci porta invariabilmente alla nota consegna di far fruttare i talenti. E’ vero anche che “chi dieci, chi trenta, chi cinquanta “, tuttavia, ribadisco, la consegna è stata data.

    L’essenza del testo, il significato, lo stile, l’orientazione, l’animazione e via dicendo sono elementi scomposti che ci permettono l’assimilazione, e che dobbiamo assimilare, diversamente a che prò leggere? Buttiamo via il libro e occupiamoci d’altro.

    Questa impressione di indifferenziazione che mi lasci, mi ricorda “L’eterno ritorno dell’uguale” di Nietzsche. E’ probabile che in qualche modo la sua formazione di filologo abbia contribuito non poco a farlo cadere in questa svista. Certo non si può dire che Nitzsche non leggesse bene, tuttavia questo potrebbe essere un esempio di come nessuno possa essere esente da difetti di assimilazione, soprattutto quando si mangia troppo.

    Quando leggo dell’anima leggo parole, e aldilà di ciò che viene descritto, so che nella parola (realtà di cui non conosciamo l’origine) vi è un intrinseca allusione all’anima.
    Per quel che riguarda “Colui che l’anima cita”, probabilmente Egli può dirsi uguale a se stesso (Egli? Ein-Sof !), noi siamo tutti simili nell’assomigliargli, ma diversi nel non poterci, come Egli, dirci uguali a noi stessi.

    Ed ecco che la vastità del Discorso venendoci incontro ci impone di trovare nuove parole. Dal momento in cui smettiamo di percepirle, leggerle, pensarle come novità esse non sono più anima ma gusci. Esse più che ad un esigenza di originalità (compatibile tuttavia con la somiglianza ci cui prima) ci sfidano all’incontro con l’origine; altro quindi.

    Vedi, già definire nella sua generalità, l’assunzione del Discorso (che nella sua vastità e indefinitezza, pur nei brani di esso che noi incontriamo, non è di nessuno) “Citazione” mi pare si risolva nel fargli assumere un connotato labirintico di indifferenziazione.

    Dietro a ciò c’è, a mio avviso, l’enorme fraintendimento che la cultura (il Discorso) sia qualcosa che eleva l’uomo, che possa permettergli di superare o di correggere le brutture del mondo, l’assenza di senso, l’immensa (ma apparente) devastazione che si presenta ai nostri occhi, e nonostante la pervicacia in questa credenza (un mito), essa non ha effetto.
    Per quanto si pensi, si scriva, si citi, si assimili, si intuisca, si definisca, si analizzi, tutto continua a franare con la forza dei fenomeni elementari.

    Non è che poi di fronte a tutto ciò il Discorso sia destinato ad apparire come qualcosa di indifferenziato proprio per la sua acclarata impossibilità di produrre effetti convincenti?
    Ma allora ribadisco, perché citare? Perché pensare, scrivere?

    Vedere in termini di indifferenziazione non genera un effetto di mimesi generale?
    Come sicuramente saprai quando fra due soggetti che si incontrano si verifica un effetto di mimesi, essi non possono più distinguersi, e quindi riconoscersi, questo genera una situazione di empasse ontologica che si risolve con lo scatenamento della violenza, la quale ristabilisce la differenza e quindi la possibilità del riconoscimento.
    In un mondo che pratica sempre di più un indifferenziazione distruttrice, che si oppone ad una passata differenziazione distruttrice , non ci resta che saper cogliere la realtà di ciò che è diverso , che si distingue, e questo proprio secondo un principio di animazione.
    Noi non siamo monadi per cui sappiamo che a renderci unici è l’anima, e la questione si risolve così. Come faccio a riconoscere l’unicità di ognuno, il trasparire della sua anima, se non attraverso ciò che dice, ciò che fa, ciò che omette, ciò che cita (come giustamente fa notare Mucca).

    Questo è un esercizio fondato su un attrezzatura di ( come la chiami tu ) citazione continua, che però DEVE diventare soluzione. Allora il discorso si fa plastico; è la nostra grande risorsa per superare illusioni e fraintendimenti, per ridarci mobilità di pensiero. Mobilita!. Altrimenti si resta fermi all’angolo, come un pugile che continua a prendere colpi senza saper più reagire.


  21. @Mauro: “In principio era il Logos”. Energia ordinata, ma anche Discorso, Parola. Per questo nella parola c’è un allusione all’anima, e quindi all’Origine.

    E poi tu dici “riconoscere l’unicità di ognuno, il trasparire della sua anima”: non ho veramente altro da aggiungere.


  22. Prendo spunto dal bel commento di Mauro per fare una nota a margine, non riesco a tacere su questa frase: “Come faccio a riconoscere l’unicità di ognuno, il trasparire della sua anima, se non attraverso ciò che dice, ciò che fa, ciò che omette, ciò che cita”.
    In troppi casi il dire non fa affatto trasparire l’anima, piuttosto la maschera e la imbelletta, più o meno consciamente. C’è un livello di elaborazione che spesso diventa artificio, copertura, nebbia.
    Il fare, invece, lo trovo più diretta emanazione dell’anima.
    Poi, certo, si può dire che anche le bugie che scegliamo di dire e di dirci ci rendono unici.


  23. D’accordo con Lophelia.
    Per aggiungere qualcosa però farò una citazione che per me è un vero missile:
    “se volete ben comprendere un uomo e penetrare la sua anima, non lo scrutate quando tace, parla o piange, neanche quando è agitato dalle più nobili idee, ma guardatelo quando ride.”

    Dostoevskij
    “L’Adolescente”


  24. Ho appena chiesto a qualcuno “come rido io?”, mi è stato risposto: “Tu sei una che deve avere un contenuto alla risata. Ridi con intelligenza, e con femminilità”.

    Speriamo che Dostoevskij abbia ragione.

    @Lophelia: Assolutamente vero. Molti, moltissimi si nascondono dietro le parole, più o meno consciamente, se la raccontano (ce la raccontiamo un po’ tutti).
    Forse però questo può significare che appunto la parola autentica, quella che esprime veramente il nostro essere, è rara, preziosa. Esiste, ma è come un diamante tra le tante parole quotidiane. Forse bisognerebbe soffermarsi su questo, parlare meno ma parlare meglio, e parlare in maniera consona alle nostre azioni. Anche se ci sarà sempre uno scarto tra come siamo e come vorremmo essere, forse le parole giuste possono aiutarci a prenderne coscienza.
    Ti ricordi quella discussione metafisica in pizzeria, io te e F, e la gente che si girava dagli altri tavoli?
    Non si riduce tutto, forse, ad una supremazia della parola, della chiosa, rispetto al messaggio centrale che è azione, modo di essere, testimonianza di vita?


  25. Quattro volte “forse”…

    Forse, denota molto rispetto delle vostre opinioni?


  26. Non ricordo chi l’ha detto e se l’ho ridetto (sono mucca e l’assimilazione è tutto un avanti e indietro), ma è la maschera che scegliamo ciò che meglio ci rappresenta.
    Ovvero, sono le scelte che facciamo che ci rendono unici, qualunque faccia o lato della personalità indossiamo. Come dice Lophelia, è il fare l’emanazione più diretta dell’anima.


  27. Ben ruminato, Mucca.
    E la maschera (persona) spesso prende il sopravvento.

    È vero che è l’azione che ci esplica e ci rappresenta, però io dico anche che il linguaggio è in parte costitutivo dell’azione. Se io esprimo in parole un’opinione, o un sentimento, o un pregiudizio, in parte li formo e dò loro vita.
    Ricordo che ne parlavamo molto tempo fa a proposito del linguaggio che discrimina, da qualche parte.

    Comunque non ci fate caso, è la vecchia filologa che ogni tanto colpisce.


  28. Più che citazioni siamo specchi.

    JB


  29. mucca: epperò, se il fare si riducesse al mascherarsi e la maschera fosse tutto che tristezza.

    arte: ma quante volte la parola viene invece usata per difendersi, farsi scudo, legittimarsi? a volte verrebbe voglia di interdirne l’uso, per vedere quello che resta. Per me non costituisce ma definisce, e non è affatto garanzia di esistenza di ciò che esprime.


  30. Tra coloro che si servono della metafora dello specchio per caratterizzare i rapporti tra
    cosmo visibile e invisibile Uškalov (1993: 13) cita Plotino, i testi gnostici e lo Pseudo-Dionigi
    (De caelesti hierarchia, III, 2; De divinis nominibus, IV, 22). Ciò è indubbiamente vero; tuttavia, prima dell’Areopagita, l’immagine dell’anima come “specchio” in cui l’uomo, conoscendosi, riconosce i segni del Divino sepolto dentro di sé, era stata sviluppata da Clemente Alessandrino (Stromata, I, 19, 94, 4-5), Gregorio Taumaturgo (Migne 1857 [in seguito PG] X 1084b-c),
    Gregorio di Nazianzo (Oratio II, 7, PG XXXV, 414c) e Gregorio di Nissa, il quale traspone in
    senso mistico un passaggio dell’Alcibiade maior (133c) (De anima et resurrectione, PG XLVI 89c)
    (cf. Danielou 1944: 210-222; von Ivánka 1992:125). Nell’ambito della tradizione barocca rutena,
    sullo “specchio” offerto da Dio all’uomo hanno scritto anche D. Tuptalo e A. Radyvylovs’kyj
    (Uškalov 1996: 302).

    http://ejour-fup.unifi.it/index.php/ss/article/viewFile/2692/2433

    Ammazza quanto so’ “colto”!

    JB


  31. @JB: Ma siamo specchi che riflettono, nell’accezione traslata della parola. Non riflettiamo neutralmente, siamo superfici vive, come le vecchie spere d’argento. Ed è sopratutto nel volto dell’altro che troviamo noi stessi.

    @Lophelia: Tante, tante volte.
    La parola viene continuamente usata a sproposito, o tendenziosamente. Bisognerebbe, secondo me, recuperare una purezza, un’attenzione, un rispetto per la parola. Perlo anche e soprattutto di intento mio personale.

    Ovviamente la parola non crea la realtà (se dico “cannolo siciliano” purtroppo non appare), ma contribuisce a costituire sentimenti e opinioni, perchè appunto li definisce e dà loro un nome, nel bene e nel male.


  32. Josif, leggo ora…

    Hai mai visto “Lo specchio” di Tarkovskij?


  33. Niet, non ho visto Tarkovskij, so che dovrei, ma in videoteca non c’è, hanno solo “Natale a Rio”, “Natale sul Nilo”, “Vacanze di Natale”…

    JB


  34. sarebbe bello, specie a quest’ora, costituire un timballo di maccheroni.
    (perli? :-))
    sarebbe bello indagare il parallelismo tra linguaggio e immagini, nella loro capacità di “costituire” una realtà e nella loro ambiguità rivelatoria/ mistificatoria. Spunto utile anche per “l’altro” discorso.


  35. magara! li maccheroni so’ bboni!
    e a stomaco pieno se rraggiona mejo! puro de filosofia, de filologia, de ottica, de cine, de audio, de specchi…

    JB


  36. adesso scappo. quando i maccheroni so’ pronti chiamatemi, ne prendo due porzioni, se ci sono, altrimenti una sola, purché abbondante

    ciao

    JB


  37. @Lophelia: Io perlo perchè ciò la bocca, anzi la becca…

    (questo è per chi crede che io abbia un umorismo intelligente, sfatiamo il mito)

    Spuntissimo di grande auttualità e rilevanza il parallelo tra linguaggio e immagini, ecco appunto un esempio di realtà “creata” attraverso il linguaggio, assolutamente da approfondire sull’altro discorso (sappi però che ancora non ho scritto nulla).

    @JB e Lophelia: Non infierite col timballo, che sto disperatamente tentando di sfamarmi con uno yogurt. Dò la mia porzione di timballo a Josif che è meglio.


  38. Josif: “Lo specchio” di Tarkowskij ce l’ho doppio, ne ho comprati due… mah. Se potessi te lo darei volentieri.
    Per un pò mi sono chiesto per quale motivo ne avessi comprati due (in tempi diversi), rimbambimento a parte. Mi sono risposto che è un atteggiamento maniacale quello di voler cercare un significato recondito in tutto ciò che si fà. Così adesso, quando mi capitano in mano entrambi mi faccio una bella risata, per far contento Dostoevsky e alla faccia del mio ex psicoterapeuta :o))


  39. Aridaie con le faccine che escono a tradimento!!! Volevo solo sorriderti.


  40. @Papero: Hai comprato il secondo per riflettere il primo, no?

    🙂

    (è il pensiero che conta)


  41. Hi Hi Hi :o]]



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