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Il vestito grigio

19 settembre 2009

In istituto, qualche giorno fa, meeting internazionale. Davanti alla porta del mio ufficio sfilano cervelli eccellenti in corpi di ogni forma e colore, e spariscono nell’auditorium. Li seguo, mi siedo in ultima fila. Mi colpisce una faccia, uno che entra per ultimo, un uomo molto, molto triste, con un brutto vestito grigio, gli occhi rossi e l’aria spaesata. Si guarda intorno senza vedere nessuno, poi va a sedersi insieme agli altri.

Alla pausa, chiedo alla segretaria: “Ma chi è quello?”

“Ah, non lo sai?” La segretaria ha un allegro accento del nord, che di solito mi piace ascoltare, ma che avverto sempre più incongruo via via che procede nel racconto. “Quello”, dice, “è un medico ucraino. Ha una borsa di ricerca in Canada, per sei mesi. Ieri gli hanno telefonato che sua moglie, in Ucraina, ha avuto un incidente d’auto ed è morta. Suo figlio è gravemente ferito.”

Pausa.

“E lui che ci fa qui? Perchè non parte?”

“Non può tornare in Ucraina. Prima di tutto, non ha i soldi per il viaggio. Ha solo il biglietto di ritorno per il Canada. Non ha carta di credito nè contanti, lo so perchè abbiamo pagato tutto noi, per lui e per gli altri di alcuni paesi dell’Est, quando li abbiamo invitati. Gli altri partecipanti si sono offerti di pagargli il biglietto per tornare a casa, ma se non torna in Canada avrà bisogno di un nuovo visto, e quando alla fine glielo daranno il progetto sarà terminato e sarà inutile che ci torni. Avrà buttato via anni di lavoro. Per questo, ha deciso di non andare al funerale, e ha rinunciato a vedere suo figlio.” La segretaria continua. “Nessuno di loro ha un conto in banca. Non hanno fondi per partecipare a questi incontri. Paghiamo noi, perchè sono bravi, è giusto che partecipino.”

L’uomo col vestito grigio e gli occhi rossi guarda lo schermo luminoso, con le parole scritte in un alfabeto che non è il suo. Descrivono una realtà che non è la sua, un mondo ideale dove i pazienti non soffrono il dolore perchè ricevono gli ultimi preparati del mercato, cure ottimali, competenza professionale, dove si misura la qualità della vita, gli indici psicosociali, la qualità delle cure. Lui, ai suoi pazienti a casa, non può neanche amministrare morfina perorale, perchè dovrebbe acquistarla al mercato nero.

Persino al proprio dolore, che ora lo brucia, non può permettersi di dar voce.

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29 commenti

  1. Io lo odio tutto questo


  2. Lo capisco, ma non serve proprio a nulla.


  3. Non mi riesce di dire proprio niente.
    No la verità è che: mi riesce di dire qualcosa. Ma ne ho paura, perchè non si deve giudicare e non voglio giudicarlo, penso a una storia, e penso che ne trarrebbe beneficio.
    Io ho avuto un carissimo amico. E questo carissimo amico era uno psicoanalista molto famoso. Aveva una moglie che amava molto. A un certo punto la moglie si è ammalata di cancro. Ecco. Finchè non è morta, negli anni di malattia, ecco, zero lavoro tutto fermo, solo a occuparsi di lei. Non ha scritto niente per sei anni. Ha seguito solo i pazienti che aveva cominciato a seguire senza prenderne di nuovi. Mi disse che la vita lo chiamava a questo.
    Ecco, voglio dire solo che spero che vada dal figlio al più presto. Non per la morale ma per l’anima.


  4. @Zauberei: Certo che ne trarrebbe beneficio. Non c’è alcun dubbio che elaborare il suo dolore e stare vicino a suo figlio ora, e non fra mesi se sopravviverà, sarebbe la cosa giusta, umanamente,psicologicamente, moralmente giusta.

    E allora, perchè non lo fa?

    Forse, perchè nella società da cui proviene, per gli schemi mentali, professionali e culturali che lo hanno formato, non ritiene di poterselo permettere?

    È problematico, secondo me, paragonare uno psicanalista italiano molto famoso a un medico ucraino senza un soldo in tasca, che proviene da una giungla di abusi di potere, corruzione, ignoranza, e che solo con l’aiuto della sua intelligenza si è costruito uno spazio, a gomitate.

    E allora, questo è il punto, e ti ringrazio del parallelo col tuo amico, perchè lo evidenzia: I sentimenti che tu, io e il tuo amico potremmo permetterci, anche perchè noi sopravviveremmo, professionalmente ed economicamente, per sei anni e anche oltre, per quel medico erano un lusso improponibile. Persino nel dolore che può colpire tutti, esiste, per alcuni, un’ulteriore ingiustizia.


  5. artelilla non sono certa- ma hai senz’altro delle ragioni.
    Però non sono convinta lo stesso. Un po’ è perchè ci ho dei parenti in Russia, e distano meno di altri allocati in Sicilia, culturalmente e parlando e anche come modo di vivere l’inequivocabile merda quotidiana. E un po’ perchè diffido profondamente per la questione del fattore economico come causalità del gesto. E’ un discorso molto complicato, e t’attaccherei un pippone. Per intanto diciamo che sono d’accordo al 63 per cento. E’ terribile essere messi in questi incroci.


  6. @Zauberei: Bè, del 63% bisoognerebbe accontentarsi, anche se naturalmente il mio traguardo è il consenso totale e assoluto…

    😉

    Personalmente, neanch’io credo che il fattore economico qui sia determinante.


  7. Non riesco a staccare la mente dagli occhi rossi di quell’uomo, penso allo spaesamento che l’ ha reso estraneo al luogo , al pubblico, allo scopo per cui si trovava lì.
    Ha pagato, mi dico, e nella forma più crudele.
    Se potessi, gli terrei una mano sulla spalla, ma non saprei andare oltre un colpevole silenzio.
    Invertendo i ruoli, penso a quei barconi e al loro carico di speranza inabissato nel Mediterraneo.
    In un villaggio eritreo, piuttosto che in Sudan o nel Senegal, quante ormai, madri e figli, non sanno quale destino piangere.


  8. @JFK: Anche secondo me c’è un collegamento tra i barconi, il dolore, i brutti vestiti grigi, gli occhi rossi, il silenzio colpevole e i sentimenti negati.
    Magari qualcuno è bravo e lo vede più chiaramente, io lo sento in maniera confusa ma so che c’è.


  9. un tormento indescrivibile deve avere questo uomo qui, però non so io sarei corsa da mio figlio, ma io sono una mamma….italiana


  10. Cribbio Arte… torno al lavoro, muoio dalla voglia di leggerti e sbadabàm, “Il vestito blu”…
    mi hai fatto venire un crampo allo stomaco!
    JB


  11. pardon, non era blu ma grigio. Lapsus calami o daltonismo?


  12. @Zefirina: Anch’io certo sarei corsa da mia figlia, ma credo anche che sia impossibile per me dire cosa avrei fatto al suo posto.

    @Josif: Eeeehh, addirittura morente!
    È la pioggia ad essere blu, non il vestito, al massimo il grigio bagnato di pioggia diventa nero.
    Bentornato, e niente crampi, respira.


  13. su certe cose – anzi in definitiva su una: quella lì – io non ho nulla da scrivere o forse non ho PIU’ nulla da scrivere o forse ritengo che non abbia senso scrivere nulla, insomma qualcosa che valga più di un biglietto di condoglianze.
    come si fa a scrivere e parlare di qualcosa che rimane per noi fondamentalmente e assolutamente un mistero?
    forse è per questo alla fine che continuo ad ascoltare ed eseguire musica, per poter esprimere senza dire e calarmi in qualche modo nel mistero o nei misteri.

    un’ altra cosa su cui pure mi sembra impossibile scrivere è l’Italia di oggi che sinceramente a me pare messa peggio dell’Ucraina.
    o forse non ho più nulla da scrivere su qualsiasi cosa.


  14. @Francesco: Partendo dal fondo, è vero che l’Italia di oggi è messa molto male, però peggio dell’Ucraina non so, non credo. Non sono sicurissima. Ma concordo che sia meglio non scriverne.

    “Quella cosa lì”, cioè il mistero della morte, è forse invece l’unica cosa di cui valga veramente la pena di scrivere e parlare, perchè farlo è in realtà l’unico modo di parlare del suo complemento e rovescio, cioè il mistero della vita. È l’unica cosa di cui parli tu, in fondo, anche adesso. Tutto, in realtà, parla di questo, o del terrore/timore/pudore di parlare di questo. E la musica è forse IL linguaggio più adatto ad esprimere questa dualità, suono/silenzio.

    Io quando scrivi cose così mi emoziono.


  15. mi viene solo da piangere.
    Il resto dei commenti e dei sentimenti, li inghiotto.


  16. @Iko: A volte penso a come fai a non piangere quando sei in onda, ma penso sia lo stesso meccanismo che entra in funzione per me, è molto difficile che io pianga in situazioni professionali, ma è successo.


  17. la nostra è una società dove esistono solo gli individui e non più le culture.
    e la tv è, purtroppo anche per la tua amica, lo strumento attraverso il quale questa trasformazione antropologica è avvenuta, molto lentamente e altrettanto inesorabilmente.
    e forse noi nati negli anni ’60 siamo l’ultima generazione che può testimoniare di questo passaggio.
    da un’epoca in cui a nessuno veniva in mente di dire frasi come “siamo tutti soli” (di fronte alla morte ma anche in generale) a una in cui ognuno è chiuso davanti al suo pc o alla tv a piangere le sue lacrimucce al riparo da sguardi indiscreti.
    ora forse la mia è una ipotesi fatta così a istinto ma credo che in Ucraina quanto meno siano più indietro rispetto a questa trasformazione, dunque io ipotizzo che stiano meglio di noi e forse hanno ancora qualche strumento che gli deriva dalla loro cultura per far fronte all’angoscia, al dolore e al lutto.


  18. Francesco, in teoria il ragionamento non fa una piega. Nella realtà, io penso che le cose siano un po’ più complesse, e che il tutto non sia riducibile alla tv o meno.
    Però è un’ipotesi interessante.


  19. E’ lancinante


  20. arte, ci difendiamo, mettiamo uno schermo che ci consente di fare il nostro lavoro nel modo più neutro possibile. Sai bene che questo non significa uccidere le emozioni, le trattieni solamente, fino a che ce la fai, fino in fondo se riesci e quando non è possibile esci di scena un attimo prima. A volte mi chiedo se, al di là del concetto di professionalità, sia egoismo o altruismo questo modo di fare, certo è l’unico possibile.


  21. @Iko: Io credo che quello schermo di professionalità non sia di per sè nè altruismo nè egoismo, che non abbia cioè una valenza etica per se, ma che sia solo uno strumento per poter fare un lavoro che altrimenti sarebbe impossibile.
    Però è in quel lavoro stesso che la valenza etica appare e si esprime. Il messaggio, sia esso notizia di cronaca o diagnosi o altro, non è mai eticamente neutro,ma richiede sempre da parte nostra una presa di posizione, un canalizzare le emozioni in coscienza dei valori che si propongono, esplicitamente o implicitamente.


  22. Iko, stavo riflettendo su questo, forse un chiarimento a quanto ho scritto prima: la comunicazione è potere. Il potere è eticamente giusto quando ha come scopo il promuovere l’uguaglianza (intesa naturalmente non come uniformità, ma come uguali diritti e uguale dignità).
    La professionalità è lo strumento che consente di lavorarci.

    (ma questo, tu lo sai)


  23. arte, lo sai, è quella la sfida quotidiana, riuscirci. E’ la ragione per cui vale la pena fare questo lavoro.


  24. Il mondo della ricerca, soprattutto quella di base, è spesso alienante, oltre che inaspettatamente crudele. Durante il dottorato non so come ho fatto a passare intere domeniche da solo in laboratorio a coltivare cellule staminali embrionali terribilmente meravigliose ed esigenti… All’epoca credevo di farlo per passione, oggi ritengo di averlo fatto per orgoglio. Sono felicissimo di essere tornato alla clinica, di aver lasciato i topi per gli uomini…
    La storia di questo medico sembra una parabola tanto è paradigmatica. Se poi pensiamo che buona parte dei lavori scientifici sono pilotati o truccati (lo stesso Nature l’ha ammesso…) allora al danno si unisce la beffa, e l’ironia diventa tragica… Sarebbe bello però se questo medico avesse vicino qualche anima buona che lo aiuti a capire che la vita del figlio è più importante di una pubblicazione o del successo personale… Anzi, sicuramente lo capisce benissimo da sé, forse è semplicemente troppo solo e sconvolto per ragionare con lucidità…
    Un bacio Arte, grazie per questi report…


  25. @Antonio: Io credo che lui sapesse benissimo che la vita del figlio è più importante di una pubblicazione. Almeno, una parte di lui lo sa.
    Però, a volte, e per tanti motivi, si sono perse tante cose per la strada, pur di arrivare dove si voleva arrivare.


  26. @Arte: proprio ieri sera pensavo a quello che avevo scritto a proposito di questo signore. Pensavo che forse quella era stata la sua famiglia, e che ora non lo era più, anche se magari i rapporti erano ottimi… La vita è varia, spesso me ne dimentico…
    Baci baci (c’è un vento di tramontana che si fa sempre più forte…)


  27. Sospensione del giudizio.
    A volte nella vita qualunque scelta fai, perdonarti è per sempre impossibile.


  28. Ecco, a me quando mi dicono a che serve l’Unione Europea, a questo serve. A muoversi, liberamente.

    E a che serve muoversi libermente? A tante cose e anche a evitare che sui barconi ci guadagnino fior di soldi i soliti noti, mentre per migliaia di ignoti è la tomba.

    Lo so che semplifico e sono ingenua, ma mi sembra che oggi come oggi fare uno sforzo serio per eliminare visti e frontiere libererebbe energie attualmente solo puntate al negativo, all’opposizione alla vita, e che forse, forse, si potrebbero usare in positivo.

    Sono d’accordo con te su quello che noi ossiamo permetterci e altri no.


  29. Sono d’accordo con te.
    Solo, a volte L’Unione Europea si comporta più come una Fortezza Europea: chi è dentro è libero, e deve difendersi da chi è fuori. Va bene per noi che siamo dentro, molto bene. Per gli altri va meno bene. Però io nonostante tutto ci credo, credo anzi che l’Unione Europea dovrebbe chiamarsi in un altro modo e comprendere tutti gli stati del mondo.



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