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Il fiocco giallo

4 agosto 2009

Non può essere stato facile per mio padre. In piedi davanti alla specchiera della “toilette” della mamma, cercava di pettinarmi i capelli, un unico ammasso di ritrose annodate, che se ne andavano per tutti i versi tranne quello giusto. Io piangevo, per i nodi, per la sua impazienza e per la bottiglia di acqua di colonia rimasta per sempre a metà, doppiamente triste nel riflesso dello specchio. Finiva che doveva intervenire mia nonna, e il risultato erano due trecce fatiscenti che si scioglievano al primo salto.

 

A volte mio padre mi portava con sè in ospedale, dove mi abbandonava alle mani morbide delle infermiere odorose di pulito. Mi lasciavo andare all’illusione delle loro coccole e rimpinzare di formaggini, che a casa odiavo. Una di loro, che mi baciava sempre, riuscì un giorno a farmi una coda di cavallo con un grande fiocco giallo.

 

Mi parve bellissimo.

 

Appena a casa, corsi a farmi ammirare dai miei fratelli. Mi chiesero, ridendo, chi mi avesse fatto quell'”uovo di Pasqua”. Quando feci il nome della baciatrice, subito mia nonna senza dire nulla tolse il fiocco, e tornai la selvaggia di prima. Però potei tenerlo, e provai in seguito ad annodarlo, senza successo, ai capelli di plastica delle mie bambole.

 

Quello stesso pomeriggio, mio padre mi portò a tagliarmi i capelli. Ricordo la faccia falsamente allegra del parrucchiere che ripeteva che ero “proprio bellina” coi capelli a maschietto.  Per anni dovetti tenerli così, esclusa dal ruolo della principessa e condannata a quello odioso del principe.

 

Non ci fu più bisogno di nastri gialli. Mio padre smise di portarmi con sè in ospedale, e le dita morbide delle infermiere divennero, come molte altre cose, materia sottile di sogno.

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12 commenti

  1. mi si è gelato il sangue..al ricordo di un drastico taglio di capelli per via del fatto che iniziava la piscina, in compenso mia madre, donna pratica, (?) con quei capelli ci ha fatto una parruca, che viene regolarmente usata a carnevale, l’altro giorno una mia amica ha osservato che dovevano essere molto lunghi quei capelli, già non li ho mai più portati così!


  2. perché odioso? a me piaceva, fare il principe…


  3. @Zefirina: Non parlarmi di capelli lunghi e piscina, è il tormentone di questa estate, mia figlia rifiuta di tagliarseli e di farsi pettinare, e io purtroppo non ho l’autorità che aveva mio padre…

    Scusa ma non è un po’ macabra l’idea della parrucca?

    @Lophelia: Ti piaceva? Averlo saputo! Peccato che allora non giocavamo ancora insieme.


  4. Ma il fiocco giallo l’hai conservato?

    (Scritto mentre, a occhi chiusi, butto via cose per far spazio, sapendo che sto gettando cose importanti insieme a quelle ridondanti).


  5. @Fabio: Purtroppo no.
    “Butti via cose” ad occhi chiusi? Mi tremano le vene e i polsi…


  6. Ma perchè il gesto brusco della nonna?


  7. Fin dall’infanzia, l’ordine (non già come opposizione al disordine, ma come legge) delle necessità fa la sua comparsa. In parte in modo autonomo, in parte per la presenza degli adulti.
    Quando si apre un varco di annientamento, il bimbo (questo puo valere anche per un adulto, anche se con tutte le differenze del caso) gettato nella sua solitudune, acuisce la sensibilità primordiale.
    La necessità rompe gli argini in un disordinato dilagare.
    E’ il momento in cui al forza di gravità, con tutto il suo peso, mette sotto pressione quella parte del suo carattere che è materia non ancora plasmata.
    Come creta molle, la materia asportata dal colpo resterà, via via che si svilupperà il processo di formazione, come una scalfittura.
    L’altra parte del carattere, quella elementare, innata, anticipante, non determinata (di natura ovviamente più sottile)si adegua. Nonostante l’oscurità, cerca di penetrare nei varchi, e insieme , come dicevo prima, acuisce la sensibilità.
    Di questo processo di adeguamento, il cui lavorìo rimane perlopiù nascosto, rimangono le immagini; immagini che possono diventare spettri; spettri che albergano quella scalfittura lasciata dall’impatto con l’annientamento; spettri, magari in forma di fiocco giallo.


  8. @Antonio: Non lo so. Ma ricordo che in quel momento percepii che c’era un nesso con la baciatrice.

    @Mauro: E a volte la scrittura dà vita a quegli spettri. (O il sogno.)


  9. In questo caso la scrittura è evocazione, mentre il sogno è visitazione. Tuttavia, sempre in un ordine di necessità ( che in quest’accezione non è legge, bensìcome facoltà ordinatrice)la scrittura ha una sua funzione.


  10. …bensì, facoltà ordinatrice..
    Lasciando perdere il come.


  11. La scrittura è più o meno un atto della volontà conscia, mentre il sogno è un prodotto dell’inconscio. Entrambe le attività hanno secondo me una funzione ordinatrice, è solo il livello di coscienza che le differenzia.
    Condivido, quindi.


  12. Tutta roba di lavoro. Una liberazione. Come dire, c’e’ il mio nome, ma sto schifo non l’ho davvero mai scritto, vedi, non esiste piu’.



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