h1

L’incubo

22 maggio 2009

grbild11

La casa è completamente buia, immersa nella notte più nera. L’unica luce proviene da una lampada, posta all’ingresso, a lato della porta. Mi pare, uno di quei vecchi lampioni col piatto di metallo sopra e la lampadina nuda. L’impressione è di desolazione, mistero e paura. Osservo la casa da una certa distanza. Tutto è silenzioso.

Io so che all’interno c’è qualcosa di terribile, che qualcuno vi è tenuto prigioniero. La luce del lampione disegna un breve alone nel buio immenso del mio sonno.

Poi arriva quest’uomo, falsamente gentile, dai lineamenti indistinti e dalla voce melliflua. Mi invita ad avvicinarmi alla casa. Mi mostra un sacco, lo apre e dentro c’è una bambola bionda che somiglia a quella di mia figlia. Mi dice qualcosa come “Guarda che bella bambola”, ma io so che non devo fidarmi, e infatti lui comincia a sbatacchiare il sacco e prevedibilmente la bambola si rivela viva, una bambina bionda che urla di dolore e di disperazione chiamando “mamma”.

Cerco di urlare, e infine ci riesco, e contemporaneamente sento una voce chiamare il mio nome, ripetutamente, e questa voce mi rassicura perchè so che è quella dell’amica con la quale divido la stanza d’albergo, che ho svegliato e che ora cerca di svegliare me per strapparmi dall’incubo.

Mi sveglio, le dico: “scusa, era un incubo”, e mi riaddormento subito. Lei, invece, non riesce più a dormire.

Annunci

39 commenti

  1. spero che non sia stato veramente un tuo incubo pewrchè io sarei morta dall’angoscia e sarei corsa a chiamare valentina!!!

    per un secondo mi è sembrato di leggere quel romanzo giallo di anne holt (che però non mi è piaciuto molto)


  2. però! appena a casa vado a consultare i testi sacri per vedere se trovo qualcosa.


  3. @Zefirina: È assolutamente mio, e non ho neanche letto Anne Holt…

    @Lophelia: Già immagino…


  4. la tua amica per la prossima volta pare abbia chiesto una singola…

    povera! che brutto sogno che hai fatto


  5. @Iko, l’ha voluta lei la doppia, io preferisco sempre dormire da sola.


  6. Questo commento, si riferisce a vari post che si sono succeduti in questi giorni, in tre blog diversi: il mio, quello di Lophelia (con il suo recente post sui sogni) e qui, nella casa di Artemisia, con il post precedente e questo sul suo sogno. Nel post precedente il commento di Lophelia sul “liberarsi dei sogni nella trascrizione” crea il collegamento con questo, suggerendomi quello che a mio avviso può essere un interessante confronto tra la scrittura della poesia e al trascrizione dei sogni.
    Spero che la padrona di casa non si arrabbi troppo per questo mio divagare.

    Intorno alla trascrizione dei sogni, e qui mi riferisco ai sogni non ricorrenti, a mio avviso l’idea che il trascriverli sia un modo per liberarsene è fondamentalmente non vera. I sogni non ricorrenti si dimenticano in tempi relativamente brevi, e trascriverli è proprio il modo per trattenerli.
    Sono un trascrittore pluridecennale di sogni e spesso rileggo cose di cui mi ero assolutamente dimenticato. Assai più spesso mi accorgo che ci sono sogni di cui mi ricordo, proprio perché li ho trascritti, perché ho dato loro una forma sintatticamente ordinata in questo mondo.
    I sogni, con il loro aprirsi irrealtà (surrealtà, hanno puntualizzato alcuni) ai paradossi, alla fuga dalle leggi del funzionamento del mondo, rappresentano l’enigmaticità di fondo. Più in generale , ogni sogno appare come un frammento di enigma, e proprio perché tale assume il connotato di emblema della decifrabilità, qualcosa di prezioso, assimilabile ad una sorta si mappa del tesoro.
    La mia impressione è che nel trascrivere i sogni non si sia esenti da una certa cupidigia (del tutto comprensibile, sono il primo ad esserne soggetto) nel catturare quel ché di misterioso che si palesa in noi ogni notte.
    Non mi addentro nella questione della decifrazione dei sogni, più facilmente messa in causa dai sogni ricorrenti, per i quali il discorso mi sembra diverso.
    Per il sogno ricorrente, il racconto, o meglio ancora la trascrizione, è più facile che diventi una necessità. Questo già per il potere di trasformazione insito nell’atto di portare a racconto consequenziale e linguisticamente coerente una realtà proteiforme della quale facilmente si rischia di diventare in qualche modo prigionieri proprio per la sua ripetitività.
    Bisogna considerare poi, che un conto è trascrivere un sogno, raccontarselo per tenerlo nella propria raccolta, senza la pretesa della immediata soluzione dell’enigma, altra questione è trascrivere un sogno che vogliamo interpretare.
    Nel raccontare un sogno si tende sempre a concentrarsi sugli elementi più eclatanti e facilmente si tralasciano o si dimenticano elementi secondari, per così dire, di sfondo, che per l’assunzione di un quadro veramente efficace sono, più spesso di quanto non si pensi, necessari.
    Più di una volta, conversando con persone che mi raccontavano i loro sogni mi è capitato di notare che tralasciavano particolari (che io gli strappavo con domande; diversamente non sarebbero venuti fuori) che potevano essere decisivi.
    Gioca in questo sviamento l’effetto emotivo delle situazioni vissute, e l’emotività, non solo può far cadere in associazioni sbagliate, ma può dare ad un immagine una falsa identità.

    Con queste semplici premesse si può immaginare l’enorme difficoltà dell’esercizio dell’interpretazione dei sogni. Lo scrivente, senza una disciplina specifica, come mezzo di chiarimento, piuttosto che di decifrazione, ha a disposizione il tempo; ovvero, dopo alcuni anni di trascrizioni, cominciano ad evidenziarsi delle costanti e delle analogie che permettono di sviluppare dei generali percorsi di senso o quantomeno un minimo di orientazione nelle figure della propria vita onirica.
    Per i sogni ricorrenti invece, ribadisco la necessità della trascrizione, quasi (per dirla alla Jodorowsky) come atto psicomagico, come scardinamento delle coordinate del sogno stesso.

    Torno indietro, al post precedente, al commento di Lophelia. Ho già detto che penso che trascrivere i sogni non significhi necessariamente liberarsene, mente trovo assai pertinente l’osservazione di Elliot sulla poesia, e qui si può fare un confronto interessante; ovvero: di quando dal sogno si va alla scrittura a quando dall’indeterminato si va alla poesia.
    Lo straordinario fascino del sogno sta nel fatto (come ho già detto) che segue leggi sue. In esso si palesa un vedere remoto, la cui articolazione è oscura quindi fondamentalmente involuta. Trascriverlo significa evolverlo a racconto, a prosa , attraverso l’ articolazione della sintassi.
    In questa accezione il sogno ci insegna qualcosa della realtà diuturna, fatta anch’essa di apparizioni, ma della quale , seppure sappiamo apprezzare la consuetudine, non è detto che possiamo apprezzarne il senso.
    E qui viene la poesia , che è un portato della nostra coscienza diuturna, del nostro stato di veglia attiva e del nostro desiderio di espressione.
    Non starò qui a dire cos’è la poesia (potrei avere una simile pretesa?) ma mi soffermerò un attimo sulla sua trascrizione (azzardo usando il termine trascrizione come se prefigurassi qualcosa che anticipa la poesia stessa come trascrivibile, anche se io penso che la poesia sia scrittura, e non trascrizione, ma uso qui il termine trascrizione perché questo mi permette un aggiustamento dimensionale che mi può appunto permettere il confronto speculare con la trascrizione dei sogni).
    Noi partiamo, per aprirci alla poesia , dalla condizione dell’esser desti, che percepisce il mondo con le sue leggi alle quali non si può sfuggire. Il tempo, la forza di gravità, il principio di non contraddizione inerente allo spazio, tutto ciò si oppone al sogno. Ebbene, questa è la realtà -evoluta, articolata- sintatticamente regolata, alla quale rispondiamo poeticamente in maniera involuta.
    Nella poesia il linguaggio non è più soggetto in maniera inappellabile alle regole che lo governano, esse anzi tendono a ridursi, a stemperarsi, a piegarsi alla nostra volontà come nel sogno le regole della realtà si piegano ad una volontà misteriosa.
    Se non è il linguaggio a involgersi, è il mondo rappresentato ad assumere forme più stilizzate, o se volgiamo essenziali, verso un originario sentire.
    In tutta questa immagine sembra che il sogno erompa dall’indeterminato, mentre la poesia vi si diriga.

    Una parentela interessante no?


  7. @Mauro: Ti ringrazio di questo commento, che, lungi dal divagare, tocca invece direi in pieno il nesso esistente tra i nostri tre blog, in parte intenzionale, in parte subliminale, o forse, più semplicemente, esempio di sincronicità. Speravo che qualcuno lo cogliesse, e chi altri se non te.
    A me pare che il punto centrale, l’anello che congiunge sogno e poesia sia il simbolo, e più precisamente l’uso del linguaggio simbolico (sogno) e l’uso simbolico del linguaggio (poesia). Il simbolo è un condensato di significato, che ha sia una dimensione personale che universale, e che anzi le congiunge. Per questo analizzare il sogno, come analizzare l’opera poetica, significa sia dare un significato personale a una certa combinazione di simboli universali, che cercare un significato universale nei simboli e nelle immagini personali che vi si susseguono.
    Sia la poesia che il sogno hanno un ritmo mitico, una temporalità atemporale o altrotemporale, propria. Non è che il tempo non esista, è un altro tempo, altrettanto reale. Sia il sogno che la poesia sono addensamenti simbolici di sentimenti, immagini, ricordi, esperienze, personali e umane, appartenenti a strati dell’essere più profondi. Come cristalli essenziali, dalle mille sfaccettature e dai mille riflessi sempre nuovi.
    È interessantissimo quello che dici sul linguaggio del sogno e sul linguaggio poetico come soggetti a regole proprie. In entrambi i casi direi che il linguaggio è cristallizzato, purificato del superfluo, indicativo di altro (simbolico, ma non solo). L’analisi del linguaggio poetico e di quello onirico richiedono un ascolto particolare, un canalizzare le emozioni in una misura, perchè senza misura non c’è arte. Uso a proposito il temine arte, come era un’arte quella degli aruspici e dei vati, un’arte/dono come quella delle sibille, che “vedevano” e parlavano in versi, in uno stato simile al sogno. La ricerca del senso, che richiede ascolto, attenzione, lavoro. Tra l’altro, richiede un “essere desti” in maniera diversa. Anche nel sogno infatti siamo desti, come per la poesia, in un’altra realtà. Il poeta/vate/profeta/cantore “vede” altro ed infatti è spesso cieco, dorme alla realtà.
    Io sono anche convinta che la condivisione dell’esperienza poetica in quanto ascolto, lettura e scrittura, come anche la condivisione del sogno come racconto, sia una delle ricchezze dell’amicizia.
    Avrei potuto scrivere molto di più, vista la ricchezza di spunti che mi offri, ma credo che non sia questa la sede. Ancora grazie.


  8. Appena (ri)letto, proprio stamattina dopo molti anni, in Cristina Campo, “Il flauto e il tappeto”:

    “La paziente accumulazione di tempo e di segreto che si rovescia subitamente in quel miracolo di superiore energia: la precipitazione poetica.”


  9. Forse liberarsene non era la parola adatta, mi spiegherò in un altro modo. Per me scrivere i sogni, ricorrenti o meno, comunque “urgenti”, significa affrontare il loro pericoloso potenziale energetico, che la coscienza al risveglio non è ancora in grado di fare suo. Tradurli verbalmente, pur con tutti i limiti e l’offesa che ciò reca al sogno, è un primo passo per depotenziare i contenuti “carichi”. Liberarsi quindi non tanto dal sogno in sé, quanto dalla sua carica energetica, o quantomeno diluirla.

    Sul sogno di Arte, se può interessare cito i sacri testi:
    Casa: (n generale rappresenta) il corpo umano e la personalità. Si identifica spesso un uomo con la sua casa, perché si pensa che essa riveli il carattere del proprietario.
    La facciata di una casa: (può indicare) la “facciata” del sognatore, l’aspetto che presenta al mondo, agli altri.
    Una casa imponente, che incute un timore reverenziale: (può indicare) la “casa” dell’anima, l’Io.
    Sacco: (come tutti gli oggetti cavi)in generale rappresenta la donna, la natura femminile.
    Oscurità, specialmente una cupa atmosfera notturna: il sogno si riferisce alla sfera dell’anima inconscia, il principio femminile di arrendevolezza contrapposto allo spirito attivo.
    I sogni più oscuri e minacciosi possono indicare che l’intelligenza cosciente ha troppa fiducia in se stessa e ignora il mondo emozionale e passivo della femminilità. Una paura irrazionale dell’oscurità può essere unicamente la paura che lo spirito cosciente sia di nuovo inghiottito dall’inconscio originario, dal quale esso è emerso attraverso un lungo processo di evoluzione.
    Può indicare anche: l’ignoto in generale,o la morte. Oppure qualcosa che il sognatore non vuole vedere troppo da vicino; qualcosa nel luogo oscurato che egli preferirebbe non vedere del tutto.
    Giocattoli: infanzia; forse qualcosa nel sognatore che si è arrestato, che è rimasto bloccato, infantile.


  10. Lophelia,
    In effeti tra i sogni non ricorrenti esiste la categoria dei sogni urgenti. Perlopiù sono incubi, ma non solo. Ho notato che ci sono sogni il cui connotato fondamentale è il piacere, e anche di quelli talvolta conviene liberarsi.
    Comunque devo precisare anch’io che mi riferivo al trascrivere i sogni come pratica di lunga durata, piuttosto che di fatto occasionale o occasionalmente reso necessario.

    Complimenti per l’interpretazione.


  11. @Lophelia: Ma io non avevo paura dell’oscurità, avevo paura della luce di quella casa. Volevo restare nell’oscurità, non entrare nella casa.
    Io non voglio vedere cosa c’è lì dentro! Bisogna farlo capire al mio inconscio una volta per tutte! Diglielo tu!

    😀

    @Mauro: Mi spieghi con parole tue come si fa a liberarsi dei sogni il cui connotato fondamentale è il piacere? (a parte scriverli, naturalmente)

    E complimenti per quale interpretazione?
    (mi unisco ai complimenti, comunque)

    🙂


  12. Con qualcosa di soverchiante. Ovvero con qualcosa che è possibile fare una volta si e dieci no.


  13. … hmmm…


  14. Incubo, secondo i latini uno spirito che prendeva forma d’uomo e giaceva con le donne.

    «Presso il basso popolo di Roma gli incubi erano anche genii o custodi dei tesori nascosti nelle viscere della terra: essi portavano piccoli cappelli , dei quali bisognava prima di ogni altra cosa impadronirsi per costringerli a dichiarare i luoghi dove erano nascosti i tesori. Oggi l’incubo è un sogno morboso il quale ha per suo principale carattere la percezione dolorosa d’un peso immaginario sull’epigastrio o sul petto, coll’impossibilità di gridare ed allontanarsi dall’oggetto chimerico da cui pare essere oppressi»


  15. Scrivo mentre ascolto Tabula Rasa Elettrificata dei CSI (album molto criticato per i testi di Ferretti, ma che io trovo invece splendido per le musiche, specie per le chitarre distorte di Massimo Zamboni e Giorgio Canali).

    Anche uno dei miei peggiori incubi, tra l’altro ricorrente, ha a che fare con una casa. La casa è una distorsione della casa dei miei genitori, quella in cui sono nato, e fonde elementi di altre, in cui ho vissuto, e altri puramente onirici.

    C’è qualcuno in casa insieme a me, ne avverto la presenza. Per tentare di farmi coraggio, vago per la casa e apro ogni porta, spalancando le camere a una a una, per controllare e dimostrami che non c’è nessuno.

    Salgo le scale. Alla fine non mi resta che la soffitta. Mano a mano che salgo i brividi lungo la schiena aumentano.

    Alla fine apro la porta della soffitta ed entro. La paura ormai è devastante ma non posso fare a meno di salire a guardare.

    Dentro però c’è davvero qualcuno, che mi volge le spalle. Io lentamente mi porto di fronte a lui, ma non oso guardarlo in volto. Poi però dentro di me qualcosa mi obbliga a salire lentamente con lo sguardo.

    Alla fine lo guardo in faccia. E’ un volto d’uomo, bellissimo, il più bello mai visto. Ma io sento che dietro quella bellezza si cela un odio e un terrore inestinguibili, che traspaiono dagli occhi. E capisco che è il Nemico.

    A quel punto di solito mi sveglio sudato fradicio e non riesco più a prendere sonno per la paura di tornare nel sogno (cosa che mi accade a volte).


  16. È il timore incessante della paura, la paura della paura che modella il viso dell’uomo coraggioso.

    (Bernanos, Diario di un curato di campagna)


  17. @Josif B: Giaceva con le donne? Cioè nel senso che gli uomini non hanno incubi? Oppure esistono incubi gay (incubus gaius)?
    Chiedo lumi.


  18. Ci stiamo rispondendo in tempo reale, vedo…

    Ma come fai ad avere incubi così belli??
    Il Nemico!
    M’immagino una faccia tipo Ralph Fiennes qualche anno fa, perfida e meravigliosa.

    (Io al massimo un picchiatore di bambole dai tratti indistinti…)

    Non oso interpretare, vediamo che dice la Pizia Lophelia, anche se qualche ideuzza ce l’avrei.


  19. “Non spaventarti per cosi poco: ne ho baciati ben altri che te, molti altri. Vuoi che te lo dica? Io vi bacio tutti, svegli o addormentati, morti o vivi… Nessuno di voi mi sfugge. Io riconoscerei all’odore ogni bestia del mio piccolo gregge”

    (Il diavolo trasvestito da mercante di cavalli all’Abate Donissan in “Sotto il sole di Satana” di Bernanos)


  20. ti mando per email il capitolo originale di “Sotto il sole di Satana” di Bernanos… il mio incubo è dipinto terribilmente da quelle pagine.

    ti assicuro che non c’è nulla di bello, nulla

    è una delle cose più terribili che si possano immaginare, ti do solo qualche esempio

    C’est alors, c’est à ce moment même, et tout à coup, bien qu’une certitude si nouvelle ne s’étendît que progressivement dans le champ de la conscience, c’est alors, dis-je, que le vicaire de Campagne connut que, ce qu’il avait fui tout au long de cette exécrable nuit, il l’avait enfin rencontré.
    Était-ce la crainte ? Était-ce la conviction désespérée que ce qui devait être était enfin, que l’inévitable était accompli ? Était-ce cette joie amère du condamné qui n’a plus rien à espérer ni à débattre ? Ou n’était-ce pas plutôt le pressentiment de la destinée du curé de Lumbres ? En tout cas, il fut à peine surpris d’entendre la voix qui disait :
    – Calez-vous bien… ne tombez pas, jusqu’à ce que ce petit accès soit passé. Je suis vraiment votre ami – mon camarade – je vous aime tendrement.
    Un bras ceignait ses reins d’une étreinte lente, douce, irrésistible. Il laissa retomber tout à fait sa tête, pressée au creux de l’épaule et du cou, étroitement. Si étroitement qu’il sentait sur son front et sur ses joues la chaleur de l’haleine.

    – Dors sur moi, nourrisson de mon cœur, continuait la voix sur le même ton. Tiens-moi ferme, bête stupide, petit prêtre, mon camarade. Repose-toi. Je t’ai bien cherché, bien chassé. Te voilà. Comme tu m’aimes! Mais comme tu m’aimeras mieux encore, car je ne suis pas près de t’abandonner, mon chérubin, gueux tonsuré, vieux compagnon pour toujours!

    C’était la première fois que le saint de Lumbres entendait, voyait, touchait celui-là qui fut le très ignominieux associé de sa vie douloureuse, et, si nous en croyons quelques-uns qui furent les confidents ou les témoins d’une certaine épreuve secrète, que de fois devra-t-il l’entendre encore, jusqu’au définitif élargissement ! C’était la première fois, et pourtant il le reconnut sans peine. Il lui fut même refusé de douter à cette minute de ses sens ou de sa raison. Car il n’était pas de ceux qui prêtent naïvement au bourreau familier, présent à chacune de nos pensées, nous couvant de sa haine, bien qu’avec patience et sagacité, le port et le style épiques… Tout autre que le vicaire de Campagne, même avec une égale lucidité, n’eût pu réprimer, dans une telle conjoncture, le premier mouvement de la peur, ou du moins la convulsion du dégoût. Mais lui, contracté d’horreur, les yeux clos, comme pour recueillir au-dedans l’essentiel de sa force, attentif à s’épargner une agitation vaine, toute sa volonté tirée hors de lui ainsi qu’une épée du fourreau, il tâchait d’épuiser son angoisse.
    Toutefois, lorsque, par une dérision sacrilège, la bouche immonde pressa la sienne et lui vola son souffle, la perfection de sa terreur fut telle que le mouvement même de la vie s’en trouva suspendu, et il crut sentir son cœur se vider dans ses entrailles.
    – Tu as reçu le baiser d’un ami, dit tranquillement le maquignon, en appuyant ses lèvres au revers de la main. Je t’ai rempli de moi, à mon tour, tabernacle de Jésus-Christ, cher nigaud ! Ne t’effraye pas pour si peu : j’en ai baisé d’autres que toi, beaucoup d’autres. Veux-tu que je te dise ? Je vous baise tous, veillants ou endormis, morts ou vivants. Voilà la vérité. Mes délices sont d’être avec vous, petits hommes-dieux, singulières, singulières, si singulières créatures ! À parler franc, je vous quitte peu. Vous me portez dans votre chair obscure, moi dont la lumière fut l’essence – dans le triple recès de vos tripes – moi, Lucifer… Je vous dénombre. Aucun de vous ne m’échappe. Je reconnaîtrais à l’odeur chaque bête de mon petit troupeau.
    Il écarta le bras dont il étreignait encore les reins de l’abbé Donissan, et s’écarta légèrement, comme pour lui laisser la place où tomber. Le visage du saint de Lumbres avait la pâleur et la rigidité du cadavre. Par sa bouche, relevée aux coins d’une grimace douloureuse qui ressemblait à un effrayant sourire, par ses yeux durement clos, par la contraction de tous ses traits, il exprimait sa souffrance. Mais c’est à peine néanmoins s’il s’inclina légèrement sur le côté. Il restait assis sur le pan du manteau, dans une immobilité sinistre.
    L’ayant observé d’un regard oblique, aussitôt détourné, le compagnon fit un imperceptible mouvement de surprise. Puis, reniflant avec bruit, il tira de sa poche un large mouchoir et, le plus simplement du monde, s’essuya le cou et les joues.

    – Je résiste au froid, dit-il : je résiste merveilleusement au froid et au chaud. Mais je m’étonne de vous voir encore là, sur cette boue glacée, immobile, assis. Vous devriez être mort, ma parole… Il est vrai que vous vous êtes bien agité tout à l’heure, sur la route, mon cher ami… Pour moi, j’ai froid, je l’avoue… J’ai toujours froid… Ce sont là des choses que vous ne me ferez pas aisément dire… Elles sont vraies pourtant… Je suis le Froid lui-même. L’essence de ma lumière est un froid intolérable… Mais laissons cela… Vous voyez devant vous un pauvre homme, avec les qualités et les défauts de son état… un courtier en bidets normands et bretons… un maquignon, qu’ils disent… Laissons cela encore ! Ne considérez que l’ami, le compagnon de cette nuit sans lune, un bon copain… N’insistez pas ! Ne pensez point obtenir beaucoup d’autres renseignements sur cette rencontre inattendue. Je ne désire que vous rendre service et que vous m’oubliiez aussitôt. Je ne vous oublierai pas, moi. Vos mains m’ont fait beaucoup de mal… et aussi votre front, – Je résiste au froid, dit-il : je résiste merveilleusement au froid et au chaud. Mais je m’étonne de vous voir encore là, sur cette boue glacée, immobile, assis. Vous devriez être mort, ma parole… Il est vrai que vous vous êtes bien agité tout à l’heure, sur la route, mon cher ami… Pour moi, j’ai froid, je l’avoue… J’ai toujours froid… Ce sont là des choses que vous ne me ferez pas aisément dire… Elles sont vraies pourtant… Je suis le Froid lui-même. L’essence de ma lumière est un froid intolérable… Mais laissons cela… Vous voyez devant vous un pauvre homme, avec les qualités et les défauts de son état… un courtier en bidets normands et bretons… un maquignon, qu’ils disent… Laissons cela encore ! Ne considérez que l’ami, le compagnon de cette nuit sans lune, un bon copain… N’insistez pas ! Ne pensez point obtenir beaucoup d’autres renseignements sur cette rencontre inattendue. Je ne désire que vous rendre service et que vous m’oubliiez aussitôt. Je ne vous oublierai pas, moi. Vos mains m’ont fait beaucoup de mal… et aussi votre front, vos yeux et votre bouche… Je ne les réchaufferai jamais : elles m’ont littéralement glacé la moelle, gelé les os ; ce sont les onctions, sans doute, votre sacré barbouillage d’huiles consacrées – des sorcelleries. N’en parlons plus… Laissez-moi aller… J’ai encore un long ruban de route. Je ne suis pas rendu. Quittons-nous ici. Tirons chacun de notre côté.

    À sa grande surprise, et à l’instant même où il croyait donner toute sa force, irrésistiblement, il vit la dépouille s’agiter, s’enfler, reprendre une forme humaine, et ce fut le jovial compagnon de la première heure qui lui répondit :
    – Je vous crains moins, toi et tes prières, que celui… (Commencée dans un ricanement, sa phrase s’achevait sur le ton de la terreur.) Il n’est pas loin… Je le flaire depuis un instant… Ho ! Ho ! que ce maître est dur !
    Il trembla de la tête aux pieds. Puis sa tête s’inclina sur l’épaule, et son visage s’éclaira de nouveau, comme s’il entendait décroître le pas ennemi. Il reprit :
    – Tu m’as pressé, mais je t’échappe. M’arrêter dans mes entreprises ! Fou que tu es ! je n’ai pas fini de m’emplir de sang chrétien ! Aujourd’hui une grâce t’a été faite. Tu l’as payée cher. Tu la paieras plus cher !
    – Quelle grâce ? s’écria l’abbé Donissan.
    Il eût voulu retenir cette parole, mais l’autre s’en empara aussitôt. La bouche impure eut un frisson de joie.
    – Ainsi que tu t’es vu toi-même tout à l’heure (pour la première et dernière fois), ainsi tu verras… tu verras… hé ! hé !…
    – Qu’entends-tu par là, menteur ? cria le vicaire de Campagne.
    Comme si le cri de la curiosité, en dépit de l’outrage, l’eût tout à fait rétabli dans son équilibre, remis d’aplomb, l’être étrange se dressa lentement, s’assit avec un calme affecté, boutonna posément sa veste de cuir. Le maquignon picard était à la même place, comme s’il ne l’eût jamais quittée. La main du futur saint de Lumbres retomba. Chose étrange ! Après avoir soutenu tant de visions singulières ou farouches, il osait à peine lever les yeux sur cette apparence inoffensive, ce bonhomme si prodigieusement semblable à tant d’autres. Et le contraste de cette bouche à l’accent familier, au pli canaille, et des paroles monstrueuses était tel que rien n’en saurait donner l’idée.
    – Ne t’échappe pas si vite. Ne sois pas trop gourmand de nos secrets. Un prochain avenir prouvera si j’ai menti ou non. D’ailleurs, si tu t’étais donné la peine, il n’y a qu’un instant, de voir ce que je te mettais sous les yeux, tu pourrais te dispenser de m’injurier. (Il employa un autre mot.) Tel tu t’es vu toi-même, te dis-je, tel tu verras quelques autres… Quel dommage qu’un don pareil à un lourdaud comme toi !
    Il souffla dans ses deux mains jointes, en faisant vibrer les lèvres, ainsi qu’un homme saisi d’un grand froid. Ses yeux riaient dans sa face rougeaude, et leur extrême mobilité, sous les paupières demi-closes, pouvait aussi bien exprimer la joie que le mépris. Mais la joie l’emporta.
    – Ho ! Ho ! Ho ! quel embarras ! quel silence ! disait-il en bégayant… Vous étiez plus fringant tout à l’heure, terrible aux démons, exorciste, thaumaturge, saint de mon cœur !
    À chaque éclat de ce rire, l’abbé Donissan tressaillait, pour retomber aussitôt dans une immobilité stupide, son cerveau engourdi ne formant plus aucune pensée. L’autre se frottait vigoureusement les paumes.
    – Quelle grâce ?… Quelle grâce ?… répétait-il en imitant comiquement sa victime… Dans le combat que tu nous livres, il est facile de faire un faux pas. Ta curiosité te donne à moi pour un moment.
    Il s’approcha, confidentiel :
    – Vous ignorez tout de nous, petits dieux pleins de suffisance. Notre rage est si patiente ! Notre fermeté si lucide ! Il est vrai qu’Il nous a fait servir ses desseins, car sa parole est irrésistible. Il est vrai – pourquoi le nierais-je ? – que notre entreprise de cette nuit paraît tourner à ma confusion… (Ah ! quand je t’ai pressé tout à l’heure, sa pensée s’est fixée sur toi et ton ange lui-même tremblait dans la giration de l’éclair !) Cependant, tes yeux de boue n’ont rien vu.
    Il s’ébroua dans un rire hennissant :
    – Hi ! Hi ! Hi ! De tous ceux que j’ai vus marqués du même signe que toi, tu es le plus lourd, le plus obtus, le plus compact !… Tu creuses ton sillon comme un bœuf, tu bourres sur l’ennemi comme un bouc… De haut en bas, une bonne cible !
    Et toujours l’abbé Donissan, secoué de brusques frissons, le suivait du regard, avec une frayeur muette. Toutefois, quelque chose comme une prière – mais hésitante, confuse, informe – errait dans sa mémoire, sans que sa conscience pût la saisir encore. Et il semblait que son cœur contracté s’échauffait un peu sous ses côtes.
    – Nous te travaillerons avec intelligence, poursuivait l’autre. Aie souci de nous nuire. Nous te tarauderons à notre tour. Il n’est pas de rustre dont nous ne sachions tirer parti. Nous te dégraisserons. Nous t’affinerons.
    Il approchait sa tête ronde, toute flambante d’un sang généreux.
    – Je t’ai tenu sur ma poitrine ; je t’ai bercé dans mes bras. Que de fois encore, tu me dorloteras, croyant presser l’autre sur ton cœur ! Car tel est ton signe. Tel est sur toi le sceau de ma haine.
    Il mit les deux mains sur ses épaules, le força à plier les genoux, lui fit toucher le sol des genoux… Mais, tout à coup, d’une poussée, le vicaire de Campagne se rua sur lui. Et il ne rencontra que le vide et l’ombre.


  21. Josif B, ma io non lo so mica il francese…


  22. cazzarola…( ripesco il tuo incisivo francesismo ) e io che ho passato la domenica a cambiare le lampadine di quella casa immersa nella notte più nera (ehi arte, l’impianto è fuori norma, sappilo!)
    ora piovono incubi da tutte le parti e la tua sembra la capanna di marzapane.
    Quando le cose andavano bene, nel giro del mattino con il direttore di stabilimento si analizzavano le macchine che avevano avuto un “incubo” notturno. Quasi sempre per problemi idraulici e mancanza grasso negli organi di trasmissione.
    “Fai aggiungere olio nella centralina e ingrassare gli innesti meccanici, vedrai che dormirà meglio.”
    Le macchine imitano il funzionamento del corpo umano, hanno vene, polmoni, cervello e un cuore pulsante.
    C’est pour parler, con questo non voglio dire che devi farti un giro in officina.
    Mi serve per introdurti al mio incubo, sono più di novanta famiglie, che vivono l’assillo della cassa integrazione, era novembre e si diceva…passerà.
    Ancora non so dirgli se e quando finirà, chissà se sui testi sacri…
    Buona settimana a te.
    JFK


  23. @JFK: I testi sacri di fronte a incubi del tipo che descrivi tu purtroppo brancolano nel buio, mi sa…gli incubi diurni sono di un’altra specie, e fanno sembrare il mio picchiabambole un boy scout.

    D’altronde, per qualche motivo che mi sfugge, su Pioggiablu bazzicano diversi ingegneri e gente che si intende di macchine, tecnica, ma anche di cuori pulsanti e cervelli funzionanti. Voglio dire che, almeno qui, le macchine si comportano come esseri umani e mai il contrario.

    Quasi quasi provo ad ingrassare.
    Gli innesti meccanici, naturalmente.


  24. Diciamo che in un sogno avvengono una serie di cose che possono generare in noi degli stati d’animo. Quando usiamo la scrittura per liberarci dal sogno, perlopiù vogliamo liberarci dagli stati d’animo generati dal sogno, ma non dal significato del sogno. Poi la scrittura stessa ci permette di lavorare sul significato.
    Già questo ci indica quanta poca importanza abbiano gli stati d’animo rispetto al significato del sogno.
    “Quello mi faceva paura…” ; “quella cosa mi rendeva felice”… Che importanza può avere la paura in un mondo dove ti può capitare di cadere da un baratro di mille metri e non farti nulla? Certo, si può capire che al momento si abbia paura, ma ciò non ha necessariamente a che fare con il significato dell’apparire del baratro.
    Gli stati d’animo sono importanti nella veglia, ci danno dei segnali sulle conseguenze di ciò che stà accadendo, nel sogno può non essere così.
    Se poi vediamo la realtà simbolicamente, questo tende a portarci su una strada che elude gli stati d’animo.
    Un incubo genera in noi spavento e angoscia, e il risveglio è gia una liberazione. L’angoscia può perdurare, ma comunque l’incubo è cessato, e molte cose possono aiutarci a superare lo stato d’animo in cui ci ha lasciato. Un sogno di piacere invece (di piacere intenso, vero, non necessariamente sessuale, anche se è più facile che sia così) ha un connotato diverso, direi opposto, giacché nel momento del risveglio dal piacere del sogno (un piacere a-dimensionale) siamo gettati nella realtà.
    La mia impressione è che il piacere ponga più dubbi del dolore (il dolore non genera dubbi; se ne vuole uscire sempre), e che quindi al coscienza abbia meno strumenti per gestirlo.
    Abbandonata a se stessa, di fronte al piacere, ha come strumenti la razionalità e l’espressione, ma sono strumenti deboli, sottili.
    L’opposto del piacere a-dimensionale del sogno è l’azione, che è innanzitutto attenzione, ma che: non è fatica (ma è anche quella), non è piacere (ma è anche quello), non è dolore (ma è anche quello), non è intensità (ma è anche quella).


  25. Vedi Mauro, io infatti non ho mai parlato di scrivere per liberarmi dal sogno, casomai io (de)scrivo il sogno per fissarlo, nei suoi elementi simbolici, perchè so che una parte di me sta cercando di dirmi qualcosa e so che se non lo scrivo lo dimenticherò. So anche che scrivendolo lo deformo e lo interpreto ancor prima di iniziare a analizzarlo, e che la mia interpretazione conscia probabilmente “copre” in buona parte il messaggio.

    Hai ragione quando sottolinei la differenza tra sogni angosciosi e sogni di piacere. Mentre nei primi il risveglio è una liberazione (io infatti non ho mai problemi a riaddormentarmi dopo qualsiasi incubo) nel sogno di piacere il risveglio è una delusione, senza contare il fatto che in genere ci si sveglia sempre sul più bello, o subito prima, il che è veramente una cosa che mi ha sempre fatto incazzare (ma sicuramente il mio inconscio stronzo avrà i suoi buoni motivi).

    Altra cosa: mentre i sogni di angoscia sono in genere “assurdi” e slegati dalla realtà, quelli di piacere, almeno nella mia esperienza, sono spesso legati a personaggi reali, anche se spesso non di per sè connessi a nessun elemento di piacere, sessuale o meno. Non so cosa significhi questo.

    Infine, hai ragione nel dire che il piacere (e, aggiungo io,la ricerca di esso) è più problematico del dolore, fosse solo per il fatto che mentre il dolore si cerca sempre di evitarlo ma quasi mai si può, e quindi nei suoi confronti abbiamo un atteggiamento di fatalismo abbastanza passivo o comunque di sopportazione, il piacere invece richiede un atto di volontà, un’azione da parte nostra, per essere ottenuto. Inoltre, il piacere, a differenza del dolore, coinvolge spesso la nostra coscienza e i nostri valori, è lecito o illecito, puo generare dolore in altri o in noi stessi.

    Non c’è da meravigliarsi che molti se lo proibiscano o lo sfuggano: perchè il piacere, congiunto all’azione volta ad ottenerlo, e non solo per sè ma anche per l’altro, è materia esplosiva.


  26. In realtà poi (scusa, ho riletto il mio commento e mi sembra idiota), in realtà poi tutto spesso si riduce alla paura dell’azione e di tutto quello che comporta.


  27. per Josif: inutile dire che secondo i sacri testi, i piani superiori soffitta compresa rappresentano il cervello e la coscienza.
    L’Altro che ci spaventa siamo sempre noi, tutto sta a capire quale parte di noi.


  28. ehm, unaltra donna ero io. Sto facendo esperimenti con wordpress e mi si ritorcono contro.


  29. l’avevo appena detto…l’altro siamo noi stessi


  30. @Lophelia e Nicola: Era la prima cosa che era venuta in mente anche a me, ma aspettavo la conferma dei testi sacri:

    Nella casa del Sè, il Nemico è nelle zone più elevate, nella soffitta, e ovviamente è una parte di te che ti spaventa. Una parte elevata, probabilmente la tua intelligenza fuori dalla “norma” che è splendida (il volto bellissimo) ma in qualche modo dannosa allo sviluppo complessivo della personalità, “malvagia”, il tuo demone, che ti fa paura.
    È significativo che le altre “stanze” siano vuote.
    La tua razionalità ti “odia”, ti è nemica probabilmente perchè non sufficientemente integrata nel resto della personalità?

    Fanno 100 euro, grazie, che ovviamente dividerò con la collega Lophelia.

    @Altradonna (alla fine non ci capiremo più nulla con tutti questi alterego…)
    Wordpress… oooohhh… attendo con impazienza…

    😉


  31. Non mi stupisce, sai? Ingegneri, periti, motoristi, neppure i battilastra escludo, l’hanno un motivo per compiacersi della tua ospitalità.
    Alle macchine difetta un’anima con cui dialogare, sono prive di fine ironia, non curano con pari attenzione il pensiero nobile e quello a grana spessa, parlo del mio of course, non stimolano con proposte intelligenti, non tirano su famiglia come hai fatto in questo blog.
    Adulatore, io? In assenza di tue indicazioni, sai quando arrivavo a Pavel Florenskij?
    Ecco, se una cosa mi piace pensare, è che la giusta pioggia fa crescere abbondanti frutti, mentre sotto la pioggia blu donne e uomini si aiutano a crescere.
    Io, non ingrasserei oltre gli innesti.
    Sei così perfetta da non sembrare vera.
    Cielo! Non sarà un sogno anche questo?
    Se anche fosse, non v’è dubbio che vada catalogato fra quelli di piacere, e tuttavia non c’è da meravigliarsi che nessuno se lo proibisca o lo sfugga.
    JFK


  32. quoto

    “Nella casa del Sè, il Nemico è nelle zone più elevate, nella soffitta, e ovviamente è una parte di te che ti spaventa. Una parte elevata, probabilmente la tua intelligenza fuori dalla “norma” che è splendida (il volto bellissimo) ma in qualche modo dannosa allo sviluppo complessivo della personalità, “malvagia”, il tuo demone, che ti fa paura.
    È significativo che le altre “stanze” siano vuote.
    La tua razionalità ti “odia”, ti è nemica probabilmente perchè non sufficientemente integrata nel resto della personalità?”

    Questa è molto molto molto interessante.

    In effetti, specialmente quand’ero più giovane, ho odiato molto la mia intelligenza, ma più che essa il mio modo di viverla come un diaframma tra me e gli altri, che mi ha spesso impedito di essere “accettato” nel gruppo.

    Dunque questa interpretazione la faccio appieno mia e me la metto da parte. Non avevo mai pensato a una simile lettura del sogno!

    GRAZIE

    (PS I 100 euro mi paiono pure pochi, pagherei molto molto di più… ma visto il tema posso sempre sborsare 100 N-euro)

    😉


  33. Arte, ho letto con partecipazione il sogno, ma ho un po’ dribblato sui commenti, perchè a video non mi trovo a leggere testi molto lunghi.
    Però la lettura dell’essere tu tutti gli attori e gli elementi partecipanti del sogno mi sembra interessante.
    Posso fare 2 domande: che rapporto ha tua figlia con la bambola che vedi nel sogno? gliel’hai regalata tu? il collegamento con quella bambola l’hai fatto da sveglia, mentre scrivevi, o lo sapevi già nel sogno?
    (tutta questa è una sola domanda!)
    la seconda è: ma come si fa ad urlare e a non svegliarsi? io quando sto per emettere qualche suono nella realtà mi sveglio!


  34. @JFK: Che dire, mi hai lasciata un po’ senza parole, e ce ne vuole…

    Ti dico solo: “sei così perfetta da non sembrare vera”: ecco. Non sono perfetta, non so neanche se sono vera. Quello che vedi qui sono parti di me, tutte di per sè vere, ma il tutto è più della somma delle parti, e la blogosfera filtra, deforma, è un teatro delle ombre. Grazie, comunque, per le cose belle che scrivi, e la più bella è che ti ho fatto conoscere Florenskij.

    @Josif: Any time, sborsa i 100 Neuro! Se ero in Italia mi ci pagavi una cena, mi sa che i Neuro a Milano li accettano, o almeno la Neurocard.

    @Claudia: Sì, adesso vanno di moda i commenti lunghi, fantasia, scollati, da portare coi tacchi alti (e io ci cado).

    1) Mia figlia con quella bambola non ci ha quasi mai giocato, non ricordo neanche chi gliel’ha regalata. Il collegamento è fatto già nel sogno, ma secondo me è una sostituzione.
    2)Ma infatti quando urlo poi mi sveglio…


  35. Qualche tempo fa lessi un accenno sulla responsabilità dei movimenti viscerali nella formazione dei sogni.

    E’ un’ipotesi interessante che ridimensiona di molto l’interpretazione dei sogni, no?


  36. @Frank: Indubbiamente.


  37. Ho avvertito il sibilo e non la detonazione.
    Istintivamente mi sono chinato, la pallottola è passata distante, talmente distante che ho pensato:
    “ neppure per difetto di mira, poteva essere destinata a me.”
    Ho ritrovato il bossolo conficcato nel tronco di un frassino, recava una scritta incisa, come un avvertimento:
    “ se continua lo blocco.”
    Escluso un coinvolgimento diretto, ho comunque ipotizzato:
    a) esistono comportamenti, azioni, riflessioni che possono dar fastidio
    b) di conseguenza si può venire bloccati, rimossi, esclusi
    Una delle cause potrebbero essere i commenti lunghi, quelli che fanno cadere dai tacchi.
    Cielo!! E se avessi già sforato senza saperlo?
    Sugli scaffali, si troverà l’abbecedario del commentatore (non sono raffreddato) di post?
    Nel dubbio, che l’umana benevolenza di arte chiarirà presto, resto chinato e con le orecchie tese.
    Se giungesse l’eco d’un sibilo più vicino…
    JFK


  38. @JFK: Il criterio per venire bloccati da questo blog è uno solo, e molto semplice. Ne ho fatto uso solo una volta in quasi cinque anni. Non ha niente a che vedere nè con la lunghezza dei commenti, nè con le opinioni professate, nè con la frequenza dei commenti.
    Verrà bloccato solo ed esclusivamente chi si sente in diritto di apostrofare con parole offensive e volgari me o altri commentatori di questo blog.
    In genere, si tratta di personaggi patetici e sfigatissimi, che colpiscono a caso e immotivatamente, solo per il gusto infantile della parolaccia.
    (“Guardatemi, sono qui, esisto, cacca, cacca!!”)

    Tranquillo.


  39. umana, troppo umana!
    fatti copiare, per una volta.
    sono tranquillo, come in un soffice blog di piumino norvegese.



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: