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Stoccolma, notte

25 aprile 2009

Il corridoio dell’albergo descrive un’ampia curva continua, le porte delle stanze, di colore metallico, ricordano la stazione spaziale di “Solaris”. Manca però Bach.

Nell’angolo della mia stanza c’è una poltrona di pelle rossa, a forma di goccia. È comodissima. L’illuminazione raffinata mi accarezza le ciglia mentre mi tolgo le scarpe facendole volare con un calcio

“La mutazione del protooncogeno RAS in circa il 40% dei casi è dimostrabile con l’analisi immunoistochimica”


La finestra, enorme, non è una finestra perchè non si può aprire. Dà su una delle hall dell’aereoporto. Man mano che avanza la notte, l’attraversano sempre meno persone, e sempre più lentamente.

“Non ci sono dolori richiesti da Dio, meno che mai ci sono dolori mandati da Dio come castigo, neppure però ci sono dolori inutili.”


Nella vasca da bagno l’acqua è azzurra e sa di verbena e le venature grigie del marmo somigliano alle mie vene. Una goccia cade e rompe il silenzio.

“Total analyzed/randomized 487/571 = 85,3%”


La cornice fluorescente dello specchio racchiude una cariatide dalle pupille mobili, diaframmi che si allargano impercettibilmente su ogni centimetro di pelle coperta di gocce, in un paesaggio senza luna. Dallo spiraglio tra le mie labbra escono sequenze di respiro

“Choose mutations, get relevant sequence data.”


L’accappatoio mi fagocita in un bozzolo bianco di gigante, morbida crisalide. Manca veramente Bach.

“Wendy, dove sei Wendy?”


Verso l’alba, una donna lava il pavimento dell’aereoporto descrivendo spirali umide come serpenti nella luce che nasce. Sono in un’acquario, persa sott’acqua e senza voce

“Perchè l’amore è la cosa più potente che c’è e tutti ne vanno alla ricerca? Perchè (questa è la mia convinzione) esso non è riducibile a un sentimento.”


La stanchezza è un cuscino di piume.

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31 commenti

  1. Arte pura, pura Arte.

    🙂


  2. In un momento di piccolo delirio hai prodotto un gioiello scintillante.
    Sei poi riuscita a non addormentarti, dopo una notte così? 🙂
    ti abbraccio.
    Ady


  3. perché l’amore è la cosa più potente che c’è e tutti ne scappano a gambe levate?


  4. @Frank: Un chiasmo! Sai farmi felice.

    @Ady: Ma io ho spesso notti così. Per questo l’etichetta è “insonnie”.
    Ben poche però producono gioielli, al massimo bigiotteria…

    😉

    @Francesco: Bellissima domanda.

    In una prima ipotesi di risposta mi vengono in mente due passaggi di William Carlos Williams tradotti da Cristina Campo:

    “Ma è vero, essi la temono
    più della morte, si teme la bellezza
    più della morte, più
    di quanto non si tema la morte

    – o tu, bella –
    e si sposano solo per distruggerla
    nel segreto, nei loro
    interni per distruggerla per nascondersi
    (nelle nozze)
    mentre distruggono.”

    Eppure, più avanti nella stessa poesia:

    “Cantami un canto che mi renda la morte
    tollerabile, il canto
    di un uomo e di una donna: l’enigma
    di un uomo e di una donna.
    Quale
    linguaggio allevierà la nostra sete,
    quali venti ci sollevano, fiumi
    ci sorreggono, oltre
    ogni disfatta
    se non il canto, il canto senza morte?”

    La seconda ipotesi di risposta invece richiederebbe il parere dell’autode della mia citazione, e non è escluso che gli venga chiesto.


  5. un ritorno in grande stile, un film, forse di Tarkovskij ma più di Kieszlowski.


  6. (o un aperitivo da Paszkowski…)

    battutaccia per camuffare l’imbarazzo e il grande piacere che mi fa il raffronto

    arrossisco


  7. Kieszlowski si, ci pensavo anche io, e poi anche Kubrik (ma li riferimento a Wendy mi ha influenzato).
    Conosco queste notti anche se non le vivo da un po’.

    Bach manca spesso!

    L’ultima citazione di chi e’? Lo chiedo perche’ vorrei il permesso di potermela tattuare sul corpo!


  8. @Henry: Chiamatemi Juliette…

    Sì, il riferimento a Kubrick è giusto, ma per fortuna Jack aveva dimenticato il coltellone.

    Di chi è l’ultima citazione te lo dico nella famosa mail che ti annuncio sempre e ancora non ti ho scritto.


  9. dell’amore si dicono tante cose ma mai quella che ci servirebbe a starne lontani.
    cioè che “bello, profondo, ricambiato, durevole” non esiste e non esisterà mai.
    saperlo prima uno si dedica a qualcos’altro.


  10. Errore, Francesco.

    Lo sappiamo benissimo, eppure NON ci serve a starne lontani. Non POSSIAMO dedicarci a qualcos’altro perchè non amando moriamo.

    Anche perchè, se non esiste per noi, esiste magari per qualcun altro. E questo per me non è motivo di invidia o di amarezza ma di speranza.

    E non mi citare così a tradimento.


  11. non è vero, c’è chi non amando vive benissimo, basta co’ sta retorica da blog!
    amari significa perdersi, lasciarsi attraversare, scomparire dentro e intorno all’altro, talvolta mettere a repentaglio la propria stessa sopravvivenza.
    quanti sono veramente disposti a farlo?
    è facile riempirsi la bocca di amore universale quando non si è neppure capaci di prendersi cura di un solo essere umano.
    poi ci riempiamo gli occhi di romanzi e biografie dove ci sono tutte queste coppie e questi amanti romantici e capaci di dedizione assoluta.
    ma siamo nel post-moderno ormai, quella roba lì è tutta finita.
    ora l’obiettivo è l’auto-sufficienza emotiva (talvolta anche sessuale) e chi è innamorato perso viene tacciato di dipendenza.
    siamo dinosauri e a sto punto io sarei anche volentieri per estinguermi con una certa velocità.


  12. Francesco, la cosa curiosa è che sei tu secondo me ad usare un linguaggio retorico.
    “Amare significa perdersi”
    “Scomparire dentro e attorno all’altro”
    Chi l’ha detto che nell’amore per l’altro ci si perde? Al contrario, ci si ritrova. Perchè è solo amando l’altro che si acquista consapevolezza del proprio essere (e questo appunto spaventa, molto, per questo molti fuggono. Fuggono dalla responsabilità di una storia, di un figlio, anche di un’amicizia).

    Per me l’amore non è un sentimento ma un modo di essere in sintonia con l’energia che ci muove, con la nostra essenza. Non lo vedo ristretto ad una forma come la vita di coppia. L’amore dove ci si perde è forse l’eros, forza essenziale senza la quale non saremmo qui, ma dopo essere perduti occorre ritrovarsi.

    Per rispondere alla tua domanda su “quanti sarebbero veramente disposti a mettere a repentaglio la propria sopravvivenza” per amore, direi moltissimi, quasi tutti quelli che hanno figli, per esempio.

    E tu non sei un dinosauro. Al contrario, sei un essere umano bellissimo, un puro, tra le persone più degne d’amore che io conosca.
    Per favore non ti estinguere da solo in quest’amarezza, perchè hai tanto da dare e da ricevere.


  13. Questo modo di intrecciare scienza e sentimento non mi è nuovo… L’accostamento tra il protooncogene Ras e l’amore è degno di lode, perchè tragicomico ed assurdo come ogni genialità… Ma a ‘sto giro mi sa che quel libro non lo leggo, non in fretta e furia… Sta lì, in mezzo ad altri libri… No non è vero… Sta lì perchè tutto questo ellenismo, persino nel concetto di anima, di amore, di Dio, mi ha annoiato. Come può annoiare la simmetria a tutti i costi, o un ordine perfetto, tanto perfetto da sembrare posticcio. E’ una maledizione quella di voler dire l’ultima sulle ultime cose… Oggi va di moda l’energia, ieri lo spirito, domani chissà…

    Henry, a proposito, quel tatuaggio vedrai che non lo farai mai ;o)… P.S.: Devo mandarti una mail pure io, oggi ho parlato con Claudia!

    Arte, mi sono gustato il tuo post, e poi il tuo dialogo a distanza con Francesco…
    Vorrei dare ragione a entrambi, e forse entrambi ce l’avete…
    Nella nostra società postmoderna, tra relativismo “assoluto”, aridità di rapporti, povertà di valori, avidità di soldi e posizioni, tricche tracche e bombe a mano, credo sia difficile per tutti poter credere che una verità sull’amore esista per davvero… Ma l’horror vacui ci impone di averne una, e così è giocoforza cercarla dentro il nostro io isolato e non nella relazione con gli altri, dove sarebbe forse giusto cercarla… Il pericolo perciò, oggi più che mai, è che la verità sull’amore diventi per ciascuno semplicemente il proprio vissuto, il proprio sentimento, la propria storia. Tra l’altro io credo sia per questo che oggi tanta gente senta quasi il bisogno di andare in tv per raccontarsi e vendere il proprio dolore (e le proprie menzogne) allo spettatore depresso…
    Non dico che se la si cercasse altrove la si troverebbe, dico solo che cercare negli altri forse è più giusto, anche più facile… Guardando dentro se stessi si trova… appunto… solo se stessi.


  14. Antonio, non so se qualcuno ha l’ambizione di “dire le ultime sulle ultime cose”, sicuramente io quell’ambizione non ce l’ho. Nè io nè Francesco abbiamo “ragione”, anzi mi suona strano usare questo termine in tale contesto.
    La cosa interessante piuttosto è che è l’ultima citazione a far partire il dibattito, e non ad esempio quella sul dolore, che per me è molto più centrale, ma ovviamente è meno “da blog”.

    Comunque non mi sognerei mai di consigliarti un libro, e neanche tu consigliamene, che hai già fatto più danni del protooncogeno coi tuoi consigli di lettura…

    😀


  15. si potrebbe allora forse dire che l’amore è un utile dolore?
    e che proprio per questo fa tanta paura?


  16. No no!!! La questione sulle ultime cose non era riferita a te o Francesco… Ma a quello lì del libro!!! E anche lì, ora mi rendo conto, ho dato un giudizio gratuito… In fondo, è il suo lavoro!… E’ solo che mi sento un po’ tradito, in un certo senso, dall’evoluzione della sua filosofia, e quindi le sparo grosse e livorose ;o)
    Un abbraccio forte!


  17. @Francesco: No, io direi che l’amore semplicemente è espressione (spesso molto intensa) del nostro essere, quindi può essere gioia e dolore, perchè è vulnerabilità e forza. Secondo me è la vulnerabilità che fa più paura. L’incapacità di mettersi in gioco, di guardarsi dentro.

    @Antonio: Sì, ti sento “livoroso”, e so anche chi è l’oggetto. Se vuoi ne parliamo in privato.
    🙂


  18. tra un po’ dopo l’estetica dei non-luoghi ci toccherà di leggere qualcuno che teorizza sui “non-amori”…


  19. A me non toccherà di sicuro.


  20. Per la serie: non è tutto oro quel che luccica?
    Nah, non ci credo.
    🙂
    A proposito di ori e scintillii… mi viene in mente un ponte.
    Indovina dove sono?
    🙂
    Ti abbraccio


  21. @Ady: Hmmm… oro… ponte… non capisco proprio…

    😉

    E che ci fai lì, di grazia? Fai Monsieur de La Palisse in un racconto di Rodari, nascosto dietro una colonna del Ponte Vecchio?

    (raccontino bellissimo, te lo consiglio se non l’hai letto)

    Salutami le amate sponde…


  22. mmm..argomento invitante nonostante l’ora tarda…

    l’Amore, quello con l’A maiuscola, per me e’ un pozzo dove si rischia di perdersi, se non si fa presto a ritrovarsi per poi trovare l’altro.
    e’ un discorso un po’ contorto, abbiate pieta’, viene da me, e per giunta a quest’ora.
    comunque sono piu’ sulle corde di arte che su quelle di francesco (e te pareva)

    antonio: dici? 😀


  23. Brava!!! 😀
    Non mancherò di salutare le amate sponde.
    Sono qui per lavoro, per piacere, per passione… insomma sono alle prove di uno spettacolo in cui interpreterò un piccolo ruolo. Ti lascio immaginare il mio entusiasmo… ogni giorno è qualcosa di nuovo e fantastico.
    🙂


  24. beata gioventù…


  25. @Henry: Tu stai sulle corde mie che ti troverai sempre bene…

    @Ady: Ma come sono contenta!!

    @Francesco: Il tuo sospiro include naturalmente sia Ady che Henry che me… lo so, siamo giovani e incoscienti…

    😀


  26. arte ti sei dimenticata belli 😉


  27. Belli era sottinteso!

    (che farei senza te?)


  28. alla fine c’è una grande distanza tra ciò che proclamiamo, sui libri e nei blog, e ciò che riusciamo ad essere ed esprimere.

    giovani, belli e incoscienti, appunto…
    non ricordo neanche più quanto tempo fa è avvenuto.

    scusate l’amarezza, chiudo qui gli interventi.


  29. Il problema non è forse tanto quella distanza lì, che di fatto esiste, quanto la distanza tra ciò che siamo e ciò che abbiamo la potenzialità di essere. È lì che dobbiamo lavorare, tutti.


  30. Il prologo alla “Rotella Rossa”

    22 aprile anno Domini 1600, san Caio – 8 Iyyar, 5360

    È sabato nella città di M. Regna Vincenzo I. Quattro giorni fa è stata festa grande: M. ha festeggiato il suo Santo patrono, Anselmo vescovo di Lucca. Il popolo devoto ha sfilato per ore davanti all’urna del Santo, esposta alla venerazione dei fedeli dopo essere stato tratta, come ogni anno, dal sepolcro posto sotto l’altar maggiore del Duomo di San Pietro.
    Anche oggi c’è gran folla, ma fuori di San Pietro, proprio nella piazza che guarda la chiesa. Il popolo attende una festa diversa. Davanti al duca, alla sua seconda moglie Eleonora de’ Medici, alle sue sorelle Margherita duchessa di Ferrara e Anna Caterina arciduchessa d’Austria, tornata in visita alla casa paterna da Innsbruck, va al rogo la malefica Juditta Franceschetti, di anni settantasette. Ebrea.
    Juditta è stata condannata per aver magliato molte persone «et specialmente una monaca dell’ordine di San Vincenzo in M.», Margherita Renata, «la quale di già era ebrea e poi fatta cristiana». La monaca giorni fa ha ricevuto una collana «maleficata dalla detta Juditta e datali dal detto Josef Finzi» per la quale Margherita «fece segni, ed effetti proprij di Maleficiata, nel anima e nel corpo, come più largamente consta in processo».
    Solo ieri, 21 aprile, Antonio Rasi, capitano di giustizia e delegato in causa, ha scritto «al Serenissimo signore e Padron mio Colendissimo il signor Duca di M.» per chiedere istruzioni sulle modalità di applicazione del supplizio. «Sarei di parere che così la detta Juditta Malefica come il detto Josef siano strozzati, et poi abrusgiati», ha proposto il capitano di giustizia, «intendendo le parole igne concremetur post ultimum supplicium per temperare tanto rigore e fuggire lo spavento dello spettacolo. Se bene le parole el senso loro sia, che l’ultimo suplicio sia col fuoco. Riportandomi nondimeno ad ogni altra più giudiziosa legale, e vera determinatione, che alli Signori collegi paresse convenirsi alla atrocità del delitto; e per questo, quando la morte loro fuse immediatamente col fuoco sarìa proportionata al delitto loro; Massime, che cessa il pericolo del’anima per essere ostinati hebrei; e Dio nel Levitico al capitolo 20 comanda chel maleficio sia fatto morire con le Pietre; e così dico et confermo; Salvo il miglior parere di questi altri signori a quali sempre mi rimetto Io».
    La risposta del Duca è arrivata subito: nessun segno di clemenza, la striga ebrea sia arsa viva. Anzi: a dar fuoco alla catasta siano chiamati tre uomini della sua religione. Che la striga sia arsa dalla sua stessa gente: così ha voluto il Duca, a perenne ammonimento e sommo insulto ai deicidi delle sue terre.
    Juditta non lo sa, ma appena due mesi prima, su un’altra piazza, in un’altra città, è stato arso vivo con la lingua in giova, perché non potesse pronunciare bestemmie e maledizioni, un altro magliaro. Dopo otto anni di processi e torture, il 17 febbraio, regnante Papa Clemente VIII Aldobrandini, in Campo de’ Fiori a Roma l’Inquisizione ha finalmente castigato per le sue eresie frate Filippo Giordano Bruno da Nola.
    La giustizia del Duca è stata invece molto più spiccia contro la malefica. D’altronde, per quanto eretico e untore d’anime, scomunicato pure dai luterani per aver magliato molte persone con i suoi libri lordati di stregonerie frutto della cabbala e di altri perniciosi prestiti ebraici, Bruno era un battezzato, un religioso della famiglia di San Domenico, un oratore famoso a Napoli e Venezia, a Londra e Parigi, a Wittenberg e Praga.. Juditta invece è semianalfabeta, non risulta si sia mai mossa da M. e, più d’ogni altra cosa, non appartiene al popolo di Cristo.
    L’ebrea è in piedi, legata da molte funi a una colonna di legno «sopra un gran quantità di legne». Sulla piazza, a debita distanza dalla pira, la folla rumoreggia ansiosa. I nobili attendono l’esecuzione dall’alto, osservando la scena al riparo delle finestre della reggia.
    Scortati dagli armigeri, torce alla mano, tre ebrei si fanno largo tra la calca che si scansa al loro passare. Giunti al patibolo, appiccano le fiamme alle fascine. Poi, però, non si ritraggono. Anzi: restano pericolosamente vicini alla catasta. Confortano Juditta con le parole della Scrittura che quel sabato il suo popolo ha ascoltato nel tempio.
    Accostati al mucchio di legna dal quale già si alzano spesse volute di fumo, le recitano il nono capitolo del libro del profeta Amos: «Non siete voi per me come i figliuoli degli Etiopi, o figliuoli d’Israele? dice l’Eterno. Non trassi Io Israele fuor del paese d’Egitto, e i Filistei da Caftor, e i Sirî da Kir? Ecco, gli occhi del Signore, dell’Eterno, stanno sul regno peccatore, e Io lo distruggerò di sulla faccia della terra; nondimeno, io non distruggerò del tutto la casa di Giacobbe, dice l’Eterno. Poiché, ecco, io darò l’ordine, e scuoterò la casa d’Israele fra tutte le nazioni, come si fa col vaglio; e non cadrà un granello in terra. Tutti i peccatori del mio popolo morranno per la spada; essi, che dicono: “Il male non giungerà fino a noi, e non ci toccherà”».
    Lingue di fuoco serpeggiano intanto tra le fascine e Juditta le guarda atterrita. La voce dei tre si leva più forte: «In quel giorno, io rialzerò la capanna di Davide ch’è caduta, ne riparerò le rotture, ne rileverò le rovine, la ricostruirò com’era ai giorni antichi, affinché possegga il resto d’Edom e tutte le nazioni sulle quali è invocato il mio nome, dice l’Eterno che farà questo. Ecco, i giorni vengono, dice l’Eterno, quando l’aratore raggiungerà il mietitore, e il pigiator dell’uva colui che sparge il seme; quando i monti stilleranno mosto, e tutti i colli si struggeranno».
    Le fiamme sono ormai molto alte, troppo. «Duvi se ne fuggirono et il terzo qual era vecchio et tanto intento al suo ufficio fu quasi per restar con essa lei nelle fiamme». Le ultime parole che Juditta sente arrivano sino a lei tra il ruggire dell’incendio. Le urla il vecchio: «E Io trarrò dalla cattività il mio popolo d’Israele; ed essi riedificheranno le città desolate, e le abiteranno; pianteranno vigne, e ne berranno il vino; faranno giardini, e ne mangeranno i frutti. Io li pianterò sul loro suolo, e non saranno mai più divelti dal suolo che io ho dato loro, dice l’Eterno, il tuo D-o».

    «Nel qual mentre si bruciò le funi colle quali aveva legato le mani; et con la mano destra si faceva difesa dal fogo alla faccia soffiando anco colla bocca, ma poco gli valse perché incontinente se ne caddi nelle fiamme et così finì la sua vita».




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