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L’uomo sull’asfalto

24 marzo 2009

L’alta marea ha quasi raggiunto le vetrate dell’albergo. La musica è ormai fusa col frastuono delle voci. La realtà è un po’ più sfocata, tutto è leggermente fuori centro. Troppa gente si riflette sull’acqua scura, anche i bicchieri costellati di mille punti luminosi. La testa mi gira leggermente. Ora di tornare a casa.

Il viale della stazione è deserto. Lo percorro a passo spedito, e al suono dei miei tacchi troppo alti mi risveglio all’aria gelida, pulita. In mezzo alla strada vedo un mucchio di stracci. Invece è un uomo, steso sull’asfalto. Mi avvicino. È rannicchiato su un fianco, come mia figlia quando si è appena addormentata. Ma, lui, non dorme. Trema di un tremito violento. Ha gli occhi aperti, e li tiene fissi sulle mie scarpe. Mi chino, gli chiedo cos’è successo, mi risponde “mi fanno male le gambe”. Gli chiedo il suo nome, e mi sembra irreale che qualcuno, molti anni fa, abbia scelto per lui un nome. Ma ne ha uno, me lo dice, e il tremito quasi gli impedisce di parlare. Intanto si è fermato un taxi. Alla luce violenta dei fari vedo chiaramente la sua faccia, il berretto di lana ruvida, la barba grigia. Dico al tassista di chiamare un’ambulanza. Ubbidisce senza fare domande, poi si toglie il giaccone e copre con cura l’uomo sull’asfalto. Perchè fa freddo.

Ora, siamo solo noi tre al mondo. La mano dell’uomo è ruvida e stringe la mia, come se mi conoscesse, e anche la mia trema. “Gli fanno male le gambe”, dico al tassista, e lui annuisce in silenzio. La mia mano, il suo giaccone, un uomo disteso in mezzo a una strada. L’ora è quella più buia, prima dell’alba.

Ci riscuotono i freni dell’ambulanza, il rumore violento delle portiere sbattute. Lo sollevano con delicatezza. Il tassista si rimette il giaccone, congedandosi con un cenno del capo. La marea nel canale sta scendendo, piano, e l’alba non è più lontana.

scrivendo: variazioni Goldberg

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40 commenti

  1. intenso e reale
    grazie


  2. È quell’ora della mattina che rende tutto diverso, sembra quasi che siamo fatti di un’altra sostanza, forse perché il contatto con il mondo è più diretto, non è mediato dal fare del giorno.
    Bello e lo dico come zefirina


  3. @Zefirina: grazie a te

    @Mucca: Quella è l’ora in cui la gente muore, l’ora in cui ti telefona la polizia, l’ora degli incubi o di quando ti svegli senza un motivo e non riesci a riaddormentarti.
    Siamo senza difese, siamo tutti stesi sull’asfalto a quell’ora lì.

    Sono contenta che ti sia piaciuto.


  4. Molto bello, ho ho avuto qualche brivido nel leggerlo, mi sembrava di essere lì!
    Poi, come se non bastasse, butti lì la frase “Siamo senza difese, siamo tutti stesi sull’asfalto a quell’ora lì.”. Altro brivido!

    E non è influenza :))


  5. Mi piace moltissimo soprattutto la descrizione iniziale, con tutti quei riferimenti alla percezione ottica me la immagino in foto, o in video.


  6. molto bello, come molte delle tue cose del resto.
    concordo con lophelia, é anche molto cinematografico. io me lo son visto in quel bel bianco e nero dei film anni cinquanta (tipo “io confesso” di hitch poi ripreso di recente dai cohen nello, splendido, “the man who wasn’t there”)

    senza togliere nulla a te, le Goldberg, specie se eseguite da Gould, aiutano sempre molto…


  7. @Frank: Brividi… in effetti faceva molto freddo…
    😉

    @Lophelia: Infatti ci saresti voluta tu con il tuo obbiettivo a fotografare la scena iniziale… sai che quella sera ci ho persino pensato?

    @Henry: La tua visione estetica è molto affascinante, e in effetti la seconda parte del racconto è in bianco e nero.
    Bach in sottofondo può sembrare un po’ uno sporco trucco… ma lo ascolto spesso quando scrivo.


  8. Per scrivere il libro sulla Enron per Feltrinelli (luglio 2002) avevo tre settimane di tempo, tutte le mie ferie. Poi non sono bastate, ce ne ho impiegate cinque … le ultime lavorando di notte dopo essere tornato dalla redazione.

    Ho passato le prime giornate davanti al Pc senza sapere come avrei iniziato.
    Non mi sbloccavo, continuavo a iniziare e a cancellare.

    Poi un giorno al colmo della frustrazione ho messo sullo stereo “Live from Mars” di Ben Harper and the Innocent Criminals.

    La prima canzone si intitola “Glory and Consequence”…

    “Every moral has a story
    every story has an end
    every battle has its glory
    and its consequence”

    Ho cominciato a farla andare in loop… e ho scritto 280 pagine di getto!

    Jos


  9. Io lo lessi e lo consigliai il libro sulla Enron, ce l’ho qui nella libreria a Londra, scritto molto bene. Credo di averne anche letto un frammento alla radio. Poi va beh, il disco di Ben Harper che citi non lo conosco, ma conosco quell’altra vita su Marte (It’s a God-awful small affair, to the girl with the mousy hair, ecc.).

    A Artemisia che dire: sempre piu’ emozionante leggerti, e Pioggia blu va sempre piu’ affrontato con cautela.


  10. Grazie Fabio. Per che radio l’hai letto?
    Adesso vorrei scriverne un’altro, un’inchiesta sulla condizione dei lavoratori bancari in Italia. Ci lavoro da tre anni ormai.

    Jos


  11. Pensa che quel libro era infarcito di riferimenti al cinema e alla musica, da “Houston in two minutes” – colonna sonora di Ry Cooder per “Paris, Texas” – in giù… ma l’editor me li ha cancellati (quasi) tutti. Peccato!

    Jos


  12. The Thin White Duke…

    Jos


  13. Now the workers
    have struck for fame
    ‘Cause Lennon’s on sale again
    See the mice in their million hordes
    From Ibiza to the Norfolk Broads
    Rule Britannia is out of bounds
    To my mother, my dog, and clowns


  14. il libro sulla Enron ricordandomi del consiglio di Fabio lo regalai ad un amico ma a quel tempo non sapevo fosse di Jos…
    mi piace molto tutto questo.


  15. @Jos, Jos, Jos, Jos, Jos:
    😀
    Nonostante io non abbia mai scritto, nè letto, nè regalato un libro sulla Enron, conosco l’orrore della pagina bianca… Però, siccome io uso dire che io di musica dopo Mahler non capisco niente, non sono purtroppo in grado di seguirti nelle tue citazioni.

    @Fabio: Grazie!
    Allora vorrà dire che d’ora in poi ti manderò un sms prima di ogni post che pubblico: cave postem…

    😉

    @Lophelia: Sì, è singolare questa cosa. Anzi, plurale…


  16. Stasera vado a casa e lo riprendo in mano il tuo libro Jos. Ne lessi qualche frammento alla radio con la quale collaboro, Radio Popolare di Milano.


  17. Anzi guarda, cercando ho trovato un post nel mio blog dove proprio cito il tuo libro:

    http://fabiocalling.blogspot.com/2006/05/fino-non-molti-anni-fa-erano-due-le.html


  18. Una cosa è quando siamo noi ad essere stesi sull’asfalto, altra cosa quando vi troviamo un altro. L’altro sucita in noi un’apprensione tutta speciale, che è quella di chi porta aiuto, di chi consola; una condizione in cui si sperimenta una deficenza (nell’accezione etimologica) destinata a non risolversi mai. Avviene il paradosso (mi esprimo in forma secca) che l’immaginabile credito che assumiamo, continua ad avere l’aspetto di un debito.
    Quando invece, siamo noi ad essere stesi per terra, possiamo sperimentare l’eventualità della sovrabbomdanza, della quale fino a quel momento non pensavamo di partecipare.
    Per terra siamo posti al massimo della lotta contro la forza di gravità (che è uno dei principi dell’esistenza) e senza che ce ne avvediamo, rialzandoci, vinciamo una delle più immense e misteriose forze dell’universo.

    E’ vero, quella è “l’ora in cui la gente muore, in cui la polizia chiama, in cui ci si sveglia dopo un incubo e non ci si riaddormenta”, ma e anche l’ora in cui si approssima l’aurora; Usas, come la chiamano gli indù. Ovvero, colei che và (leggi: che ama) con tutti.

    Un ultima cosa: io ti vedo Artemisia. Ti vedo stringere quella mano. Ti vedo china su quell’uomo mentre dice “mi fanno male le gambe”.


  19. grazie Fabio, di avermi risparmiato di fare una ricerca in merito all’identità di Jos.
    detesto perdere tempo in certo modo…


  20. I casi sono due: o c’è su di me una sorta di Nemesi, oppure conosco solo uomini che ultimamente hanno scritto un libro… di fatto, la frase ricorrente dell’ultimo anno è stata “il mio libro” (con annessi e connessi)…
    Per carità Jos, non è colpa tua, è la mia che è diventata un’idiosincrasia.
    E tra poco uscirà quello sui bancari, e altri, anche.
    😀

    @Francesco: Da quando in qua tu fai le ricerche sull’identità delle persone? Pensavo fossi solo tu il googlato.

    @Mauro: Scrivi delle cose bellissime. Che mi fanno pensare ad altre cose, ad altri cerchi concentrici, o intersezioni di cerchi più grandi.
    Ad esempio, proprio un paio di giorni fa un amico mi ha spedito delle foto, dei ritratti splendidi, accompagnandole con una citazione di Levinas “..la parola di Dio..è inscritta nel Volto d’Altri, nell’incontro con Altri: doppia espressione di debolezza e di esigenza (…) Parola che mi esige come responsabile dell’Altro ..”
    È di questa “debolezza ed esigenza” che in qualche modo parli anche tu?

    Ho anche pensato al Barone di Münchhausen, che vince la forza di gravità assurdamente tirandosi su da solo per i capelli dalla pozza in cui è caduto.

    Quanto a Usas, io a volte mi sento un po’ lei.


  21. Fabio,

    finalmente ho capito chi sei! Sono strafelice di aver trovato un lettore… e che lettore!

    Io sono un fan di Radio Popolare: quando ero alla scuola di giornalismo di Milano, nel 1991-1993, ho collaborato con loro ia per le chiusure del radiogiornale di mezzanotte e mezza che al mattino prestissimo per lanciare su Videotel (l’antesignano di Internet) il notiziario delle 7.30.

    Ti ascolto spesso su Patchanka… una delle ultime puntate che sono riuscito a sentire (il replay serale, mentre rientravo a casa dal lavoro) intervistavi Will Oldham.

    Fabio and Lophelia

    Forse non lo sapete, ma il libro su Enron è uscito due anni dopo in versione condensata e con un capitolo in più (e prefazione di Massimo Muchetti del Corriere della Sera) per la collana “RealCinema” di Feltrinelli in accoppiata proprio con… il Dvd di “The smartest guys in the room” di Alex Gibney!

    Se ne volete una copia, mandatemi il vostro indirizzo, ne ho ancora un po’ qui con me (la Feltrinelli per la rivistazione del libro mi ha “pagato” con un cartone di copie dell’originale e del libro-dvd).

    Arte:

    quale libro sui bancari???? Ne sto giusto proponendo uno al Sole… c’è qualcuno che se ne sta occupandfo già? mannagga & disdetta.

    Tanto per restare in tema di “il mio libro”, a maggio esce l’ultimo mio su “mutui & prestiti” per Il Sole e Giunti di Firenze…

    Lophelia:

    a proposito, se passo da Firenze per presentarlo sarebbe l’occasione per incontrarci.
    Tra l’altro a Firenze conosco la gente dell’Istituto Stensen… bella gente!

    ciao!

    Jos


  22. Jos: molto volentieri, tra l’altro la programmazione dello Stensen mi arriva puntualmente via email, fanno sempre cose interessanti…

    (Arte, ormai è andata così…)
    anche a me le parole di Mauro hanno subito fatto pensare a quella citazione di Levinas che conosciamo per gli stessi motivi.


  23. Lo so Lophelia, è inutile tentare di arrestare Nicola quando ci si mette.
    😀
    rassegniamoci

    (fosse solo lui!)


  24. mi arresto da solo
    oggi è giovedì e devo chiudere il settimanale (du’ palle….)
    sto tutta la settimana a parlare sempre e solo di soldi (degli altri, oltretutto)

    beati coloro che possono parlare di Levinas, Oldham, Bowie… perché loro sarà il Regno delle arti e delle sapienze!

    ciao

    Jos


  25. mi viene il dubbio che rassegniamoci si scriva senza i

    sono stata troppo lontana dall’Italia

    sssst…. si è zittito… ci dev’essere un’assemblea sindacale

    😉


  26. Ciao Artemisia, ho letto ora il tuo commento da me, e dici che al primo posto metti Tolstoj…va bene tutto quello che a noi colpisce di più o piace di più, io faccio fatica a stabilire una vera classifica, oggi però avevo in mente Cechov…
    Quanto al tuo post, arrivo ora e quindi ho letto anche tutti gli altri commenti, come faccio sempre..c’è molta carne al fuoco come sempre qui,ho avuto conferma di qualche intuizione attraverso un commento di un’altra persona.., ma dico anche che aldilà dal farti i complimenti perchè hai scritto veramente bene…(io non ho doti di scrittura anche se leggo molto), e i miei giudizi si fissano sul mi è piaciuto o non mi ha detto granchè…il tuo scritto dice molto e lo dice bene…quanto al dire altro, sono troppo coinvolta con scenari di questo tipo direttamente per aggiungere qualcosa..
    Un abbraccio
    Franca


  27. @Franca: Qui c’è sempre molta carne al fuoco, dici tu. L’immagine mi dà un che di cruento, tipo grigliate miste di fiorentina e salsicce…

    😉

    non capisco molto la tua intuizione ma forse è meglio lasciarla com’è


  28. per il correttore automatico di mozilla va bene sia con la I che senza.
    quello di Windows Live Mail invece boccia inesorabilmente la versione senza I, cosa che a me personalmente pare una boiata.
    non penso comunque che sia un problema derivante dal vivere lontano dall’Italia.
    da un certo punto in poi siamo tutti analfabeti di ritorno o forse siamo stati tutti alfabetizzati grossolanamente.
    non mi sembra un gran problema peraltro, la lingua a mio parere è una cosa viva o non è.
    e detesto quelli che mettono i puntini sulle I (appunto…) o ti fanno le pulci con la pretesa di dirti cosa è giusto e cosa no, qual è l’italiano puro e quale no etc etc.
    li costringerei tutti ad ascoltare a ripetizione l’Ave Maria sarda che ho provato stasera col mio coro, con la sua incorreggibile mescola di sardo e latino, che noi chiamiamo “sardinorum”.

    ecco, così anch’io vi ho raccontato qualcosa della mia vita all’insegna dell’arte e della sapienza alla faccia delle quattro briciole che razzolo sull’aia della Milano da bere che, per sopportare sé stessa, guai a toccarle i suoi corsi di canti tradizionali – danze africane – teatro balinese – scrittura creativa – shiatzu – feldenkrais – hata yoga – metodo qui e metodo là, in cui buttarsi a capofitto subito usciti dall’ufficio non prima di essere passati a rimpinzarsi di cocktail e schifezze varie in qualche lounge bar o panetteria per ricchi per una “happy (?) hour…”


  29. Francesco, per me non sono puntini sulle i, perchè per me il controllo sulla mia lingua significa una conferma della mia appartenenza linguistica e culturale, che non è ovvia come la tua, ma combattuta e sofferta. Ci tengo a sottolineare che la mania di correttezza linguistica riguarda solo me stessa, e non gli altri, dai quali invece accetto tutto.
    Il discorso dell’italiano puro, poi, mi ricorda la mia vita scolastica fiorentina e tutte le balle che ci propinavano sul Manzoni che era andato a risciacquare i panni in Arno, tristi ricordi del ginnasio.

    Quanto all’Ave Maria sarda, non devi costringere nessuno, anzi se me la mandi mi fai contenta.
    🙂

    Ecco, e ora hai anche condiviso qualcosa di te, Maestro, per chi non è fortunato come me e non ti conosce in tutta la tua sensibilità e bellezza interiore.


  30. io credo che la tua appartenenza linguistica sia ben salda e indubitabile, non hai idea di cosa si legge in giro, per esempio su molti blog.
    il caso “rassegn(i)amoci” poi, a mio parere, è un caso limite, una specie di super-eccezione che metterebbe in difficoltà anche il più accanito fan della grammatica italiana.
    comunque dai, non lagn(i)amoci troppo, pieni come siamo di tanta bellezza interiore, ce la sogn(i)amo la Milano delle finanziarie tossiche!


  31. Ciao Artemisia, il post di oggi in qualche modo ha fatto riferimento anche a te…mi aveva davvero colpito qualche giorno fa che da adolescente leggevi già S.Giovanni della Croce…
    Una buona giornata
    un saluto affettuoso
    Franca


  32. Recensione del romanzo “L’uomo sull’asfalto” di C.

    dal quinto volume della raccolta dei “Cahiers du (ob)Literature”

    Un uomo steso sull’asfalto, incapace di muovere le gambe doloranti, prima di venire trasportato in un’inutile corsa verso l’ospedale di T. fa in tempo a sussurrare all’orecchio della soccorritrice C. una sola frase.

    Si apre così, con una situazione davvero molto cinematografica (la scrittura indugia sui cromatismi, il movimento è quasi quello di uno script per una sceneggiatura), il primo giallo di C. M., oggi acclamata star del genere noir nordico-fiorentino. Dopo aver scoperto che lo sconosciuto soccorso sull’asfalto è morto in ambulanza, C. cerca di venire a capo del triplice enigma che grava sullo sconosciuto: qual è la sua identità, perché é morto ma soprattutto perché teneva gli occhi fissi sulle sue scarpe.

    Un dettaglio, questo, che solo un lettore non aduso alla complessità psicologica dei personaggi di C. M. potrebbe trovare marginale sino all’irrilevanza.
    Ma che invece condizionerà tutto il resto della trama.

    Cos’avevano di particolare le scarpe di C.? Era forse il tacco da 12 centimetri che intimoriva l’uomo steso sull’asfalto? Non gli piaceva quel color pervinca che si abbinava alla borsa di C., in pelle di suricato dell’Angola meridionale? Oppure c’era un messaggio che l’uomo sull’asfalto voleva lanciare con quell’attenzione fissa alle scarpe? Forse chi l’aveva colpito e ridotto in fin di vita era un calzaturiero? Un ciabattino? Uno scarparo, come dicono a Roma?

    Oppure il messaggio è più filosofico? Forse l’uomo sull’asfalto con l’attenzione alle scarpe voleva esprimere il suo sentimento di impotenza, come quello di una cicca (o una cacca) schiacciata dalla suola di un Destino cinico, baro e soprattutto disattento a dove mette i piedi? Un tema, questo, molto caro a Emmanuel Levinas.

    O c’è un’altra lettura, meno filosofica e più psicologica: secondo l’analisi sviluppata ampiamente con una serie di approfondimenti dalla scuola del Tacco Basso di Palo Alto, l’attenzione per le scarpe è tipica del maschio occidentale decadente (e dunque steso, anche sull’asfalto) che dimostra la propria impotenza esistenziale (e fisica, talvolta) appuntando il proprio sguardo solo sulla base della figura femminile, dimenticando quindi della donna occidentale altre dimensioni fondamentali come l’altezza (o l’ipotenusa, o la diagonale).

    Un libro complesso, questo di C. M., una lettura polimorfica, poligonale, polifonica, polistilica, poligrafica, polidattilica.

    Un libro a chiave che si legge come una chiave e che come una chiave non si capisce. A meno che non si parta da un dettaglio: cosa c’entrano, ancora una volta, le scarpe di C.?

    Ma soprattutto? Quanto aveva speso C. per quelle cazzo di scarpe pervinca in pelle di suricato dell’Angola meridionale?

    JosBerto JosEco


  33. @Francesco: Appunto, rassegn(i)amoci.

    @Franca: Non è strano che io a 18 anni avessi tali letture: la blogosfera allora non esisteva, guarda adesso cosa leggo…e poi in quel caso avevo anche biechi fini nei confronti della persona che mi aveva prestato il libro.
    🙂

    @Egregio Professor JosEco: La ringrazio molto per l’inattesa quanto articolata recensione. Lei pone degli interrogativi interessanti. Soprattutto mi inquieta l’ipotesi della Scuola del Tacco Basso di Palo Alto sull’impotenza esistenziale (nonchè ahimè fisica) alla base dell’atteggiamento feticistico maschile nei confronti della calzatura femminile. Le altre dimensioni fondamentali della figura femminile (diagonale, ipotenusa, seno, coseno e intelligenza emotiva) risultano infatti fortemente penalizzate da questo atteggiamento patologico-riduzionistico.

    Cordiali saluti


  34. Capisco, o meglio comprendo, la Sua obiezione.
    Ma mi consenta (voce verbale abusata assai): il punto finale è sempre quello.

    QUANTO HA SPESO C. PER LE SCARPE PERVINCA DI PELLE DI SURICATO DELL’ANGOLA MERIDIONALE?

    E poi: sapeva C. che il suricato è specie protetta?

    E ancora: la dimensione mancante non è senso, coseno, tangente o cotangente, ma profondità… profondità! Non in senso fisico, s’intende!

    Senta, dilettissima Autrice, non vorrei che lei si fosse adontata per una bagatella recensoria gettata a caso (a caso!). Mi creda Suo devotissimo e affezionatissimo lettore e compulsatore, nonché estimatore (non nel senso del geometra) dell’Opus Magnum (non nel senso del gelato)…

    Si celiava, si celiava, non nel senso del morbo celiaco né della sindrome di Adolfo Celi.

    Ossequiosamente, devotissimamente, recensoriamente Suo

    JosBerto


  35. @arte
    dunque, io fino al seno ci arrivo, è sul coseno che arrivano i problemi…


  36. E concludo: questa storia non è seccante né secante, o cosecante… trigonometria o triconomia, lasciamo stare!

    JosBerto


  37. Professor JosBerto, lungi da me l’essermi adontata. Come Lei ben sa, l’importante è che di un’opera si parli, anche se non è un Opus Magnum…

    Quanto alla Sua compulsività, non ho il minimo dubbio.

    Una risata ci seppellirà
    😀

    @Mucca: “Fino al seno ci arrivo”… ma non sei COSÌ basso, dai. (Se vuoi ti presto i tacchi delle scarpe di suricato, con quello che le ho pagate…)

    😉


  38. buon weekend a tutti voi

    Jos


  39. ahaha, meno male che ci siete voi ad allietare il mio riposo forzato da influenza.di.fine.stagione
    😀 😀 😀


  40. meno male che ci siamo tutti, direi

    (io poi se mi danno l’avvio, lo sai, come ai tempi della scuola…)

    😉



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