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Dieumerci

9 marzo 2009

bambini-soldato1

Tagliavamo loro le labbra, la faccia. Molti, li uccidevamo. Calpestavamo i cadaveri.  A volte mi sento pieno di rabbia. Le armi che usavamo mi hanno rovinato la vista, e ho ancora dolori alle orecchie.

Non sono mai andato a scuola.

 

Dieumerci, 11 anni, bambino soldato in Congo

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22 commenti

  1. Consiglio vivamente Ahmadou Kourouma “Allah n’est pas obligé” (Seuil) (“Allah non è mica obbligato”, e/o).
    Ciao, cometa


  2. ne avevo scritto anche io tempo fa, della tragedia del congo facciamo bene ogni tanto a ricordarla


  3. @Cometa: e/o?

    @Zefirina: La tragedia del Congo… la tragedia di tutti noi anche.


  4. Edizioni e/o
    Sopra Éditions du Seuil. La traduzione italiana è veramente ingegnosa, ma è veramente impossibile rendere con esattezza il tono dell’originale in francese.


  5. Tradurre è tradire, sempre.


  6. Roba da brividi, a cui molti non fanno nemmeno più caso, immagini che scorrono e parole che non hanno più la forza di penetrare, in molti che vivono nell’anestesia quasi totale…grazie come sempre del post cara Artemisia…cerchiamo di stare svegli!
    Ciao e buona giornata
    Franca



  7. @Franca: Io credo che sia facile dimenticarsi che la terra è una, è piccola, è di tutti, e che queste cose ci toccano, non sono lontane, sono vicine.

    @Antonio: …


  8. Oscar Wilde scrisse un libro che si intitola “Lanima dell’uomo sotto il socialismo”, é un libro che fa pensare che Wilde in reatà fosse, oltre al resto, un pensatore rigoroso. Egli, senza esprimerlo in maniera esplicita (altri fecero questo lavoro)riuscì a rendere il senso delle forze che governanoi processi dell’umanitarismo occidentale, in un’epoca in cui in africa c’era ancora il colonialismo, quindi un ordine di forze quantomeno esplicito. Nel libro l’umanitarismo, più che inutile viene definito addirittura dannoso, e questo, senza che Wilde, come nessuno della sua generazione, avesse un idea minimamente accettabile della specificità culturale dell’africa sub sahariana. “Semplicemente” il suo pensiero era in linea con quella corrente di idee che alla fine del XIX secolo cominciava a mettere in dubbio le idee illumuniste (per intenderci, gran parte di quello che fù chiamato simbolismo rientrava in questa corrente). Non molto tempo dopo, un pensatore tedesco di nome Frobenius, dopo lunghi ed appassionati studi sul luogo (girò l’africa nera in lungo e in largo) pubblicò una serie di testi in cui definiva una (la) specificità culturale africana, fatto questo mai espresso dalla cultura occidentale fino a quel momento (si parla del 1910-1920). Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, l’etnologo francese Marcel Griaule pubblicò “Il Dio d’Acqua”, un testo in cui viene riportata una lunga conversazione con un vecchio cacciatore della tribù Dogon, dove oltre ad essere illustrate consuetudini e mentalità tipiche del mondo centroafricano si dimostra che la dimensione cultuale africana è fondata su una vera e propria metafisica ( in questo testo, allegramente citato da molti nelle sue parti piu pittoresche c’è anche la spiegazione metafisica dell’infibulazione. Altra tipicità africana che attraversa tutte le forme religiose; è presente perfino nel cristianesimo copto).Mi sono dilungato un pò sulla presentazione di questi testi perchè la prima cosa che mi è venuta in mente vedendo l’immagine del bambino soldato è stata: da quanti anni vediamo arrivarci dall’africa immagini di questa brutalità ? quaranta,cinquanta anni? e questo perchè mezzi di comunicazione e stampa ci permattono di vederle. Oggi l’africa, continua ad essere luogo di spartizione di risorse per il mondo occidentale che non sa e non vuole capire la mentalità africana (Le divisioni tribali all’interno di nazioni disegnate da aree di appartenanza del colonialismo sono e continueranno ad essere una magnifica opportunità per chi vorrà creare destabilizzazione e conflitti all’interno di aree di interesse (basti pensare a quello che fece la Schell, per candida ammissione del suo presidente negli anni novanta, nella repubblica centroafricana, dove dopo libere eleziomi decisero di armare pesantemente il partito perdente generando così una guerra civile che durò dieci anni; per non parlare dei contractors americani che durante la guerra del ruanda presidiavano le miniere di diamanti creando aree di assuluta tranquillità mercantile; oppure quando il mondo intero decise l’embargo sul sudafrica e i commercianti di diamanti di Tel Aviv colsero l’occasione per monopolizzare il mercato dei diamanti di quel paese -e sì che gli israeliti del razzismo dovrebbero saperne qualcosa!) In tutto questo in africa non si è mai formata una classe politica degna di questo nome , perlemano per quelli che sono i parametri occidentali, e questo in gran parte per l’anima tribale del mondo africano ( laddove poi questa viene abbandona si verifica una depauperazione devastante, basti pensare alla nigeria uno dei luoghi più corroti del mondo di cui Lagos ne è il fulcro).Ora ,quello di cui sto parlando sono “forze”.Quella del mercato, una forza di tipo darviniano che pare inarrestabile. quella della morale applicabile sì agli individui, ma mai ai processi generali (perlomeno da molto tempo a questa parte). E poi un’altra forza, più sottile e perturbante, proprio perchè in grado di alimentare una sottile forma di crudeltà (una crudeltà di genere Artodiano, fatta non di cattiveria, ma di uno spaventoso adeguamento al comfort di cui noi siamo capaci)Cioè di vedere continuamente, ripetutamente, incessantemete, immagini di questo genere e di continuare a vivere la nostra vita senza che ci accada poco di più che un momento di commozione (prima ero molto più freddo riguardo a ciò, e questo per non lasciarmi tradira dalla commozione stessa, ma da quando ho un figlio questa freddezza è assai diminuita) Tuttavia ,lo stesso,sitema dell’informazione mercanteggia disinvoltamente con questo genere di immagini senza altro effeto generele (almeno questa è la mia impressione) che quello di aumentare la nostra attitudine al confort. Se penso a questo bambino armato nella guerra del congo, per i materiali necessari alla cosrtuzione dei nostri cellulari lo vedo terribilmente vicino, dal momento in cui mi appresto ad usare il mio. E quì il mondo diventa piccolo. Ma se penso alla sua condizione, alla sua esperienza,e alle forze che governano il processo che impone che certe cose avvengano, allora il mondo ridiventa infinitamente grande; le distanze pressochè incolmabili.


  9. Mauro, io ti ringrazio moltissimo per quest’apertura di prospettiva, incredibile per ampiezza e profondità. Il post intendeva toccare proprio molte delle cose di cui scrivi. Soprattutto hai centrato il discorso della lontananza-vicinanza da noi.
    Recentemente ho visto il documentario di Nathan Rissmann (in pratica, di Madonna) “I am because we are”. Lasciando da parte il discorso Madonna che è una falsa pista, il film è devastante. Affronta molti dei temi di cui parli tu. Il Malawi ad esempio è un paese dove il 50% degli abitanti sono bambini, e di questi la maggior parte non ha genitori, o sono morti o stanno morendo di AIDS. È una società senza speranza, perchè non c’è niente in cui sperare. Non hanno niente, tutto gli è stato tolto. Non hanno nessuno che possa guidarli verso qualcosa, sono bambini che si prendono cura di altri bambini. La loro cultura stigmatizza la malattia, la fede nella magia nera provoca molte vittime proprio tra i bambini che vengono mutilati e sacrificati.
    Allora, senza allargare troppo il discorso, io dico: cosa si può fare? Non lo so. Però penso che si debba partire proprio da quella parola: Ubuntu, io sono perchè noi siamo. Dalla dimensione della comunità, della condivisione. Questo secondo me, tra le altre cose, può insegnarci l’Africa.
    E questa dimensione io l’ho capita estesamente solo dopo che è nata mia figlia. Prima non la capivo, ma neanche sapevo di non capirla, era diverso e basta. Mia figlia ha reso il mondo piccolissimo, tutto è vicino. L’effetto commozione di cui parli tu è molto più intenso, ma questo è forse solo un fattore che mi disturba. È più l’urgenza di fare qualcosa, nel nostro piccolo, tutti, che mi appare impellente. Cosa faccio io non ha importanza qui. Forse, soprattutto, cerco di colmare le distanze. Di farle capire che noi abbiamo il lusso di poter fare una scelta, ma che la nostra scelta ha conseguenze per altri, che siamo responsabili. Che siamo una cosa sola, che è nostro dovere capire, ma anche agire.
    Ancora grazie.


  10. Provoco: ma perché non leggete libri africani? Perché l’Africa dev’essere raccontata da bianchi?


  11. Rispondo, spero con la comprensione di Artemisia, alla giusta provocazione di Cometa. Qualche tempo fa , per conto di una fondazione di Parma mi capitò di fare il ritratto ad uno scrittore africano premio nobel per la letteratura, che si chiama Wole Soinca.Dopo la consegna del ritratto ci fu una cena in cui ebbi modo di conoscere questo signore (di cui ovviamente non conoscevo l’opera) Mi trovai di fronte ad un signore coltissimo, sottile, spiritoso (Anche se con una assai marcata serietà di fondo). L’impressione che ne ebbi però, fu quella di trovarmi di fronte ad un occidentale; occidentale per formazione, per modo di esprimersi, per atteggiamenti. MI si permetta di fare un’altro esempio dal sapore opposto ma corrispondente. Qualche anno fa, quando ancora guardavo la televisione (perchè oggi ormai non la guardo più),in una puntata del programma “turisti per caso” Suzie, che faceva un giro nel Mali, incontrava una giovane guida turistica. Ebbene, in quel frangente scoprì che si trattava di uno dei nipoti i Ogotemmeru, il cacciatore intervistato da Griaule nel suo libro. Ebbene , questo ragazzo non sapeva nulla ( ma propio nulla!) di ciò che era il portato di conoscenza e di cultura del nonno e della sua generezione. Tutto cancellato, sparito in un libro di un occidentale (anche se mi auguro che qualche Dogon in giro ci sia ancora) Lui, nient’altro che una guida turistica dall’aria sorridente ma distratta. E ora veniamo alla questione della letteratura africana, che c’è, e che talvolta (come da noi ) è anche di spessore, ma io (ed è assai probabile che mi sia spiegato male) parlavo di “forze”. Quando ho citato i libri che ho citato, mi riferivo ad aspetti culturali preletterari. Se noi consideriamo l’Europa nella sua produzione letteraria,filosofica, poetica, così vasta, sottile profonda e onnicomprensiva e consideriamo quanto, mentre si è prodotta questa letteratura ci si sia fatti la guerra in modi sempre più devastanti, allora abbiamo di fronte l’immagine di come la cultura letteraria non sia una forza in grado di arginare altre forze ( e questo non è una ragione per smettere di osservare e scrivere, quantomai per rendere la nostra capacità di rargionare, e scrivere,e raccontare, più puntigliosa e pervicace).Per quel che riguarda l’africa e il suo dna culturale, nella sua stragrande maggioranza (e qui mi riferisco a queste forme nel loro aspetto preletterario)l’umanesimo non esiste, l’idealismo li ha appena scalfitti, il socialismo è crollato sotto la pressione di un darvinismo mercantile, gestito da altri, che ha fatto risorgere il tribalismo nella sua forma piu deteriore e svuotata di contenuti ma non deprivata della sua carica di aggressività. Tutto questo per dire che esiste uno specifico culturale preletterario africano (come pure europeo -nel processo del quale oggi si è sviluppata una notevole, ma non totale, riluttanza all’uso dell’opzione bellica- quindi uno specifico orientale ed uno estremorientale, e così via)A differenza degli altri quello africano sembra non aver sviluppato la capacità di garantirsi un’autonomia, una capacità di auto affermazione tale da poter “commerciare” da pari a pari con il resto del mondo, anzichè essere predata e schiacciata come succede. C’è una domanda in queste mie osservazioni questa resta aperta; se ce c’è una risposta in senso politico, culturale, di prassi economica,questa la dovranno dare loro (Era questo il senso del libro di Wilde. Perchè ci crediamo al fatto che l’occidente intenda realmente aiutarli?), ma non in senso letterario, questo perchè (e noi europei, siamo i primi a saperlo), di fronte all’urgenza, la letteratura ci accompagna, ma non ci risponde.


  12. Perdonatemi, ma credo di dover aggiungere qualcosa perchè penso sia importante (sempre partendo dalla provocazione di Cometa ma con un riaggancio alla questione più in generale). Noi bianchi abbiamo fatto una grande lavoro di ricerca intorno al nostro passato (la nostra storia così minuziosamnte vagliata; la scoperta dei fenomeni di lunga durata, come ad esempio il concetto di diritto elaborato dai romani ancora oggi studiato nelle nostre università di giurisprudenza- e non di storia si badi). Questo lavoro ci ha dato forza, consapevolezza. Agli africani, nella loro fase preletteraria, presente ancora al mito questo non era possibile. Dal momento in cui essi compirono il passo dell’alfabetizzazione (laddove ciò è avvenuto),avvenne come uno strappo che credo, nella quasi totalità dei casi rese impossibile la capacità di ricostruire una memoria, una elaborazione storica e di contenuti antropologici per essi fondamentali, su cui essi avrebbero dovuto e potuto meditare (continuare, cambiare, come , perchè?). Se alcuni bianchi (pochissimi) in un atteggiamento di autentica curiosità hanno voluto fare questo lavoro con loro (come fecero Frobenius e Griaule – ed è a questo genere di studiosi che mi riferisco, piuttosto che a quella vasta corrente antropologica che si serviva dei “modelli primitivi” per spiegare processi che riguardavano il mondo bianco, generando un accademismo-manco a farlo apposta illeggibile- praticamente vuoto di senso) e, dicevo, lasciando così delle vive testimonianze di un passato e di un anima a cui gli africani alfabetizzati di oggi possono attingere per realizzare quella operazione autocostruzione necessaria. Ebbene questi bianchi sono fra i pochi (e questo, insomma , lo si può ammettere) che agli africani hanno laciato qualcosa di prezioso, che anzichè depredare, hanno restituito, potendo, forse fare qualcosa di reale e importante, non già per il bambino effigiato nella foto postata da Artemisia, ma magari per suo figlio, o chissà, per suo nipote….

    E dopo questa me ne starò zitto per tre mesi.


  13. @Mauro: (gulp)

    Aggiungo solo: Ecco forse il contributo migliore sarebbe mettere l’Africa in condizione di trovare la propria risposta.

    (E se tu stessi zitto per tre mesi mi dispiacerebbe molto.)

    @Cometa: Provoca provoca tu, che questo te se magna…

    😀


  14. Sono spiacente. Le cose che scrive irondestiny sono molto interessanti, in larga parte condivisibili. Ma non ha veramente risposto alla mia domanda.
    Perché mi parla di che genere di persona è Wole Soiynka?
    Io non ho il culto della personalità. Però l’ho letto.
    I letterati e cineasti africani hanno fatto un enorme lavoro di recupero della memoria contro le spinte che portavano ad annullare l’identità, la cultura e la società tradizionale.
    In particolare, il discorso è partito dai bambini-soldato: non esattamente un prodotto autoctono tradizionale.
    Gli antropologi non portano nulla agli africani. Neanche quelli rispettosi. I loro studi servono a noi. Nulla di più.
    Il vostro è ancora un atteggiamento neocolonialista. Fermiamoci a meditare. Su di noi.

    Comunque, state tranquilli, non scriverò altro su questo argomento. Non parliamo la stessa lingua…
    Ciao, cometa


  15. Cometa, io sono tranquillissima, e lo sarei allo stesso modo se tu decidessi di scrivere ancora su questo argomento, anzi mi farebbe molto piacere, come ogni volta quando ti leggo.

    È vero che io non ho risposto alla tua domanda. Ti scrivo quello che avevo pensato di rispondere: Non leggo libri africani perchè sono troppo ignorante per sapere quali libri dovrei leggere. (Per questo, grazie del consiglio di lettura).

    La cosa che un po’ mi sconcerta è il tuo passaggio alla forma “voi” (nel senso che io e Mauro parliamo con la stessa bocca?), e l’accusa comune di “neocolonialista”, che non so se trovo più comica o assurda. Ma io, come sempre, parlo per me.

    Fermiamoci a meditare, ottima idea.


  16. @Arte
    A proposito della vita come viaggio, guardando Dieumerci, 11 anni, bambino soldato in Congo, io aggiungerei: un viaggio nel delirio …
    La domanda inquietante è: perchè il silenzio di Dio?


  17. Aldo, se sapessi rispondere alla tua domanda con certezza non sarei qui. Ma la domanda è centrale per chi crede, e per molti è una ragione per non credere.

    Forse la voce di Dio è quella di Dieumerci, e nessuno l’ascolta.


  18. @Arte
    Non chiedevo una risposta ma sollecitavo una riflessione “corale” ….
    Dieumerci (per ironia significa: Dio grazie!) testimonia la radicalità devastante del male nel mondo e l’ “assenza di una presenza visibile”, da parte di un Dio, che viene definito Padre misericordioso dell’uomo …
    Quale padre, veramente “misericordioso”, lascierebbe un suo figlio “diletto”, così indifeso e in balia delle forze del male ?
    Noi abbiamo un “disperato” bisogno di Dio (ovvero dell’Amore che Lui simbolizza), ma sembra che Dio non ci tenga in alcun conto …
    Su questo proponevo un dibattito.
    Grazie.


  19. Aldo, questo è un tema sul quale sicuramente torneremo.

    Io per ora posso risponderti quello che credo io, e cioè che quello che chiamiamo Dio (bisognerebbe forse intendersi anche su questa definizione ) non interviene nella storia e nelle vicende dell’uomo. Non è un Dio personale. Altrimenti, se potesse eliminare il male e non lo facesse, sarebbe un Dio malvagio; se invece non potesse farlo, non sarebbe onnipotente.

    Siamo noi, non Dio, che dobbiamo aiutarci gli uni con gli altri. Per questo esistiamo.


  20. C’è una cosa che mi sconvolge più delle altre, il pensiero che l’unica preoccupazione di quel soldato bambino sia il fastidio alle orecchie e il calo di diottrie.


  21. Infatti è sconvolgente. Ma se uno ci riflette, non potrebbe essere altrimenti.



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