h1

La città

13 gennaio 2009


Vide la città per la prima volta in un giorno di aprile, a sedici anni, camicia da uomo lunga su jeans slavati. Le aveva portate lì un treno prebellico, lei e un’amica flautista con una camicia quasi uguale alla sua. Non avevano mai pranzato al ristorante da sole. Il cameriere parve loro vecchissimo, gli tremavano le mani. Parlava la cantilena della città, e le faceva ridere.

Tornò nella città, ed erano passati solo tre anni, con un uomo dal profilo rapace. Nelle stanze dagli alti soffitti affrescati, sul corso, le insegnò tutto quello che lei aveva voglia di imparare, e molto di più. Lei dimenticò amici,famiglia, cibo, sonno e futuro e visse solo di lui, nelle lunghe ore del giorno della notte, e la città le era intorno, ma lei non la vedeva.

Un altro uomo, incontrato lontano dall’Italia, le parlò della città. Era quella della sua infanzia e adolescenza. La città evocata divenne per lei il gioco della sua voce, la luce dei suoi ricordi felici a lei inaccessibili, ma ai quali lei si scaldava, come si scaldava a lui, quando tutto intorno era freddo.

Un altro uomo ancora, non lo incontrò mai. Rimase per lei parole, e una voce che parlava con la cantilena della città. Percorsero insieme le vie e le scalinate, immaginarono percorsi comuni, si sedettero su panchine inventandosi scorci. Costruirono un passato comune per riempire un presente tenue come un filo. Lei gli fu sorella, lui fratello perduto.

Lei tornò ancora nella città insieme ad un altro uomo, il padre di sua figlia. Lo vide affrontare le salite con la bambina a cavalcioni sulle spalle, le gambe lunghe e lo sguardo sempre un po’ stupito, e la bambina rideva felice passando sotto gli archi, e la città era estiva e gli abiti leggeri, e la cantilena della gente era un brusio che la stordiva. E la bambina cadde correndo e si sbucciò un ginocchio, e bagnò di una goccia di sangue e due di lacrime la pietra.

Un altro uomo fu un fantasma, nella stanza sui tetti. Lei lo evocò, nella sua solitudine, dalla sua solitudine, e lui le apparve, e per qualche attimo non furono più soli. Mentre il vento notturno impazziva tra i camini lui si fermò a guardarla, tenendo delicatamente i suoi seni e la sua anima tra le mani, cercando disperatamente il coraggio per farle del male. Si lasciarono in un’inevitabile alba gelida, sotto i portici deserti, accanto alle scale mobili. Era novembre.

Passò il tempo. E la città fu ancora luogo di amici e allegria, di notti di parole di vino e baci, di pasticcerie e cappelli, di libri e segreti e caffè, maglioni rossi e bambine, pigiama a righe, regali, multe per divieto di sosta, pioggia e penne di sciamano.

E le linee del tempo si incrociano come vene di tufo e la riportano ancora lì, nella città sempre uguale e mutevole, appoggiata alla balaustra a guardare la luce del tramonto accesa sulla valle, da sola.


Annunci

20 commenti

  1. Bellissimo!
    🙂


  2. e Calvino (da qualche parte) sorride.


  3. @Frank: Ti ringrazio.

    @Iko: Speriamo…


  4. Da oggi sarà difficile non vederla anche attraverso i tuoi occhi. Città particolare, che non tutti i suoi abitanti amano come meriterebbe, come fossero legati a lei da un matrimonio sopratutto borghese. Forse proprio perché non ci sono nato, ma solo cresciuto, me ne sono innamorato senza obblighi e ho scelto di sposarla e probabilmente invecchiare con lei. Anche se non si può mai dire. In fondo, tu lo insegni, le cose più belle si possono benissimo portare nel cuore. Grazie di questo post.


  5. @Daniele: Mi fa piacere che ti piaccia. La città è invisibile e visibile, appare e scompare come una fata morgana. Forse bisogna non esserci nati per amarla?
    Tu però trattala bene.

    🙂


  6. Ah, quella piccola città di pietra e cioccolato…
    Un bacio.
    Mi hai fatto pensare a tante cose…


  7. @Antonio: Un Bacio Perugina??

    😉

    (“un apostrofo rosa tra le parole t’amo”…)


  8. Non dirmi così che arrossisco…
    ;o)


  9. @Antonio: … anzi: un apostrofo rosa tra le parole “s’agapò”

    😉
    ahahahaha!!!


  10. Bellissimo!
    Anch’io amo quella città.
    Oggi vivo in un luogo che non amo. Diciamo che mi accontento del mare che porto dentro.
    Baci, cometa


  11. @Cometa: Ma come, se ho capito bene vivi in una bellissima città…
    (anche lì avrei dei ricordi ma la smetto che qui qualcuno alla fine si farà un opinione sbagliata)

    😀


  12. Alla fine siamo noi stessi e i nostri pensieri felici a rendere belle le città in cui viviamo, no? ;o)


  13. @Daniele: Sì, però a me è anche capitato di essere molto infelice in posti bellissimi, e di continuare a trovarli bellissimi… e di essere felice in posti orribili, e continuare a trovarli orribili…

    Però se sono felice non mi importa niente che siano brutti, per dire.

    (sirene della neuro che si avvicinano)


  14. A me piacque subito per il suo essere labirintica, tortuosa, imprevedibile. Dà la sensazione di aspettarsi sempre qualcosa – o qualcuno – di imprevedibile da dietro l’angolo.


  15. Sì, più o meno era quello che mi dicevano i cugini di Firenze quando venivano a trovarmi e si stupivano delle tante scalette e archi e vicoli… io invece continuo a sentirmici a casa, come incarnasse le misura della mia “città ideale”… trovo “piatte” le città edificate in pianura.
    Le manca solo il mare, o per lo meno il lago a sfiorarne le periferie! 🙂


  16. @Lophelia: È vero. A me piace anche per quella campagna che entra fino in città, quell’improvviso proiettarsi verso la valle, quell’apertura scenica che ti fa la posta alla fine del corso. Quel vento che ti aspetta pronto ad aggredirti ad ogni angolo, anche d’estate.

    E gli improvvisi passaggi storici ed architettonici, da un parcheggio moderno una scala mobile ti porta in un ambiente medievale, ne sali un’altra e sei in pieno rinascimento, giri l’angolo e sei nell’ottocento.

    Entri in una pasticceria e sei nel 1920 (ma le paste sono fresche).

    Ci dovrebbero dare la cittadinanza onoraria, ci dovrebbero.
    😉

    @Daniele: Ma lasciali stare a Firenze, i fiorentini, che ci stanno tanto bene…


  17. accidenti so di cosa stai parlando…la riconosco…e ancora accidenti ho dei bei ricordi: di quando da ragazzi decidevamo di farci una scappata solo per berci un caffè…e di quando l’ho vista con gli occhi di un altro

    ah… se dovessi soffrire di nostaglia per via di ricordi canaglia non porei più uscire di casa, perchè ne ho sfiorate di città, cittadelle, specie nel corso di quegli anni dove ci si poteva incontrare solo in giro per via del suo lavoro


  18. “Sfiorare” città è un’immagine molto bella, Zefirina.
    Quante ne abbiamo sfiorate.


  19. Sono rimasto incantato dal tuo raccontare.


  20. @Alberto: E questo naturalmente mi lusinga.

    🙂



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: