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Tutto è lontano

14 dicembre 2008

La nebba umida ha preso d’assalto la piccola stazione. Loro due, soli, stanno aspettando l’ultimo treno della notte. Nella sala d’aspetto, una stanza spoglia che odora di vecchie sigarette, la luce al neon li illumina impietosa.

Lui le parla di politica e non la guarda negli occhi. Non si siedono, restano in piedi, stretti nei cappotti come armature, appoggiati al termosifone spento. Come tanti anni fa, lui parla con passione. Come se, in quel momento, non esistesse niente di più importante da dire, e nessun altro al mondo di più importante a cui dirlo.

Eppure è cambiato. Non c’è più nella sua voce quella vena di disprezzo che la riempiva di piacere e la feriva. Il sarcasmo di una volta è diventato ironia. Il rivoluzionario è morto, l’intellettuale è rimasto, ma preoccupato, e stanco. Non c’è più in lui quella bellezza dura che solo lei vedeva, non è più invulnerable. È fragile, e profondo. Lo sberleffo e il lazzo feroce di allora hanno lasciato il posto ad un’indignazione dignitosa, profonda, meditata. In fondo alla sua voce lei sente una misericordia, e una stanchezza, nuova.

Una volta, l’avrebbe guardata negli occhi, per ore. `

E tutto è lontano, il mondo di lei e quello di lui, il passato e il presente, i loro figli, la città e il mattino. Ma sono ancora lì, sospesi in quell’attesa, lui a parlare e lei ad ascoltare, come sempre, a qualche minuto da un giorno nuovo.

Ora, lei ha freddo. Il rumore del treno le dà quasi sollievo. Lui si riscuote, si gira a guardarla. E allora lei vede i suoi occhi, come allora neri e profondi più della notte che ritrovano, uscendo sulla pensilina. Le prende il viso tra le mani, baciandola in fronte, come un padre. Come non ha fatto mai. Come forse non farà più. E ora non parla.

Lei si siede nello scompartimento deserto, e lo guarda sparire, a grandi passi, nella nebba umida.

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46 commenti

  1. e quel bacio che fa venire le lacrime agli occhi ma non consola


  2. E tutto è lontano, […] a qualche minuto da un giorno nuovo […] Lui si riscuote […] Come non ha fatto mai. Come forse non farà più. […] Lei lo guarda sparire.

    L’assenza delle parole di lui e’ rivelatrice. Lui, che esiste solo per come era per lei, per come secondo lei e’ cambiato.

    Forse.

    Qui c’era un contatto (fisico?) che ora manca. C’e’ nostalgia, desiderio (di cosa?). Nell’istante del distacco la lucidita’ del ri-conoscere fa forza ed emerge (come allora neri e profondi) e noi possiamo solo augurarle che la prossima volta, ri-trovatolo, sia lei a guardalo negli occhi, per ore.

    a.


  3. uhm…non so se indovino le sembianze dei protagonisti.


  4. Mi ha colpita l’uso della punteggiatura.
    Frammentato.


  5. @Zefirina: In genere i baci non consolano, almeno me.

    @Auro: Uno di quei commenti che valgono un blog intero.

    @Lophelia: Chissà poi se esistono…

    @Gargoyle: È vero. Frammenti.


  6. le stazioni sono un non-luogo dove tutto può succedere, sospese nel tempo e nello spazio, dove siamo solo nel divenire.


  7. @Claudia: E le SALE D’ASPETTO (assapora la parola) sono ancora più non luoghi… luoghi fatti per aspettare, direi come scene di un teatro dell’assurdo, o di una poesia di Caproni (e invece lui parlava, oltre che di politica, del realismo di Verga, ma pensa te)


  8. oddio Arte, che tristezza però che m’è venuta. Non so spiegarlo, non ho mai vissuto una situazione come questa, non riaccende un ricordo, ma (perdona la presunzione) sa di me, della mia vita. E fa paura.


  9. @Iko: Lo so.
    Però: il post nelle mie intenzioni voleva dire questo: si cambia. Cambiamo noi e cambiano le prospettive, sempre.


  10. E gli altoparlanti della stazione davano “Memories of Green” di Vangelis…


  11. @Antonio: No, davano Paskalis Terzis: Saaaaagapoooooo!!!

    ahahaha

    😀


  12. No, non è vero che si cambia. Il vero sé non cambia, casomai si riduce sempre più verso il centro, verso il nucleo. Il vero sé perde come una buccia, uno strato dopo l’altro, tutto quello che è la sovrastruttura.

    Cambia la rappresentazione, cambia la bellezza, cambia la forza. Si inaridisce ciò che è umido, si bagna ciò che è secco.

    Ma la verità è un cristallo che alla fine resta lì, nudo, purissimo, durissimo eppure segnato dalla vita.

    E molto spesso, quasi sempre, riporta alla luce ciò che siamo stati da bambini.

    Alla fine riemerge ciò che ci ha segnati di più.


  13. La stazione, che luogo strano. Io la scena me la immagino in una piccola stazioncina deserta di campagna, squallida, ma allo stesso tempo affascinante. E in un posto così la tristezza è quasi d’obbligo.
    La cosa positiva è che poi passa un treno e ti portano via.


  14. però, giusto qualche tempo fa ci si interrogava sulla verità ed ecco qualcuno che ce la scodella bella e fatta.

    comunque mi permetto di dissentire da questa visione immobilista e anti-trasformativa, in una parola nichilista, della realtà.
    anzi, il racconto, a mio parere, va esattamente nella direzione opposta.
    e ci mostra che è nella relazione che avviene la trasformazione, laddove invece l’ego solitario, quello sì, rimane immobile e ossessivamente infantile.

    dunque continuo a pensare che , la verità – se mai ce ne una – è la relazione.
    e una sala d’aspetto che la possa accogliere.

    🙂


  15. @Jos: Neanch’io crdo che il Sè cambi. Le pedine a nostra disposizione restano quelle, come quelle del DNA.
    Quello che forse cambia, col tempo e la maggiore coscienza, è il modo in cui le usiamo. Forse abbiamo imparato quali mosse non fare, forse abbiamo imparato cosa ci porta alla sconfitta. O forse, abbiamo solo imparato a tenere in scacco l’avversario, che non è poco.

    Non togliermi questa speranza.

    @Rodo: Una volta o l’altra, sarà l’ambulanza della neuro a passare e portarmi via…
    😉

    @Francesco: Oddio, la verità scodellata… lungi da me…

    Sono d’accordo con te. Il racconto va esattamente in quella direzione: la trasformazione di una relazione, la trasformazione dei protagonisti, del loro rapporto. Il tempo. Il ricordo di come vedevano l’altro e se stessi. La coscienza di questo.

    In principio era il logos, dicevamo.


  16. Arte, Francesco non credo si riferisse a te quando parlava di scodellare la vaerità…

    JB


  17. Oddio Jos, hai ragione…

    😀

    sei tu che scodelli!


  18. Secondo me la vera figata è credere che la realtà sia quella, e poi scoprire con leggerezza che invece era tutta un’altra cosa, e scoprirlo un secondo prima di morire… Un’autentica e bonaria beffa, da cui ricevere imperitura consolazione ;o)
    Ecco la compiuta visione di una vita spesa tra ironia e verità…
    Ma non fateci molto caso, ieri ho fatto il botto con l’automobile e sono ancora un pò spaventato
    O_O

    Antonio Rasputin, saggio e giullare di corte
    ;o)


  19. arte, francesco: mi spiegate cosa vuol dire “la verità è la relazione”, se la relazione è la cosa che più di tutte si trasforma? grazie…


  20. Tema vastissimo, ma in qualche modo centrale, visto che ci torniamo sempre…

    Ti rispondo sul piano personale e interpersonale, visto che il post parla di questo. La verità è soggetta a trasformazione come tutto l’essere. La verità non si trova da soli. Tutta la natura funziona in quanto interazione, relazione. Anche il nostro Sè si forma nella relazione con altri Sè. La vita è un continuo rapportarsi agli altri in modo sempre nuovo, anche se le “pedine” a disposizione restano le stesse. È ogni volta trovare una nuova verità. Io non vedo contraddizioni in questo.


  21. Lophelia, ti ha già risposto Arte.
    mi associo, anche se io l’avrei detto con parole diverse.


  22. @Francesco: Dillo con parole tue…

    😀


  23. e allora la verità è sdrucciolevole, alla fine si torna lì:)


  24. forse il problema, Lophelia, è che tu cerchi una verità granitica e rassicurante.
    ma se consideri la verità come qualcosa che si trasforma ogni minuto allora il problema della sdrucciolevolezza non si pone neppure.
    anche se credo che l’ostacolo più grande alla verità sia l’Ego.
    ma su questo credo che non ci troveremo mai d’accordo…

    🙂


  25. @Lophelia: Più che sdrucciolevole direi fluida, in divenire nell’eterno moto del panta rei (non per questo meno vera)

    attenzione però a non confondere con relativa


  26. Sapevo che premiarti mi avrebbe dato soddisfazione, come sempre:-)

    SI


  27. Che la verità stia nella relazione mi sembra davvero una beffa. Qual è la relazione che dura, l’unica?

    Per l’agnostico/ateo non ne esiste una, perché la morte chiude tutto. Dunque non esisterebbe una verità che duri, finirebbe tutta con la fine della vita.

    Per il credente, seguendo lo stesso ragionamento, l’unica verità sarebbe la relazione con Dio, il primo fattore, la causa prima non causata, l’Essere.

    Quindi non Dio/Essere sarebbe la verità, ma la relazione con Dio.

    mah… non riesco ad accettare questa impostazione.

    JB


  28. Jos, lo dicevo che eri un nichilista…


  29. francesco: tu forse non cerchi rassicurazione? la cerchiamo tutti nessuno escluso, e dalla vostra teoria – pare – prima di tutto nelle relazioni.

    arte: anche di questo si era già detto.

    francesco, mi sembra che il mio post che accettava la verità sdrucciolevole fosse molto meno granitico e in cerca di rassicurazioni rispetto alle affermazioni che sono seguite sulla verità nella relazione, logos, infantilismo dell’ego etc….:-)


  30. @Silvia: Ti ringrazio moltissimo per il premio. Grande onore.
    Non rispetterò il regolamento, però…
    un abbraccione

    @Jos: Il post parla di rapporti intra/e interpersonali. Ho fatto la scelta di non addentrarmi in altre dimensioni, meno che mai quella teologica, che pure sarebbero interessanti. Non qui.
    Scusa.
    Ti rispondo così: La relazione (l’unica) che dura è l’eterna trasformazione. È la stessa legge dell’universo che riproduciamo al nostro interno e nei rapporti con gli altri. Solo che per paura spesso rifiutiamo di accettare questo, ci ancoriamo a persone e situazioni come se tutto fosse rimasto lo stesso.
    Simone Weil parla di “mutare rapporto tra sè e il mondo come, mediante la pratica d’apprendista, l’operaio muta il rapporto fra sè e l’arnese”. È un lavoro, richiede pazienza. Alcuni lo fanno solo dentro di sè, e secondo me questo è limitante. Io su questo critico la psicanalisi.

    (Comunque non riesco a non commentare quello che tu dici sull’ateo: l’ateo può benissimo credere che la sua vita finisca con la morte, ma che il suo amore per i suoi figli viva ancora in loro. Relazione che dura, trasformandosi.)

    @Francesco: Abbòzzala! (toscanismo che conoscerai)

    😉

    @Lophelia: È vero, tutti cerchiamo rassicurazione. Nessuno può vivere senza gli altri. È interessante per me notare come questa dipendenza (uso di proposito questa parola) venga vista con sufficienza da molti, come le venga negata ogni dignità di esistere, come l’Individuo sia assurto a Deità da idolatrare, come la ricerca del Sè venga vista come presupposto per relazionarsi con successo all’altro, mentre io sostengo che il processo è parallelo, intercomunicante, reciproco, comune. E che anzi rassicurarsi a vicenda è un dovere morale, e chi più ne ha più ne metta!!!

    😀

    mi sono accalorata
    (eccerto, direbbe l’analista, il terrore del distacco…)

    😉


  31. sottoscrivo quasi interamente Arte.
    ma che c’entra la dipendenza?
    senza gli altri non siamo nulla ma questo significa solo sapere di avere dei limiti mica diventare dipendenti.
    mi sembra una specie di falso ideologico tirare fuori la dipendenza.
    siamo l’unica specie animale, se non sbaglio, che necessita di un così lungo periodo di accudimento prima di rendersi indipendente appunto.
    vorrà pure dire qualcosa, no?


  32. Francesco, la parola dipendenza l’ho usata di proposito perchè è un po’ il drappo rosso, il lupo cattico, la peste.
    In realtà è piuttosto un’interdipendenza, di tutto e tutti, dove i rapporti di potere cambiano continuamente.


  33. sfatiamo una volta per tutte questo mito: con la psicoanalisi (che per inciso ripeto non essere per me la soluzione a tutti i mali ma solo uno strumento di base etc.etc.) non si fa il lavoro “solo dentro di sé”. Primo, il lavoro è di per sé fondato sulla relazione analitica, e già questo smentisce l’assunto.
    Secondo, tutto ciò che viene analizzato e rimesso in discussione riguarda le relazioni con gli altri – che infatti mutano profondamente con il progredire del lavoro: e -auspicabilmente- diventano più varie, ricche e dinamiche rispetto al modello della dipendenza. Proprio perché le relazioni sono importanti è importante la loro qualità.
    La dipendenza (parlo da esperta praticante…) è esattamente un'”ancorarsi a persone e situazioni”, con una modalità che le fa diventare interscambiabili: a dar loro valore è soprattutto la funzione. In questo tipo di relazione si rischia di oggettivizzare l’altro, di renderlo “funzionale” sminuendo o ignorando il suo valore intrinseco – e proprio in questo senso il processo di miglioramento della qualità delle relazioni non può che essere parallelo e interdipendente dal miglioramento della relazione col Sé (poteva mancare?) Si trattano gli altri come si tratta noi stessi (ok basta, ora mi cheto:)).


  34. lophelia – brava, sottoscrivo, ricordami di offrirti un caffe’ quando (finalmente) ci incontreremo 🙂

    cio’ detto, perche’ non vi incontrate in un bar/lounge/chalet di montagna e basta? ma vi sembrano cose da discutere in un blog? 😉

    a.


  35. @Lophelia: Sono d’accordo su molto di quello che dici.

    Alcune cose però vorrei puntualizzarle: La psicanalisi è UNO degli strumenti (non mi piace la parola, direi una delle vie) per conoscere se stessi. Non è la base, è UNA via.

    La relazione analitica è una delle forme più sofisticate di dipendenza, relazione asimmetrica per eccellenza, che nel momento in cui dovesse mai divenire paritaria (in genere, non lo diviene) si concluderebbe.

    Questo anche perchè è una relazione professionale: Io credo che le relazioni di amicizia e di amore siano non solo altrettanto valide vie, ma persino superiori alla presunta obbiettività scientifica della relazione professionale. e che anzi la qualità intrinseca di tali relazioni sia superiore a quelle professionali proprio in grazia della sua non obbiettività.

    Riguardo alla dipendenza, anch’io parlo da esperta, dico questo: la strumentalizzazione dell’altro è eticamente e umanamente sbagliata. È un rischio dal quale dobbiamo guardarci tutti. Non ha niente a che vedere col concetto di relazione. È anzi una conseguenza dell’idealizzazione egoistica dell’individuo tanto diffusa nella nostra società (dove infatti anche l’analista è uno strumento).

    @Auro: Incontrare gli altri? E per quale motivo dovremmo averne bisogno?

    😉


  36. carino 🙂


  37. @Jacopo: ehmmm… grazie…

    @Commentatore anonimo: Ho letto il tuo commento… ottima idea eliminarlo!

    😀


  38. … l’ontologia è sempre un vicolo cieco, e sul cartello delle indicazioni sta scritto “coazione all’oggetto”… anche il più ideale e teorico dei concetti come quello di Essere, di Verità, di Bene, ecc… corre il continuo rischio di essere pensato come una oggettività, se non addirittura nei casi più audaci come un oggetto, una cosa. Se l’Essere è, vuol dire che almeno a livello concettuale la nostra mente gli disegna intorno un confine, e quello basta per oggettivarlo. Ma gli disegna intorno anche un confine temporale, non fosse altro che il semplice tempo circoscritto che la mente impiega per pensarlo. E questo è l’unico modo, io credo, con cui l’Essere, qualsiasi essere, si presenta alla mente. Volendo regionare solo in termini di nuda e cruda ontologia, io credo che persino il concetto di relazione, e conseguentemente la sua identificazione con la Verità, finisca con l’essere reso un oggetto, annullando quel che di peculiare dovrebbe avere la relazione rispetto agli oggetti che la determinano. Cioè la peculiarità di essere una relazione tra oggetti, e non gli oggetti appunto. Qui sta il nostro limite secondo me. Tu Arte lo sai quanto amo il concetto di Verità, e credo anche io che la parola “relazione” sia la più adatta a descriverlo, ma sono giunto alla conclusione che la nostra mente ne è intrinsecamente incapace… Ecco perchè credo che la verità resti un mistero (o un Mistero), in senso sia filosofico che teologico che semantico.
    Francesco, sono io il vero nichilista!!!
    ;o)


  39. @Antonio: È molto vero quello che dici.
    Io però non credo nel mistero. Credo che sia possibile riuscire a capire, sentire e intuire tutto quello che ci è necessario sapere. In parte con la mente, in parte col cuore, in parte coi sensi.
    Neanche tanto importa capire secondo me, importa essere in maniera autentica.


  40. Già… Come scrive Claudia nel suo ultimo post, ci vorrebbe un cuore semplice per capire…
    Io però ho capito che in questi blog gira tanta bella gente!
    ;o)
    Baci baci.


  41. (per la precisione la dipendenza dall’analista deve sostituirsi temporaneamente alle altre dipendenze per poi rendere libero il paziente, e se ci riesce i suoi soldi se li è ben sudati)


  42. @Antonio: Sai che lo penso anch’io? Bellissima gente.

    @Ancora tu: Anche perchè il paziente poi in genere torna.


  43. (scongiuri)


  44. @A.t.: :D!!!


  45. Bellissimo!
    Grazie.
    Non sono qui per commentare il tuo racconto. Non sono un critico. Quando una cosa mi piace, come un bambino rimango sospeso a godermi la meraviglia, senza verbalizzare.

    Invece, oso qualche chiosa ai commenti, perché al contrario la vis polemica ha le sue esigenze.

    “Tutta la natura funziona in quanto interazione, relazione. Anche il nostro Sè si forma nella relazione con altri Sè. La vita è un continuo rapportarsi agli altri in modo sempre nuovo, anche se le “pedine” a disposizione restano le stesse. È ogni volta trovare una nuova verità.”
    Ciò mi suona vagamente spinoziano, lo sottoscrivo e lo amplierei: rapportarsi agli altri ed alle cose. Ci sono infinite verità, perché infiniti sono i corpi ed i modi con cui rapportarsi.
    La relazione, per me, ha un suo spessore ontologico. Sì, Jos, la relazione con l’Essere colto nella sua pienezza è la verità. E il suo contrario, se ti piace…

    @artemisia: sull’amore dell’ateo, allora sei d’accordo con ciò che scrivevo su Blu! Sono onorato! 🙂
    Però non mi piace che usi il termine “rassicurazione”. Il processo parallelo preferirei chiamarlo comunicazione, abbraccio, perché non mi sento né di dare necessariamente sicurezza, né di doverla per forza chiedere. Può essere un possibile elemento di scambio. Ma porlo come necessario implica di conseguenza il rapporto di dipendenza, nonostante il doppio senso di circolazione.

    @ Antonio: perfetto! Non avrei potuto dirlo meglio. Perché non sono nichilista?

    Grazie per le bellissime cose che avete scritto! …e scusate l’intrusione da caprone qual sono.
    Ciao, cometa


  46. @Cometa: Ci piace la vis polemica…

    🙂

    Vagamente spinoziano… spererei, più che vagamente. Hai centrato in pieno una delle fonti, complimenti.

    Non ricordavo il tuo commento a Blu, o forse, direbbe un analista, l’avevo interiorizzato
    😉
    ma mi trova assolutamente d’accordo. Non è certo una professione di fede a renderci immortali, è piuttosto il modo in cui viviamo, e l’immortalità (cioè l’uscire dalla dimensione temporale) è legata appunto a come l’amore sopravvive alla morte.

    Certamente, la relazione ha uno spessore ontologico, anche per me. Ad esempio il pensiero di divinità come relazione… pensiero affascinante, se uno pensa ad esempio alla trinità come perfetto triangolo di relazione geometrica. La relazione infatti non è (come siamo portati a pensare) tra due persone, ma tra infinite geometrie.

    Riguardo al termine “rassicurazione”: ovviamente in gran parte del linguaggio psicanalitico è inteso negativamente. Bisogna liberarsi dal bisogno di venire rassicurati. Io dico che bisognerebbe lavorare per avere sempre meno bisogno di venire rassicurati. Ma le pedine sono quelle, il nostro vissuto è quello. E ci sono poche cose più belle che venire rassicurati da un amico, rassicurare un amico, ammettere di averne bisogno. È un limite, è umano, ma non è bello?

    In linea di principio, quindi, hai assolutamente ragione. Nel processo parallelo non odvrebbe esserci bisogno di rassicurazione.Ma anche un abbraccio, non è in fondo un dire “sono qui per te?” Non è una rassicurazione?
    Forse il discorso piuttosto non si deve porre la rassicurazione come necessità, ma come libertà?

    Grazie a te per il bellissimo contributo.

    E grazie a tutti, che coi vostri commenti avete oltrepassato ogni mia aspettativa su questo modestissimo post.



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