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Everything and nothing

27 settembre 2008


Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non somiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre, che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente, s’era già addestrato nell’abitudine di simulare d’essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca ad essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro. Le fatiche dell’istrione gli fecero conoscere una felicità singolare, forse la prima che provasse; ma applaudito l’ultimo verso e ritirato dalla scena l’ultimo morto l’odiato sapore dell’irrealtà tornava a impossessarsi di lui. Cessava d’essere Ferrex o Tamerlano ed era nuovamente nessuno. Incalzato, prese a immaginare altri eroi e altre favole tragiche. Così, mentre il corpo compiva il suo destino di corpo nei lupanari e nelle bettole di Londra, l’anima che lo abitava era Cesare, che non presta ascolto all’ammonizione dell’augure, e Giulietta, che ha in odio l’allodola, e Macbeth, che conversa nella landa con le streghe che insieme sono le parche. Nessuno fu tanti uomini come quell’uomo, che a somiglianza dell’egizio Proteo poté esaurire tutte le apparenze dell’essere. Talora, lasciò in qualche luogo della sua opera una confessione, certo che non sarebbe stata decifrata; Riccardo afferma che nella sua sola persona fa la parte di molti, e Jago clice con curiose parole: non sono quel che sono. L’identità fondamentale dell’esistere, il sognare e il rappresentare, gl’ispirò passi famosi.

Vent’anni durò in codesta allucinazione guidata, ma una mattina fu sopraffatto dal tedio e dall’orrore d’essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che convergono, divergono e melodiosamente agonizzano. Quello stesso giorno decise di vendere il suo teatro. Meno di una settimana più tardi era tornato al paese natale, dove riebbe gli alberi e il fiume della fanciullezza e non li collegò a quegli altri che aveva celebrati la sua musa, illustri per allusioni mitologiche e voci latine. Doveva essere qualcuno; fu un impresario in ritiro che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, le liti e la piccola usura. In tale carattere dettò l’arido testamento che conosciamo, dal quale deliberatamente escluse qualsiasi tratto patetico o letterario. Solevano visitare il suo ritiro amici di Londra, ed egli riprendeva per loro la parte del poeta.

La storia aggiunge che, prima di morire o dopo morto, si seppe di fronte a Dio e gli disse: Io, che tanti uomini son stato invano, voglio essere uno e io. La voce di Dio gli rispose da un turbine: Neanch’io sono; io sognai il mondo come tu sognasti la tua opera, mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno sei tu, che come me sei tanti e nessuno.

(Jorge Luis Borges, L’artefice)

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9 commenti

  1. uno, nessuno, centomila


  2. che strano… proprio strano… in un certo qual modo parliamo della stessa cosa, in due post caricati quasi in simultanea… ma è davvero un caso? Tu pensa…


  3. @Zefirina: Ma poi, è così importante essere uno?

    (ma mi rendo conto che questa cosa spaventa)

    @Isterika: No, non è un caso, e ti dico subito che è un fenomeno relativamente frequente tra bloggers che sono sulla stessa lunghezza d’onda.
    Io se mi dessero dei finanziamenti ci farei su un progettino, ma ne dubito fortemente…

    🙂


  4. il poeta dunque come antenna?


  5. Anche. Il poeta come medium, ma soprattutto il poeta come diverso, che cerca, senza veramente volerla trovare, una parvenza di unità nella parola. Il poeta che viene sognato dai suoi sogni, che come un dio crea e distrugge.


  6. il poeta come demiurgo amante e vittima, meglio, vittima perché amante, delle sue creazioni.


  7. Henry, parole mie, parole tue, parole che avresti o avrei potuto dire/scrivere tu o io…

    🙂


  8. parole nell’etere…….


  9. […] a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro.” (Jorge Luis Borges, L’artefice, Fonte) Composizione: 1600 – 1602 Edizione: Garzanti i grandi libri Traduttore: Nemi d’Agostino […]



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