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Naxos

25 settembre 2008

Avevi un nome, un posto tuo
qui,
sotto il lobo destro.

La sera al porto
eri nodo di sartie e di campane
rintocco
in bilico su notti di meltemi
assaggiavi lo scarto
tra le mie labbra umide e salate
come marea
montava in me la vita
in vortici di mare
sciogliendo
acque intrecciate a cespi
di timo
e immobile calore.

Avevi, ancora, un posto
un nome
tuo
qui, sotto il lobo destro.

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18 commenti

  1. già ma ora ho cancellato o meglio messo via i ricordi di quell’estate a naxos
    e guardo altrove


  2. lo fai apposta!!!!!!!
    grrrrrrrrrrrrrrrrr


  3. non ho mai capito cosa sono i meltemi…


  4. @Zefirina: Ma no, ma no che non lo faccio apposta…

    🙂

    @Francesco: È un sinonimo di icastico…
    Seriamente: IL meltemi (sing. masch.)è un vento che soffia specialmente alle Cicladi, ma in generale nell’Egeo.


  5. finalmente scopro cosa è il meltemi.
    Questo uso del passato è, se mi permetti, lancinante.


  6. dell’imperfetto, pardon. Insomma ci siamo capiti.


  7. @Lophelia: Fossero questi gli errori…
    Ci siamo capiti.


  8. ma te vedi, e io che pensavo ai fonemi, agli stilemi, ai massimi sistemi…


  9. l’ho detto tante volte: non so che darei per scrivere una volta una cosa con questo stile, che peró é cosí tuo, cosí pieno dei tuoi gesti, del tono della tua voce.
    penso che solo chi ha avuto la fortuna di conoscerti di persona puó apprezzare sino in fondo quello che scrivi.

    di questa poesia, per me di un erotismo incredibile sin dal titolo, mi rimane dentro la ripetizione dei versi iniziali nella chiusa, rafforzata da quell’ancora che dice tutto.

    l’imperfetto é piú che perfetto.


  10. @Francesco: Tu pensi troppo.

    @Henry: Lo stile, come dici tu, è parte della persona. Anche a me piacerebbe scrivere le poesie che scrivi tu, ma soprattutto perchè nelle tue poesie vedo te.
    È lo stesso discorso.

    Ti ringrazio.


  11. dimenticavo i morfemi…


  12. … i patemi…


  13. …gli sloveni…


  14. Bè, io tra notti di patemi, morfemi e sloveni saprei cosa scegliere, sempre che gli sloveni siano di mio gusto.

    (perchè ogni mio post deve sempre andare a finire in cazzeggio? sono io? sono i miei lettori? Ma in fondo, ognuno non ha i lettori che si merita?)

    😀


  15. Eh sì, ci vorrebbe un po’ di disciplina,
    ognuno dovrebbe stare al suo posto:
    riss-pondere e u-bbidire!

    invece non è così e ci becchi come siamo

    e come lophelia
    trovo doloroso
    quest’imperfetto e bello
    come è ciò che perfetto
    non è

    come il ricordo che, a volte, nasconde il presente.


  16. @Mucca: A cuccia! ubbidisci!!
    Come si fa ad addestrare una mucca??

    qualcuno mi aiuti


  17. ecco, parlando seriamente mi sono dimenticato di dire una cosa.
    certo io non vi conosco (Arte e Henry) come voi vi conoscete reciprocamente però quando leggo le vostre poesie non riconosco nulla di quello che ho in mente di voi e di quello che ho percepito quando ci siamo incontrati (parlo solo delle poesie eh!, i post o i commenti è tutta un’altra cosa…)

    boh, ma alla fine ho capito che sono io ad avere dei problemi, ovunque intervenga quello che sembra a me è l’opposto di quello che sembra agli altri…


  18. @Francesco. Parlando serissimamente. Per te, ho ricercato questo brano. Un po’ lungo per un commento, ma dice delle cose importanti.

    EVERYTHING AND NOTHING

    Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non somiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre, che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente, s’era già addestrato nell’abitudine di simulare d’essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca ad essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro. Le fatiche dell’istrione gli fecero conoscere una felicità singolare, forse la prima che provasse; ma applaudito l’ultimo verso e ritirato dalla scena l’ultimo morto l’odiato sapore dell’irrealtà tornava a impossessarsi di lui. Cessava d’essere Ferrex o Tamerlano ed era nuovamente nessuno. Incalzato, prese a immaginare altri eroi e altre favole tragiche. Così, mentre il corpo compiva il suo destino di corpo nei lupanari e nelle bettole di Londra, l’anima che lo abitava era Cesare, che non presta ascolto all’ammonizione dell’augure, e Giulietta, che ha in odio l’allodola, e Macbeth, che conversa nella landa con le streghe che insieme sono le parche. Nessuno fu tanti uomini come quell’uomo, che a somiglianza dell’egizio Proteo poté esaurire tutte le apparenze dell’essere. Talora, lasciò in qualche luogo della sua opera una confessione, certo che non sarebbe stata decifrata; Riccardo afferma che nella sua sola persona fa la parte di molti, e Jago clice con curiose parole: non sono quel che sono. L’identità fondamentale dell’esistere, il sognare e il rappresentare, gl’ispirò passi famosi.
    Vent’anni durò in codesta allucinazione guidata, ma una mattina fu sopraffatto dal tedio e dall’orrore d’essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che convergono, divergono e melodiosamente agonizzano. Quello stesso giorno decise di vendere il suo teatro. Meno di una settimana più tardi era tornato al paese natale, dove riebbe gli alberi e il fiume della fanciullezza e non li collegò a quegli altri che aveva celebrati la sua musa, illustri per allusioni mitologiche e voci latine. Doveva essere qualcuno; fu un impresario in ritiro che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, le liti e la piccola usura. In tale carattere dettò l’arido testamento che conosciamo, dal quale deliberatamente escluse qualsiasi tratto patetico o letterario. Solevano visitare il suo ritiro amici di Londra, ed egli riprendeva per loro la parte del poeta.
    La storia aggiunge che, prima di morire o dopo morto, si seppe di fronte a Dio e gli disse: Io, che tanti uomini son stato invano, voglio essere uno e io. La voce di Dio gli rispose da un turbine: Neanch’io sono; io sognai il mondo come tu sognasti la tua opera, mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno sei tu, che come me sei tanti e nessuno.
    (Jorge Luis Borges, L’artefice)



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