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Rondò

25 marzo 2008

Ogni mattina faceva sempre la stessa strada, dall’albergo al centro congressi. Già conosceva gli odori e i rumori di Beyoglu, già il venditore di castagne all’angolo la salutava con un cenno del capo. Eppure non era a Istanbul che da qualche giorno, e presto sarebbe ripartita. E già era inebriata dall’aria speziata e dal pulviscolo d’oro che, ogni mattina, le cadeva addosso come neve.

Ogni mattina, passava davanti agli stessi negozi. E, ogni mattina, si fermava a guardare la vetrina del negozio di musica. Ce n’era una strada intera, uno dopo l’altro, e quello era tra i più piccoli. Solo musica classica, e musica tradizionale turca, incisioni rare, roba da fissati. La porta era sempre spalancata. A volte il proprietario stava appoggiato allo stipite, altre volte lei incontrava i suoi occhi d’oro, da gatto, che la guardavano dalla penombra dell’interno. Altre volte, quelli, uguali, di suo figlio, un ragazzino magro. Ogni volta, nei pochi minuti che lei passava a guardare le copertine dei CD, lui metteva la stessa musica.

A volte, tornando all’albergo nel pomeriggio, lei entrava in quel negozio. Si soffermava tra le bacheche, faceva sbattere le copertine di plastica tra le dita, una dopo l’altra, in uno strano ordine alfabetico che non capiva. Non c’erano mai altri clienti. Entrando, salutava in inglese. L’uomo dagli occhi d’oro le faceva un cenno con la testa, senza sorridere. E, senza fretta, faceva partire quella musica, interrompendo quello che stava ascoltando prima. Era qualcosa di barocco che lei non riusciva ad identificare, in lunghe volute ipnotiche che la stordivano.

Non comprava mai niente. Dopo qualche minuto usciva, lo stesso saluto, lo stesso cenno del capo.

L’ultimo giorno entrò nel negozio la mattina molto presto, mentre il taxi per l’aereoporto già la stava aspettando davanti all’albergo. L’uomo dagli occhi d’oro aveva appena aperto. La salutò con la stessa musica. Senza dire una parola, lei allora alzò il dito verso l’alto, come ad indicare le note che riempivano l’aria volteggiando. Per la prima volta, lui sorrise. E le mise in mano un CD: Purcell. Alzando anche lui un dito, disse: “Rondò. For you.” Con gesto deciso, fermò la mano di lei che stava per prendere il portafoglio. “For you”.

Seduta sul taxi, immersa nel traffico e sospesa sul ponte tra le due rive, negli occhi il pulviscolo d’oro, teneva quella musica, ora muta, tra le mani.

Un anno dopo, un’auto si arrampica lenta sulle colline del Casentino. A bordo, un uomo, una donna e una bambina addormentata. La stessa donna. La stessa musica, che ora lei gli fa ascoltare, raccontandogli la storia della città dorata. ”Questa musica sei tu”, dice l’uomo. ”Te la regalo”, dice lei. ”Ma no, è tua, come è tua la storia.” ”No, ora è tua. Ti regalo anche quella.”

Lui tace, sorridendo, e guarda il vento piegare l’erba sui grandi prati.

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7 commenti

  1. arghhhhhhhhhhhhhhhh!!!!!

    solo un lamento, tipo un suono gutturale che non so scrivere, non ho le parole.


  2. @Iko: Peccato che blogger non ha l’audio.

    🙂


  3. bellissima storia
    bellissima musica

    fortunati loro


  4. Forse hai ragione, fortunati loro, comunque.


  5. Sì, ma una copia te l’eri fatta?


  6. Rodo: come fai ad essere sempre così… esilarantemente… tu??!!! 🙂


  7. @Rodo: No, la copia doveva farla lui e mandarmela… secondo te uno come lui ci riesce??

    😀

    insomma non ce l’ho più

    @Claudia: Eh, è nata così…
    😉



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