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Visto, non visto

6 febbraio 2008

Il giorno della partenza ci eravamo alzati alle quattro, come sempre quando, da queste nordiche latitudini, si deve raggiungere una meta lontana. Alle sei, il primo aereo. Alle nove, in coda al gate ad Amsterdam, pronti a salire sull’aereo per Detroit. Da lì, poi, Orlando, le vacanze, la Florida, Disney e i delfini. Il sogno negli occhi splendenti di Maria, la valigetta rosa pronta da settimane.

Ma Maria ha una mamma distratta. Una che non capisce le regole. Una mamma che crede che, per accedere alla fortezza USA, basti avere nome e foto della figlia sul proprio passaporto. Illusa. L’impiegato al gate ci fa subito uscire dalla coda. Inizia l’interrogatorio: I’m afraid there’s a problem, sir. Si rivolge sistematicamente al mio compagno, nonostante si parli di MIA figlia e del MIO passaporto. Lo ucciderei. Chi ha preparato la valigia? Quando siete stati l’ultima volta negli Stati Uniti? Avete con voi regali? Di che colore sono le vostre mutande?

Maria mi guarda, prima interrogativa, poi sempre più preoccupata. “Che succede, mamma? Perchè non ci fanno salire, babbo?”

Non passiamo l’esame. Manca il visto per Maria. La coda è sparita, tutti sono ormai sull’aereo. Aspettiamo l’impiegata del ministero americano. Arriva una venticinquenne truccata male dall’aria spocchiosa, e ci comunica che la vacanza senza visto possiamo scordarcela, e che dubita che ci daranno un visto prima di “almeno una settimana”. Maria scoppia a piangere. E siamo lì, ad Amsterdam, senza bagagli (quelli sì, li hanno fatti partire!) e senza biglietto per tornare a casa.


S. s’incazza. Non con me, è troppo educato. Ma vedo che, norvegesemente, s’incazza. Chiama l’agenzia di viaggi. Io, intanto, asciugo le lacrime di Maria e mi attacco al cellulare. Sembriamo due invasati. Maria deve avere o un proprio passaporto, o un visto per gli USA sul mio. Si può scegliere se considerarla italiana o norvegese. Pensando che i norvegesi siano meno burocratici, mi rivolgo prima all’ambasciata norvegese all’Aia. Sono spiacenti, ma i passaporti li fanno solo a Oslo, bisogna andare di persona e ci vorrà qualche giorno. Il consolato americano ad Amsterdam è chiuso per una non meglio identificata festività. S. annuncia che l’agenzia non può aiutarci. Maria continua a piangere.


Allora telefono all’ambasciata italiana a Oslo. Mi risponde un versiliese gentile. Si ricorda incredibilmente di me, della mia faccia sul passaporto che mi ha rinnovato qualche settimana prima. Certo che possono aiutarmi. Adesso lui manderà i dati su me e Maria al consolato di Amsterdam, immediatamente. Mi dà il numero di telefono, chiamo il consolato italiano di Amsterdam, spiego tutto, mi dicono di venire subito, con due foto tessera.


Il negozio di fotografia dell’aereoporto di Amsterdam ha appena aperto. Maria non capisce perchè deve mettersi davanti allo schermo bianco. Il fotografo è gentilissimo, le parla in olandese e le sistema i capelli. Lei ha un’aria spaurita. Ci fiondiamo in un taxi, dove ne approfitto per truccarmi, che non si sa mai. S. Mi guarda male. Il consolato è in centro, bandiera italiana che sventola moscia su un palazzo anonimo. All’ingresso faccio subito ridere tutti perchè non capisco il funzionamento della porta automatica. Mi stanno aspettando, incuriositi. Un signore in doppiopetto e capelli grigi mi sorride rassicurante. Le trecce di Maria fanno il resto: un passaporto per la bambina, subito!


Nella sala d’aspetto, sembra di essere sul muretto di una piazza, in Italia: quattro vecchi portuali, due genovesi, un napoletano e un toscano, discutono ad alta voce del sistema pensionistico italiano, di transatlantici e nipoti. Una coppietta di alternativi giovanissimi, in un angolo circonda un neonato in un unico abbraccio, tra tatuaggi e piercing, lei lo allatta e lui lo accarezza in silenzio. Lei alza gli occhi, mi guarda, e sono tutti bellissimi. Un uomo solo riempie un modulo per riunirsi con sua moglie argentina. Ha lo sguardo triste e Maria lo fissa a lungo, finchè lui le sorride.


Dopo mezz’ora il passaporto è pronto, con un cioccolatino sopra. L’impiegato lo consegna con un abbraccio a Maria. Lo ringraziamo. Il signore in doppiopetto ci saluta da dietro i vetri.

Di nuovo all’aereoporto, un angelo travestito da impiegata della KLM ci trova un posto su un aereo per Minneapolis. Da lì, raggiungeremo la Florida. Non avremmo diritto al biglietto, ma lei sorride, strizza l’occhio e ci mette in mano le carte d’imbarco.


Sfiniti di stanchezza (e non siamo neanche partiti), sprofondiamo nei sedili duri dell’aereo. Chiudo gli occhi e mi preparo a un lungo volo, caramelle, cuscini sporchi di yogurt, pezzi di puzzle da ricercare tra i sedili, fili di cuffie attorcigliati, code per il bagno sempre occupato.

E rifletto sulla differenza che il singolo individuo può fare. Sull’importanza del volto della gente. Su questa umanità fragile, fragile, fragile.


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35 commenti

  1. Credo ricorderai per sempre quel signore gentile, in doppiopetto e capelli grigi…

    Vorrei darti un piccolo consiglio, ma nn lo seguiresti…

    Grazie per il racconto…

    G.


  2. Mi scuso dell’intrusione nel tuo blog…ma leggendo la tua storia (a cui dai la stessa conclusione che tante volte ho dato io nei miei continui spostamenti) mi è venuto da pensare che alla fine noi italiani siamo i peggiori detrattori del nostro Paese. Voglio dire: la burocrazia, di cui tanto ci lamentiamo in Italia, è in fondo fatta di persone. E le persone possono essere intelligenti o stupide. Oppure umane. Con un pizzico di intelligenza e umanità la gran parte delle lungaggini burocratiche di certo si accorcerebbe… e noi tutti avremmo più tempo… per le vacanze…


  3. @Gianfranco: Io anzi mi aspettavo proprio un tuo consiglio in questo frangente! Purtroppo non mi è venuto in mente di telefonarti già quella mattina dall’aereoporto, ma se me lo dici ora lo accetto volentieri, in previsione di altri viaggi…

    Chi ti ha detto che non lo seguirei?

    🙂

    @Deana: Nessuna intrusione, anzi benvenuta/o.
    Noi italiani non siamo detrattori, abbiamo poca fiducia nel sistema, perchè abbiamo sperimentato che in genere non funziona come dovrebbe. Però non si deve generalizzare, e io sono d’accordo con te: alla fine sono sempre gli individui a fare la differenza, e che basta poco, molto poco per aiutare qualcuno.


  4. @Arte: Mah?
    Per quel che vale, il piccolo consiglio era relativo a quello che scrivi e non al post in sè…
    ma meglio lasciar perdere.


  5. @Gianfranco: Ora non puoi fare il misterioso, dai… hai detto A devi dire B…
    Consigliami!


  6. vado di corsa, però (intanto) grazie.
    🙂


  7. No, non fragile, non fragile. Semplicemente umanità.


  8. @Iko, di corsa: E di che?
    🙂

    @Principe: A me questa cosa dell’umanità fragile mi viene specialmente quando viaggio in aereo e vedo la terra dall’alto e penso a quanto in realtà è piccola, a come tutti siamo legati, a quanto poco ci vuole a fare del male o del bene.
    A volte invece penso che essere uomini è una cosa fortissima, una roccia di possibilità e occasioni.

    Anche in questo, non mi so decidere.


  9. Vorrei esser stata lì a fotografarvi su quello sfondo:)


  10. Ho guardato indietro nel tuo blog…ho curiosato un pò nella tua storia… accidenti! che storia!


  11. è vero, in questa storia si vede benissimo la fragilità dell’uomo, o meglio l’imperfezione e l’abisso tra ogni singolo essere umano. Morale: meglio starsene a casa.
    😉


  12. @Arte: E’ stata una giornata “pesante” e me lo sono dimenticato…
    Uno di questi giorni mi tornerà in mente…e, magari, te lo dico.
    Chissà..?
    Cmq…ancora grazie per il bel racconto.


  13. dello sguardo sulle cose, delle fragilità e della burocrazia, di Nemo e delle trecce di Maria, del taxi che ho preso e della bandiera moscia sulla facciata, dell’angelo e dei capelli bianchi, dei volti, tutti, ma in particolare della piccola folla da bar nella sala d’attesa, delle lacrime e dei sorrisi, dell’angoscia e del lieto fine insomma.
    E sì che non l’ho riletto, perchè sono di nuovo di corsa! 🙂


  14. arte, cosa c’è da decidere?
    credo che si debbano “accogliere” questa fragilità e questa forza, o forse imparare a riconoscerle


  15. secondo me non e’ questione di nazionalita’ ma di umanita’ appunto.
    e poi di voci, facce, di sorrisi.
    credo che siano pochi quelli che riuscirebbero a resistere alla tua voce, ai tuoi occhi, al sorriso “da latte” di maria.

    alla fine credo credo sia stata comunque una bellissima esperienza no?


  16. @Lophelia: Lo sfondo di Nemo era bellissimo, ma sono sicura che anche al consolato avresti potuto fare dei bellissimi ritratti…

    @Deana: insomma ti sei fatto/a una cultura su di me…o meglio, su quello che di me metto sul blog…
    🙂

    @Michele: E alooooraaaa…
    😀

    @Gianfranco: Vabbè, facciamo così: io ti sopporto nelle tue giornate “pesanti” e tu mi sopporti quando sono polemica.
    Se poi ti viene un’illuminazione e te lo ricordi, fammi sapere.
    Grazie a te per leggermi.

    @Iko: Ma fermati un attimo, siediti qui sul divano, riposati!
    Sono contenta che ti sia piaciuto. Ci sarebbe anche un seguito ma non vorrei annoiarvi…

    @Mucca: Ancora una volta, parole di grande saggezza.

    @Henry: Vedo che non avete perso la vostra consumata abilità al complimento, Conte…
    😉

    Hai ragione, bellissima esperienza.
    Io sono una persona fortunata, perchè quando mi sono trovata in simili frangenti ho sempre trovato persone pronte ad aiutarmi. Forse per questo ho una generale fiducia nel prossimo.


  17. io son convinto che la fiducia nel prossimo la si ha quando si e’ in grado di darla al prossimo.
    tu ci riesci!
    un bacio


  18. Da italiano contemporaneo, sto vivendo in questi giorni l’ennesima umiliazione della mia Patria da parte di quei baracconi istituzionali che sono oramai i nostri parlamentari. In metropolitana, quando mi ritrovo davanti così tanti volti sconosciuti, mi chiedo continuamente se il mio popolo si sta rendendo conto dello sfacelo sociale e culturale che lo attraversa. E mi sembra fragile, fragile, fragile… E penso anche io che la differenza la fanno le persone, non le leggi, non le regole, non le buone intenzioni. Però tutto questo non riesce a togliermi di dosso un insopportabile senso di precarietà. Perchè i soliti uomini di buona volontà devono lavorare per tutti? Perchè sei costretto a fare l’eroe per avere ciò che ti spetta? Perchè, per trovare una cosa italiana che una volta tanto funzioni, bisogna andare all’ambasciata italiana a Oslo???
    Cara Cinzia, se stavi in Italia non solo non sareste partiti, ma vi avrebbero fatto pagare chissà quale astrusa tassa!!!


  19. @Antonio: Bè, qualcuno c’è che si rende conto…
    😉

    Io vivo all’estero da una vita ormai, e devo dire che l’esperienza più singolare è vedere la disponibilità e la gentilezza di quelli che lavorano nei consolati.
    Perchè?
    Perchè stanno all’estero?
    Perchè il clima della società estera dove vivono li influenza?
    Perchè sono meno stressati?
    Non lo so, qualcuno forse sa darmi una risposta.


  20. la risposta te la sei già data da sola.
    e non solo in quest’ultimo commento ma in quella che è stata la tua scelta di vita.
    alla faccia di chi dce che non esiste il contesto e che esistiamo solo noi anzi solo “io”, tutto quello che racconti ci dimostra che nessuno rimane mai sé stesso, un’idntità immobile.
    un’italiano in Norvegia diventa un po’ norvegese, etc etc.
    non esiste l’identità e neppure l’Io, esiste la Relazione.
    che ci trasforma.
    l’Io invece ci lascia sempre uguali, e così invecchiamo sempre uguali e ci deprimiamo sempre uguali.
    cioé quello che sta succedendo all’Italia.
    spaventoso per esempio sentire veltroni che dice “ce la faremo da soli”.
    a parte che fa ridere perché è convinto di essere in america, ma questo è un altro discorso.
    la cosa agghiacciante è che, oltre a ricattare buona parte dell’elettorato di sinistra sottointendendo “o ci votate o vi ribeccate di nuovo sapete bene chi”, parla così ma ha già perso in partenza ed è già morto, come prima di lui rutelli.

    io vorrei chiedere asilo in Norvegia, si può?


  21. @Arte: ci penserò…

    *__^


  22. Vi prego, turatevi il naso e votate Veltroni. Potrei non sopravvivere ad un Berlusconi tris ;o)


  23. @Francesco: Non credo che ti concederebbero asilo politico qui, a meno che tu non possa dimostrare che Berlusconi ti ha torturato…

    Comunque puoi venire quando vuoi e lo sai, ad esempio mi ci vorrebbe un istitutore/maestro di musica per la marchesina!

    😉

    L’Essere è Relazione. Hai ragione.

    @Gianfranco: Più ci penserai, e meno ti verrà in mente quello che stai cercando di ricordarti. Funziona così la memoria, no?

    @Antonio: Oddio!! Ora non mi far spaventare, non possiamo assolutamente correre il rischio che tu non sopravviva. Voterò Veltroni.


  24. va bene, accetto il posto di istitutore.
    potrei venire a prendere un primo contatto, che ne dici del 13 e 14 aprile prossimi?

    🙂


  25. @Francesco: Bradifano!!

    😀


  26. Che bell’intervento, Arte, ho visto ogni cosa come se fossi stato lì con voi a soffrire per questa fottuta burocrazia, per questi fottuti americani che ormai hanno paura di tutto, di tutti, persino della loro stessa ombra.
    Per la cronaca, durante uno scalo a Miami, la placca di metallo della mia cintura ha suonato, e mi hanno puntato contro un mitra. Avevo sedici anni. Forse è meglio la spocchia della violenza, tutto sommato.
    un abbraccio
    Ady


  27. @Ady: Io la paura di tutto l’ho sentita molto negli Stati Uniti, e non è una bella sensazione.
    Non ci potrei mai vivere.


  28. secondo me non dipende nè da dove vivi, nè dove sei nato, dipende da chi ti sta di fronte, come puoi rispondere sgarbatamente ad un sorriso????
    io sarò particolarmente fortunata ma riesco ad abbattere anche muri di indifferenza e sgarberia


  29. (psssssss)

    ricordati il seguito!!!


  30. @Zefirina: Io trovo che il faccia a faccia aiuti. Per telefono è più difficile abbattere i muri.
    Secondo me la mia fortuna lì è stata che il versiliese di Oslo si ricordava della mia faccia e delle mie mail precedenti (ci avevo chiacchierato a proposito del termine “jus sanguinis” che lui aveva usato a proposito della cittadinanza di Maria).

    @Mucca: Bè, tu ora hai in mano le armi per un potente ricatto…

    😉


  31. E ‘looora… 😉
    Sì, è vero, un faccia a faccia aiuta… Però ti è andata piuttosto bene, alla fine. Considerando il pasticcio in cui eri messa…


  32. a proposito di america, paura, bambine e fragilità, una poesia di Bernardo Atxaga (la traduzione è mia)

    Scritto in USA

    Ti chiamo, Virgilio, da molto lontano.
    Son passati più di duemila anni
    da che annunciasti l’avvento
    dell’Età dell’Oro, del Bambino
    che avrebbe portato un nuovo Inizio;
    ricordati di ciò che ci dicesti:
    dopo i piccoli doni,
    oltre alla terra prodiga di frutti
    e alla distruzione del serpente,
    giungerà il gran regalo: la Paura
    che imprigiona scomparirà.

    Viaggio, Virgilio, per il nord di un luogo
    che ora chiamiamo America.
    Le voci che correvano nel porto
    di Brindisi portavano la verità,
    non era Thule la terra finale;
    più in là c’erano boschi, fiumi,
    pianure, praterie, isole, deserti;
    c’erano esseri umani che dicevano
    Milwaukee, Mississippi, Saskatchewan;
    molti ripeterono qui le tue parole,
    Arcadia, Nuova Vita, Paradiso.

    Se venissi qui ti meraviglieresti.
    La vita che tu ed io conosciamo,
    e che, come un sarto infaticabile,
    tanti anni, tanti secoli, ha cucito,
    è scomparsa per sempre.
    I fili, la tela, non risultarono
    più forti di quelli che il ragno
    tesse tra un’erba e un’altra.
    Sono stato in Kansas, sono stato in Texas,
    sono stato in Oklahoma e Colorado:
    non ho visto un solo pastore solitario.

    Sono stato a San Diego, Denver, Elko;
    nemmeno lì osservano la la luna
    e le stelle prima della semina;
    le foglie degli alberi sussurrano
    nel vuoto, la pioggia cade sola,
    gli uccelli scrivono nell’aria
    messaggi che nessuno sa decifrare.
    Quanto ai bambini, non li vedrai
    giocare al marro o alle tabas;
    non li vedrai camminare abbracciati.
    Questa è un’altra vita, forse migliore.

    E la Paura? domandi. No, Virgilio,
    la Paura non è scomparsa.
    Rimane qui senza lasciare che nessuno
    dorma felice vicino alle fonti
    o ai fiumi, all’ombra mite.
    Sono stato ad Atlanta, Washington, Durham,
    Attento! mi han detto, non vada là,
    non attraversi la strada, non esca di notte.
    Quanti poliziotti, giudici, carceri,
    sedie elettriche, camere a gas!
    Le cifre, Virgilio, sono impressionanti.

    Sono stato in Alabama, in Virginia,
    attraverso gli Appalchi arrivai in Vermont
    seguendo i passi di Garcia Lorca
    che pianse qui, vicino al lago Edem,
    amaramente, per il suo amore infelice
    e perché la Morte lo cercava.
    Sai, Virgilio? sotto i bombardamenti
    si metteva sotto al letto,
    con i suoi nipoti, come un bambino in più.
    Non c’è più Eden di questo lago,
    queste acque grigie, questi abeti.

    Questa è l’America! gridano di solito,
    Questo è il miglior paese del mondo!
    Ma hanno paura,Virgilio.
    Se venissi qui potresti vederli
    nascosti sotto al letto,
    piangendo sulla sponda dei laghi,
    abbracciati agli abeti per
    non cadere, come Garcia Lorca,
    o come me stesso, che non so,
    che non riesco ad abituarmi
    a vivere fuori dal paradiso.

    Sono stato a Boston, a Northampton,
    ad Hanover ho cercato un telefono:
    le voci delle mie figlie han percorso
    settemila kilometri e han suonato
    come dei campanelli di cristallo.
    Jone ha detto: voglio la cioccolata.
    Elisabet ha gridato: E’ terribile!
    Pinocchio è finito dentro
    alla balena, non so come ne uscirà!
    Tre giorni più tardi, a Grantham
    un uccello ha ripetuto le loro parole.

    Virgilio! La vita è così fragile!
    Uccelli, campanelli, parole,
    cosa possono fare in questa nuova
    Età del Ferro, come lotteranno?
    Se ti credessi santo, se non sapessi
    che hai servito un imperatore
    e che a volte ti mancò la pietà,
    implorerei il tuo riparo, ti pregherei.
    Ma non possiamo chiederti tutto,
    è sufficiente la consolazione
    che ci danno ancora i tuoi versi lontani.


  33. Qualunque cosa aggiungessi, la sciuperei.
    Giuro che non la conoscevo. Grazie.


  34. Mi verrebbero molte cosiderazioni sulla fortezza America e sul fatto che di americhe ce ne sono due, ecc. ecc., ma invece leggo in silenzio e mi sento molto con voi (a fare il tifo in quei momenti). Belli i particolari: il signore che mette apposto i capelli di Maria, il cioccolatino. Scritto benissimo come sempre. Devo dire che io ti preferisco in prosa, ma forse sono io a non capire.


  35. @Fabio: Ma di Americhe ce ne sono solo due? Io credo che ce ne siano tante, e che ci siano anche diversi Stati Uniti. So che sei d’accordo con me su questo.
    Grazie per quello che dici.
    Non sei l’unico a preferirmi in prosa. Ho due gruppi di lettori. Non si tratta di non capire, credo sia come coi gusti musicali o gastronomici…



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