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Prospettive

13 giugno 2007

Ho in mano i miei eterni questionari, QLQ C30, Brief Pain Inventory, Pittsburgh Insomnia Rating Scale, la penna pronta a tracciare crocette, gli occhiali perchè comincio a non vederci bene da vicino.
“Si sente depressa?”
Lei mi guarda, sguardo color bilirubina, sorride un sorriso dolceamaro.
“Lei si sentirebbe depressa se avesse circa due settimane di vita? No, non sono depressa. Non lo chiamerei essere depressi. È solo una sensazione molto strana.”
E le rimane quel sorriso sul volto, e io dico “credo di capire”, ma in realtà non capisco niente, non posso capire. La penna mi rimane a mezz’aria. Esito, poi faccio una croce sul “no”.
Morire non è una diagnosi.
Poi poso la penna, e le prendo la mano.

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22 commenti

  1. I questionari sono senz’anima, l’ho sempre detto io.
    Almeno tu ci hai messo la tua.


  2. esatto concordo con lophelia


  3. I questionari fanno parte di un certo tipo di ricerca medica, che ha una sua utilità e mi dà il pane. Il problema nasce quando si pretende, coi questionari, di capire l’universo che è una’altra persona.
    I questionari e la psicometrica misurano (al massimo)quello che sono disegnati per misurare: variabili.

    L’anima è un’altra cosa, e a volte, quando si è fortunati, la si può toccare con le mani.


  4. penso sia la sensazione di ‘stranezza’ di questa persona rappresenti quanto di più vicino ci sia al concetto di vuoto.


  5. Grazie Cinzia.
    Sei davvero un tesoro.


  6. Ho scoperto, stando anche dalla parte del paziente, che spesso si confonde la diagnosi con la cura. Si crede che capire significhi risolvere. Ma la vita – e le persone – non sono matematica.


  7. @Paolo: hai ragione, forse è quella che Heidegger chiama Angst, l’angoscia che nasce dall’anticipazione della morte, la sensazione della nostra finitezza. Quella che lui considera l’esperienza più autentica.

    @Antonio: Non sono un tesoro, sono una riempicartelle (per giunta, distratta)

    @Endimione: benvenuto!
    Capire non significa comprendere. Qui sta la differenza tra la matematica e la vita.


  8. Che bello: ho posato la penna e le ho preso la mano.
    Lo facessimo tutti u po’ più spesso.


  9. empatia così si chiama


  10. empatia…che poi vuol dire rendersi improvvisamente conto che davanti hai una persona.
    l’ho pesnso spesso io di esser stato davvero fortunato a trovarti.
    un abbraccio piu’ forte del solito.

    pib: ma allora ci sei!


  11. @Rodo: tu invece, altro che mano, tu prendi i pazienti per un braccio, li porti al cinema, ci esci!
    Florence Nightingale!
    :))

    @Zefirina: esattamente così si chiama, ed è una cosa del tutto diversa dalla compassione.

    @Henry: sai che ieri camminando verso casa pensavo proprio la stessa cosa?

    (Pib c’è e non c’è, è un’entità che si manifesta quando meno la evochi…)
    😉


  12. sguardo color bilirubina e per me è stata notte fonda, investito dal violento ricordo…


  13. @Paolino: Ecco. Io scrivendo questo post esitavo all’idea di pubblicarlo, proprio per questo. So che molti si riconoscono in situazioni simili.
    Ma spero di non averti fatto male.


  14. Adoro questi post, tutt’altro.
    Nessun problema, ci mancherebbe.
    Non avere nessuna esitazione a scriverli neanche in futuro. Li leggo e li leggerò sempre con la massima attenzione e partecipazione.


  15. Ma come, l’empatia in una corsia di ospedale? Ma scherziamo? E il burn out? E la barriera medico/paziente? E i sacri crismi della professione ippocratica?

    Vedere morire qualcuno è dura, forse più dura che il morire, che sapere di dover morire.

    Almeno chi muore, se sa di morire, può essere protagonista della propria morte (come ci ha mirabilmente dimostrato Tolstoj nella “Morte di Ivan Ilic”):

    «”Forse, non ho vissuto come dovevo…Ma se ho sempre fatto tutto secondo le regole?” disse a se stesso e cacciò via immediatamente, come qualcosa di assolutamente impossibile, quell’unica soluzione dell’enigma della vita e della morte. E quando gli veniva di pensare che tutto questo succedeva perché non aveva vissuto come doveva […], subito si ricordava di aver vissuto sempre secondo le regole, e scacciava quella strana idea».

    «Cercava il suo antico, solito terrore della morte e non lo trovava. Dov’era la morte? Il terrore non esisteva più perché non esisteva più la morte. Invece della morte c’era la luce».

    Tolstoj parla dell’atteggiamento di un contadino che aiuta Iva Ilic ad accettare la sua malattia e a morire in pace: «Non faceva controvoglia il suo lavoro perché vi si sobbarcava per una persona prossima alla morte, e sperava che anche per lui qualcuno, venuto il tempo suo, si sarebbe sobbarcato allo stesso lavoro».

    E’ quello che spesso mi auguro io, di incontrare un contadino simile.

    Jos


  16. Turbamenti di sangue

    Ai massimi sistemi richiediamo

    limpide prove d’una geometrica

    semplicità, vettori di presenze

    non banali, risposte ab absurdo,

    infinite singole eccezioni.

    Ancora non sappiamo perché cerca

    il fuoco la falena impazzita,

    né mai si pente, mai torna indietro.

    Nessuno ha orecchio per la morte

    che già scalpita per le nostre strade,

    al nostro fianco, e non cambia passo.

    Jos


  17. @Jos: Bè, qui stai parlando di uno dei libri che più profondamente mi ha segnata. L’ho letto la prima volta oltre vent’anni fa. E, dopo, ho letto poche cose migliori.

    (Indubbiamente, indubbiamente veder morire è più dura che morire.)

    La poesia è molto bella. Montaliana, direi.


  18. di queste cose è troppo duro parlarne


  19. @Matteo: ti assicuro che alla lunga è più duro non parlarne.


  20. Empatia, si’..C’e’ ancora qualcuno che la mette in pratica e ci crede:-)

    SI


  21. Arte: ci vorrebbero tantissime te negli ospedali o almeno una te per ogni paziente!

    Jos: spero tu abbia letto le riflessioni sul testo di Tolstoj in “leggere Lolita a Teheran”. e lì la riflessione sulle regole e la vita diventa ancora più…. carnale direi. Incorporata direbbero i miei colleghi.


  22. credo tu abbia fatto la cosa migliore, quando non capisco in genere, ascolto con più attenzione.



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