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Stravaganza

9 marzo 2007

Venezia, addì 16 luglio 1720

Sento suonare San Marco, è l’ora in cui mi ero riproposto di iniziare il lavoro. Ho appuntito la penna, la intingo nell’inchiostro migliore, quello della Cina, che il Marchese buonanima acquistò per la mia cancelleria. Userò la mia calligrafia migliore, e se la mia salute mi assisterà, se le mie febbri gottose non torneranno ad attanagliarmi le dita, io, Guglielmo Dandolo di Rivalta, segretario devoto del fu Eccellentissimo Marchese Stefano di Belmonte, renderò ai posteri testimonianza di ciò che si vorrebbe taciuto. Con l’aiuto di Dio, riuscirò a mettere su carta questa storia nera, nera come l’anima di quella donna.

Ma andiamo per ordine. È dal Marchese che inizierò a raccontare. Non perchè egli sia un personaggio importante, tutt’altro. Il buon Marchese era generoso, amante della vita. Non molto intelligente, forse. Amava troppo le donne, dalle verduriere di Sottomarina che vendono al mercato, alle cortigiane di Santa Cecilia, alle nobildonne del Canal Grande. Credo che in gioventù le abbia conosciute quasi tutte, quelle che popolano questa assurda città, da sempre condannata ad inabissarsi sotto il peso dei peccati di chi la abita. Ricchissimo, il Marchese, questo sì. La famiglia di Belmonte aveva possedimenti da Chioggia fino alle isole di Nasso e Chio, laggiù nel mar dei Turchi. Era lui l’ultimo di questa famiglia, che ormai è senza eredi. E fu la sua leggerezza, la sua imperdonabile leggerezza, a rovinarlo. Era giunto alla veneranda età di sessant’anni in buona salute, a parte i malanni ai quali un gentiluomo del suo ceto e della sua condotta difficilmente sfugge. Ma non aveva eredi legittimi, solo bastardi, che mai avrebbe riconosciuto. Avrebbe potuto fare come me, prendere un trovatello di San Sebastiano, e farne il suo figlioccio, il suo bastone per la vecchiaia. Come io ho fatto con Alessio. Invece no. Il Marchese non capiva quanto poco gli restava da vivere.

E un giorno, andando a messa a San Marco, passando da Rialto sulla sua portantina, la vide. Due occhi neri di velluto, la pelle bianca, il sorriso ammiccante e sfacciato. Io lo seguivo a piedi, e sono testimone, mio malgrado, della sua bellezza. Una serpe, una serpe astuta. La figlia di Bartolo mercante di vino, fornitore della nostra casata. Gente di basso ceto, di una modica agiatezza, ma di belle sembianze. Lo scongiurai. “Fatene la vostra mantenuta, Marchese. Che bisogno avete di sposarla? Pensate alle conseguenze.” “Sciocchezze, Guglielmo. Voglio una madre bella per il mio erede, sono stanco delle contessine gobbe che mi propongono per moglie. Non sono più giovane. Voglio un erede, Guglielmo. Un erede.” Non capiva. E lei, la serpe, lo rovinò, come rovina tutto quello che tocca con quelle mani bianche.

Era un’estate caldissima sulla laguna. Tutte le famiglie che contano si erano ritirate sul Brenta per sfuggire ai miasmi. Il Marchese scelse proprio quel momento per celebrare le nozze. Le orfanelle della Pietà e Don Antonio Vivaldi fecero anche una bella messa, in fede mia. Il Marchese, con la parrucca arricciata, era ancora un uomo di un certo portamento. I quarant’anni di differenza però c’eran tutti, e si vedevano. Lei era bellissima, tutta un pizzo di Burano. Lui, lo stolto, se la mangiava coi suoi vecchi occhi. Le orfanelle, da dietro le grate, cantavano il “Gloria”. Mai dimenticherò la luce di trionfo negli occhi di quella serpe quando lui le ebbe infilato l’anello.

(continua…)

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16 commenti

  1. L’ultima frase mi ricorda una foto che ho davvero scattato ad un matrimonio allo scambio degli anelli…
    Meno male ci sei tu Arte, che i romanzi non riesco più a leggerli se non qui.


  2. Accipicchia. L’inizio è promettente.


  3. Seven Strophes

    I was but what you’d brush
    with your palm, what your leaning
    brow would hunch to in evening’s
    raven-black hush.

    I was but what your gaze
    in that dark could distinguish:
    a dim shape to begin with,
    later – features, a face.

    It was you, on my right,
    on my left, with your heated
    sighs, who molded my helix
    whispering at my side.

    It was you by that black
    window’s trembling tulle pattern
    who laid in my raw cavern
    a voice calling you back.

    I was practically blind.
    You, appearing, then hiding,
    gave me my sight and heightened
    it. Thus some leave behind

    a trace. Thus they make worlds.
    Thus, having done so, at random
    wastefully they abandon
    their work to its whirls.

    Thus, prey to speeds
    of light, heat, cold, or darkness,
    a sphere in space without markers
    spins and spins.

    Josif Brodskij (quello vero)


  4. @Artemisia

    Che libro è? Non riesco a trovarlo!

    JB


  5. @Lophelia: Qui nessuno legge più cn questa rete, alla fine diventeremo tutti analfabeti di ritorno…

    @Rodo: Vedrai il finale!!
    😀

    @Josif 1: La poesia è meravigliosa. Ricorda molto Sylvia Plath. Non conosco Brodskij, ma mi rendo conto che dovrei colmare la lacuna. Prima però la laGuna…

    @Josif 2: Bè, non lo trovi perchè non solo non è stato mai stampato, ma non è neanche finito di scrivere…
    😉
    Non dirmi che non l’avevei capito.


  6. STRITOLATO IN UN CASSONETTO KILLER! Andate sul mio blog e aiutatemi a firmare la petizione contro la Caritas!
    Grazie e scusami il disturbo.
    http://www.acmedelpensiero.blogspot.com/


  7. ODDIO?!?
    Vado a vedere.


  8. Arte, smettila di prendermi in giro!! Se fai un altro finale-non finito mi ributto a capofitto sui libri.


  9. inizio portentoso!
    se si mantiene su questi livelli diventera’ un best seller…


  10. @Rodo: non so ancora bene come sarà, questo finale
    😉

    @Henry: io sono sicura che il livello potrà solo andare a migliorare…


  11. @Rodo: non so ancora bene come sarà, questo finale
    😉

    @Henry: io sono sicura che il livello potrà solo andare a migliorare…


  12. @Artemisia: sei una assoluta rivelazione! Hai mai provato a inviare qualcosa di tuo a una casa editrice? (Scrisse lui, poi si pentì subito pensando “magari sto parlando con la responsabile narattiva della Mondadori, scemo che sono!”)

    Complimenti davvero, penso che non avresti difficoltà a pubblicare!

    ciao

    J


  13. Josif, troppo buono…
    No, non ho mai pubblicato niente, mai neanche provato. E faccio tutto un altro tipo di lavoro.

    Scrivere però mi diverte, come in questo caso. Segui il link, l’esperimento continua…


  14. Ma è un esperimento collettivo?
    J


  15. È un esperimento a quattro mani.


  16. Interessante. E difficile, credo, molto molto difficile. Io non ne sarei capace!

    Bravi!

    JB



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