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Piccole riflessioni filosofiche (I) : Self interpreting animals

4 luglio 2006

È estate, fa caldo, ci sono i mondiali. Tempo di riflessioni filosofiche, per evitare che il cervello vada in pappa.

“L’uomo è un animale che interpreta se stesso”. Scelgo questa affermazione del filosofo canadese Charles Taylor come punto di partenza per una piccola serie di riflessioni, e – spero – discussioni.

Le scienze naturali studiano fenomeni oggettivi, quantificabili. Viste nella giusta ottica hanno enorme importanza e piena legittimità. Il paradigma scientifico sul quale è fondata la scienza moderna risale al diciassettesimo secolo. La sua pretesa di oggettività assoluta è stata ampiamente messa in dubbio, criticata e contraddetta. Essa è basata tra l’altro sulla distinzione tra qualità primarie e secondarie, dove le prime sono gli oggetti stessi, le seconde invece le qualità degli oggetti che dipendono dalla nostra percezione soggettiva, variabili, relative alla nostra esperienza. La scienza moderna afferma che le qualità cosiddette secondarie non possono essere oggetto di indagine scientifica.

Ma quando, come nelle scienze sociali, nella psicologia e in parte anche in medicina, si intende studiare fenomeni relativi alla condizione umana, stati d’animo, sentimenti, motivazioni, opinioni, il paradigma scientifico naturalista diventa limitato e limitante. Dimensioni importantissime vanno perdute quando ad esempio si riducono i sentimenti a reazioni nevrofisiologiche.

L’essere umano non può essere studiato come un oggetto tra tanti altri, perchè è a sua volta soggetto che interpreta se stesso. Dire che l’uomo è un animale autointerpretante significa dire (tra le altre cose) che è la nostra stessa interpretazione a renderci ciò che siamo, che non siamo un oggetto tra altri oggetti. Ma, anche, che la nostra esperienza non è puramente soggettiva, ma linguisticamente (e dunque culturalmente) determinata. Il linguaggio ha una funzione centrale in questo processo di interpretazione.

Interpretiamo in un processo linguistico continuo i nostri sentimenti, e solo dando loro un nome li comprendiamo e li collochiamo all’interno del nostro universo di valori. Questo elemento è centrale nella natura umana e non secondario. Per questo l’uomo non può essere studiato nella sua totalità con gli strumenti d’indagine quantitativi. Perchè fa parte di un contesto linguistico, culturale ed etico.

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17 commenti

  1. Non solo.
    Non sono un esperto, ma mi sembra che neppure i fenomeni fisici possano essere interpretati con categorie deterministiche. La probabilità è l’unica categoria che ci avvicina al reale, che fa parte della nostra percezione, anche se distorta.
    Andrebbe utilizzata di più. Rimanendo fedele a metodi scientifici, naturalmente.


  2. Infatti, Riccardo, la probabilità è anche, fra le altre, alla base delle moderne teorie della fisica quantistica.
    Forse Artemisia, il limite del nostro mondo è il limite del nostro linguaggio come sosteneva Wittgenstein?
    Io credo che un buon rapporto fra scienze esatte e indagine sull’essere umano possa essere costruito grazie all’interdisciplinarietà che si sta arricchendo e sviluppando in molti centri di ricerca in tutto il mondo. Gli studiosi, con i rispettivi linguaggi, devono comunicare e lavorare assieme. Chi si chiude nella propria cellula disciplinare è oggi oramai perduto e solo.

    Morgan


  3. Arte, cercherò di non cogliere una presunta vena provocatoria in queste riflessioni “anti-pappa”.
    Che cos’è la realtà se non il frutto di una percezione? come possiamo essere sicuri che il Reale esista se non attraverso i nostri sensi? e se veramente esistesse, siamo sicuri di poterlo conoscere nella sua entità e non nel riflesso che ne possiamo cogliere? e quindi se il mondo è una mia rappresentazione, che differenza c’è fra l’uomo e una macchina a controllo numerico? Certo l’interdisciplinarietà, certo la linguistica, ma io porrei uno stacco meno netto tra strumenti d’indagine quantitativi e qualitativi, perchè tutti presuppongono Molte Scelte e solo l’arbitrarietà propria dell’essere umano può districarsi fra le innumerevoli percezioni che riceviamo.
    Ma rifletterò ancora, mia cara Arte.


  4. @Riccardo: Hai ragione. La scienza (anche quelle naturali) studia sempre interazioni tra un osservatore e un fenomeno, il fenomeno in sè stesso non è quasi mai riproducibile in forma sperimentale.
    La probabilità è utilissima per descrivere fenomeni misurabili quantitativamente, sono d’accordo. Per altri tipi di fenomeni, altrettanto importanti, secondo me non serve.

    Non concordo sul concetto (secentesco) di “percezione distorta”. Non esiste un mondo ideale di percezioni “rette” al quale noi coi nostri sensi limitati mai potremo avvicinarci.

    @Morgan: Wittgenstein, interessante. Concordo pienamente. Ciò per cui non abbiamo parole non esiste come concetto per noi. Per questo popoli di lingue diverse vedono il mondo in maniera diversa.
    Hai ragione, l’interdisciplinarietà dei vari linguaggi scientifici è l’unico modo di lavorare.

    @Sfogliatella mia: perchè questa coda di paglia? Forse perchè mi sono giunte voci di bagordi e sangria? ;))

    È vero, noi percepiamo il mondo attraverso i nostri sensi. Ma la differenza tra noi e un calcolatore è che noi abbiamo una coscienza di esistere. Noi riflettiamo, la macchina no. Noi valutiamo alternative non seguendo algoritmi preprogrammati da altri, ma seguendo i nostri canoni etici. Anche quando compiamo atti crudeli, lo facciamo sapendo di farlo, ma lo facciamo perchè valutiamo giusto farlo per altri motivi. Abbiamo una gerarchia di valori, anche se a volte sbagliata. Di questo penso che parlerò nella mia prossima “riflessione”.

    Come dicevo con Morgan, lo stacco metodico quanti/qualitativo va infatti superato con la collaborazione proficua, partendo pragmaticamente dal fenomeno che si vuole studiare, nel rispetto di soluzioni interdisciplinari.

    Invece non sono d’accordo sull'”arbitrarietà” dell’essere umano, se per arbitrarietà intendi scelte arbitrarie. Secondo me l’essere umano fa le sue scelte in base a una categoria di valori che ha interiorizzato, anche se spesso non ne è cosciente.


  5. @Arte: perchè ho la sensazione che questo post scaturisca dagli ultimi lavori saggistici di un nostro amico comune milanese? ;o)… ora sto scappando, ma domani ti mando la mail che gli ho spedito a proposito del primo capitolo… una parte sembra pari pari a questo post… e comunque lui non ha commentato suddetta mail (e la cosa mi preoccupa, secondo me c’ha vomitato sopra ;o)), mi ha detto solamente di aspettare…

    @Claudia: il tuo dubbio se l’è posto pure Cartesio nel “cogito”…


  6. @Arte: perchè ho la sensazione che questo post scaturisca dalla conoscenza in anteprima di certa saggistica di un certo nostro comune amico milanese? ;o) Non ci crederai, ma alcune sue parti sono identiche alla mail che gli ho mandato dopo la lettura del primo capitolo. Non l’ha commentata (secondo me c’ha vomitato sopra ;o)), ha risposto solamente con una sorta di “aspetta e vedrai”. Ora sto scappando, ma domani te ne invio una copia.
    Baci…
    P.S.: la teoria del linguaggio di Wittgenstein non basta a spiegare l”ineffabile”.


  7. @Antonio, non sei un po’ ripetitivo? 😉 (succede con Blogger…)

    La tua sensazione (come tutte le sensazioni direbbe Locke) è sbagliata. Infatti il post non scaturisce dalla lettura del comune amico, ma di quella, precedente, di Taylor. Le analogie ci sono, infatti non capisco come V. non abbia letto Taylor (gliel’ho chiesto).

    Comunque, sono riflessioni per me molto importanti alle quali sto lavorando da qualche anno.

    La teoria del linguaggio di Wittgenstein è nata nell’ambito del positivismo logico…eliminare ad esempio la metafisica in quanto non verificabile…altro che ineffabile! Però concordo sul fatto che il limite del nostro mondo è definito dal linguaggio.


  8. Comunque la probabilità è anche alla base delle scelte umane, consciamente o meno. Quindi dell’arbitrio (libero). O no?


  9. NO.
    Ma sapevo che l’avresti detto.

    Su questo ti risponderò più tardi quando torno a casa 🙂


  10. @Arte: ‘sto Taylor mi toccherà leggerlo… Sta ritornando troppo spesso nei nostri discorsi… Una volta mi avevi proposto un titolo… ti ricordi quale? Dovrebbere essere qualcosa di abbastanza introduttivo sul suo pensiero… Che dici “Multiculturalismo. La politica del riconoscimento” mi farebbe bene, vero? ;o)
    Baci.


  11. @Riccardo: la base delle scelte umane non è la probabilità, e credo che tu intenda la probabilità che ad un’azione segua una certa conseguenza, a vantaggio del soggetto agente (se non intendi questo spiegami meglio).
    La base delle scelte umane è la nostra scala di valori interiore, la nostra gerarchia morale, quelle che Taylor definisce “strong evaluations”. Diamo una valenza qualitativa ai nostri desideri, li articoliamo e diamo su di loro un giudizio di valore che non è dettato dall’utilità ma dalla responsabilità. Questo è inseparabile dalla nostra nozione di sè. Tornerò su questo punto.

    @Antonio: Ti tocca! Taylor purtroppo è tradotto poco in italiano. Se ti fa fatica in originale ti consiglio come breve introduzione “La topografia morale del sè” (Edizioni ETS), ma anche “Il disagio della modernità” (Laterza). “Multiculturalismo” è un saggio politico molt interessante, ma non lo leggerei come prima cosa. Poi c’è “Hegel e la società moderna”, che io ancora non ho letto…Poi ne parliamo.


  12. @Arte: parlavo di arbitrio come di Libero arbitrio, della possibilitá di scegliere fra variabili che ci poniamo,che prendiamo in considerazione e analizziamo all’interno di scale di priorità , delle quali la morale può fare parte o meno. Penso che concordavo con Riccardo, a meno che lui non proponga una interpretazione molto diversa del post.
    Non siamo macchine, ma fino ad ora le macchine le programmiamo noi e le analizziamo noi, quindi nella nostra conoscenza il gap fra le metodologie si assottiglia.


  13. @Claudia: secondo me il giudizio morale è imprescindibile dalla nostra scala di valori. Non è un optional. Noi non possiamo agire senza rapportarci a ciò che vorremmo essere, a come vorremmo essere. Noi non riusciamo ad agire in maniera neutrale ma sempre in base a dei valori (buoni o cattivi che siano). L’agente umano definisce se stesso attraverso criteri qualitativi e non variabili quantitative.Questo secondo me è importante.

    Io non credo che Riccardo intendesse questo, ma preferirei che intervenisse lui stesso.

    Riguardo alle macchine: la tecnologia è uno strumento che l’uomo fabbrica e usa in base a valutazioni morali e politiche (basta pensare alla funzione che ha nella nostra società la tecnologia medica e le implicazioni etiche che comporta). La tecnologia non è dunque neutrale ma è il risultato di una certa visione del mondo, è il prodotto di una certa cultura.


  14. Charles Taylor e i comunitaristi… quanti bei ricordi fiorentini mi vengono in mente Artemisia.
    Una piccola chiosa: “Multiculturalismo” è un testo complesso, senza basi di storia delle dottrine politiche e/o filosofia politica si rischia di leggerlo solo ad un livello superficiale.

    Piccola battuta: su queste tematiche preferisco Walzer… 🙂

    Morgan


  15. Uffa! Mi tirate per i capelli. Anche se i valori morali sono alla base delle nostre scelte non è detto che non se ne possa avere una misura quantitativa. Tutte le volte che scegliamo qualcosa “misuriamo” le alternative. Poi ci sarebbe da dire di quanto sia sensibile e preciso il nostro strumento di misura …
    In ogni caso, sono convinto che le nostre valutazioni siano in genere più utilitaristiche di quanto non siamo disposti ad ammettere.
    La probabilità rientra in questo contesto come misura dell’eventuale esito della nostra scelta.
    Ma scusate: chi c**** sono tutti questi autori che citate? Io mi fermo ad Asimov e Crichton … lo sapete.


  16. @Arte. Eccolo! Era quello! Il disagio della modernità… Ci andrò in brodo…
    Baci.


  17. @Morgan: mi fa piacere che Taylor ti ricordi Firenze, è una bellissima accoppiata di meraviglie.

    D’accordo su “Multiculturalismo”.

    Io invece preferisco il tango! 😉

    @Riccardo: senza te non ci si diverte. Misura quantitativa dei valori morali…l’altruismo cme variabile…non sono d’accordo. Nella scelta delle azioni non ci limitiamo a soppesare alternarive, ma le caratterizziamo qualitativamente, le articoliamo in un linguaggio. Caratterizziamo le nostre valutazioni, non le misuriamo. Utilitaristiche? certo, ci sono anche quelle. Ma cosa “vale” di più per il singolo individuo dipende dai suoi valori morali, e non il contrario. Dipende da come quell’individuo “vuole essere”.

    Poi sappiamo che non leggi solo i suddetti!;)



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