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Non siamo solo buoni o cattivi

30 aprile 2006

Il 5 Aprile 2004, nella cittadina norvegese di Stavanger, una banda di tredici malviventi rapina una banca e si porta via un bottino di oltre 57.000.000 corone, oltre 7 milioni di euro. Durante la fuga uno di loro spara a un poliziotto, Arne Klungland di 53 anni, uccidendolo. Dopo lunghe indagini si è giunti alla cattura di tutti i componenti della banda. Non è mai stato appurato con certezza chi di loro abbia sparato.

Recentemente si è concluso il processo. Tutti i componenti della banda sono stati condannati a pene dai 6 ai 19 anni di reclusione. Alcuni di loro, quelli considerati più pericolosi, sono stati condannati a quello che nel sistema giudiziario norvegese è chiamato “forvaring”: dopo aver scontato la pena non verranno automaticamente rimessi in libertà, ma la loro potenziale pericolosità verrà esaminata di nuovo, e molto probabilmente si deciderà di tenerli in carcere per il resto della loro vita, riesaminandoli a regolari intervalli. Questa è la condanna più severa mai emessa da un tribunale norvegese per questo tipo di reato.

In questo paese pacifico e poco avvezzo al crimine, questa vicenda ha coinvolto la stampa e l’opinione pubblica per mesi.

In generale, questo tipo di notizie mi interessa poco. Ma l’intervista che ho letto oggi mi ha profondamente impressionata. Era un’intervista a Kjetil Klungland, venticinque anni, il figlio dell’agente ucciso. È stato il titolo ad attirarmi: “Non siamo solo buoni o cattivi”.

Kjetil ha seguito attentamente tutte le fasi del processo, per tre mesi.
“Ero curioso di vedere che persone fossero, quali qualità positive potessero avere. Sono stati presentati come mostri pericolosi, ma non può essere così semplice. A me non fanno paura. Si tratta di capire perchè delle persone agiscano in un determinato modo.”

Kjetil ascolta tutti: accusa, difesa, periti. Ogni giorno guarda in faccia gli assassini.

“Li ho guardati ad uno ad uno. Ho cercato di capire se mentivano, se dicevano la verità. Ho cercato di mettermi al loro posto, di capire che immagine hanno della società. Ma non è stato facile. Ho cercato di vederli come li vedono i loro difensori.”

Dopo la condanna, Kjetil dice di non aver provato soddisfazione o sollievo:” Per me non era importante che tutti gli imputati fossero condannati. Non è la punizione che conta. La punizone è importante solo affinchè i condannati capiscano le conseguenze di ciò che hanno fatto, e una punizione severa è anche un segnale per altri. Ma non riesco ad essere felice perchè loro staranno male. Anche loro hanno una famiglia. La gente si aspetta odio o sete di vendetta, ma io non provo questo. Voglio solo che capiscano il male che hanno fatto. Voglio che pensino: e se qualcuno avesse ammazzato mio padre? So che l’amore per il prossimo era importante per papà. Mi ha insegnato di fare ad altri ciò che vorresti fosse fatto a te, e questo non vuol dire: come gli altri hanno fatto a te, tu fai a loro. Se chi ha sparato a mio padre mi chiedesse scusa, e fosse sincero…mi farebbe piacere. Per me e per lui.”

Kjetil sa che molti lo considerano un ingenuo.”Forse lo sono. Preferisco pensare bene della gente una volta di troppo che male una volta di troppo”.

Kjetil conclude con una domanda a tutti noi:
“Cos’è che fa desiderare a qualcuno che altre persone soffrano o muoiano?”

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11 commenti

  1. Il portare al positivo “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” è un punto cardine nello sviluppo psicologico personale: comporta il divenire soggetto agente e non un oggetto che subisce l’azione.
    In altri termini, chi vive una consapevolezza “positiva” va oltre il trovare conforto nella pena altrui e si pone in un punto di vista etico e non morale:
    trova risposte, non cerca colpevoli.
    Con un sospiro (mio), il ragazzo è riuscito a vedere il bicchiere mezzo pieno, cosa tuttaltro che semplice in una situazione simile ricca di tzunami emotivi.
    Che sia sincero od ingenuo, proprio non saprei: neppure l’ho mai visto… ma risalta all’attenzione la sua finezza di pensiero e di conapevolezza.
    In fondo, la politica dell'”occhio per occhio” potrebbe finire con il rendere tutti ciechi, ed allora sì che sarebbero guai.
    Capitasse a me? Credo in quello che ho scritto, pur senza essere un volume da biblioteca: sono umano; ed il ragazzo poi…


  2. che ci porta a volere il male degli altri?
    penso la rabbia, il dolore che non riesce a maturare, il tentativo almeno di non essere l’unico che soffre.
    Certo, tutte queste non sono motivazioni, perchè poi il dolore resta il proprio e la vendetta non porta altro che un inasprimento del dolore.


  3. Kjetil si è rivelato di una saggezza che supera l’umano, o almeno la media dell’umano. E’ un’apertura di potenzialità positiva, unica luce di speranza nel cupo accaduto.
    Grazie per averci messo al corrente di questa storia.


  4. @Gidibao: Condivido, anche se non sarei mai riuscita a riassumere aspetti tanto complessi e importanti nel modo semplice e chiaro che hai usato tu.

    @Claudia: Si supera il dolore solo volgendolo in elemento di crescita. Allora, paradossalmente, serve.

    @Lophelia, grazie a voi.


  5. l’uomo è cattivo qunato le belve a volte.

    bel blog, ripasserò a ronzare visto che la Norvegia è la mia passione.


  6. Benvenuta Ape!

    L’uomo può essere cattivo più delle belve, ma a differenza di loro ha una coscienza…


  7. Mi permetto di intervenire con una piccola integrazione al commento di gidibao, col quale concordo pienamente. Il “Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” è uno dei capisaldi della legge ebraica (Tobia 4,15) e secondo me rispecchiava un tratto abbastanza “vigliacco” della cultura fariseo-giudaica. Gesù, nel suo sfacciato ed eroico superamento di quella legge spesso ottusa, lo tramutò nel “Fai ad altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (Matteo 7,12 e Luca 6,31). Mi sorprende sempre scoprire come il Suo pensiero in fin dei conti si ritrova spesso nelle nostre psicologie, anche se spesso in maniera inconsapevole.
    Un abbraccio a tutti e un bacio particolare ad Artemisia!


  8. Ma grazie…:))


  9. che domande difficili… non ho risposte, ma mi piacerebbe che riuscissimo a pensare come Kjetil, sarebbe un mondo più buono… ma forse sono ingenua come lui anch’io.
    evviva l’ingenuità però : )


  10. Kjetil non è ingenuo, ma estremamemnte saggio e consapevole della precarietà in cui noi tutti versiamo, della nostra condizione esistenziale splendida e miserrima.
    Grazie Artemisia di averci reso partecipi di questo fatto di cronaca (e di questa lezione di vita) che non conoscevo.


  11. @antonio…
    grazie per l’integrazione 😉
    concordo pienamente con quanto tu abbia scritto nel commento.

    un abbraccio,

    gidibao



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